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J’accuse contro la decrescita

La linea “sconcertante” del governo. L’assistenzialismo “improduttivo”. L’urgenza di una reazione. Da Genova un appello alla classe dirigente contro l’incompetenza populista

6 Dicembre 2018 alle 06:00

J’accuse contro la decrescita

Danilo Toninelli (foto Imagoeconomica)

[Pubblichiamo un estratto del discorso fatto ieri a Genova da Filippo Delle Piane, presidente di Ance Genova, all’assemblea annuale dell’associazione]

 


 

Se non fossimo imprenditori, ossia quel particolare genere umano che – come diceva Winston Churchill dell’ottimista – riesce a vedere l’opportunità in ogni difficoltà, anziché la difficoltà in ogni opportunità, e se non ci sentissimo classe dirigente del nostro paese – una classe dirigente che, come scrive Carlo Bonomi nella sua splendida relazione all’Assemblea di quest’anno di Assolombarda, ha la responsabilità del futuro e il dovere di avere fiducia nel saperlo costruire - avremmo molte buone ragioni per essere seriamente preoccupati per il nostro domani.

 

Non ho bisogno di sottolineare la delicatezza dell’attuale situazione politica ed economica del paese e la sconcertante linea d’intervento del governo, che non sembra curarsi degli investimenti – in lavoro, tecnologie, ricerca e sviluppo, infrastrutture, ammodernamento dei servizi e della macchina amministrativa – ma solo della contingente esigenza elettoralistica di un assistenzialismo miope e improduttivo. Né devo ricordare a Voi cosa significhi non investire: vuol dire impoverire il paese, aumentare la spesa senza prospettive di crescita e sviluppo, indebitarsi per alimentare l’emorragia delle uscite, innalzando il debito pubblico senza creare ricchezza.

 

Sappiamo bene che l’aumento della spesa pubblica - anche a prescindere dagli effetti che ha sul debito e, quindi, sui nostri figli - provoca effetti estremamente diversi a seconda di dove si sceglie di allocare le risorse e dell’efficienza dell’apparato amministrativo chiamato a dare concreta attuazione a quelle scelte. Un paese che investe poco e che, oltretutto, disperde nella palude dell’immobilismo burocratico le già misere risorse messe a bilancio è un paese il cui triste destino è sin troppo facile da prevedere. Il nostro comparto offre la più nitida fotografia di questo scenario. Se guardiamo ai dati degli investimenti in costruzioni rileviamo un calo di oltre il 50 per cento negli ultimi 10 anni, che ha determinato un deficit infrastrutturale di oltre 84 miliardi di euro. (…) La crisi, dunque, per quanto riguarda il settore edile, non è mai realmente finita e per uscirne è necessario un poderoso intervento di capitali pubblici e privati. Da questo punto di vista vi segnalo qualche dato: gli investimenti in edilizia hanno il più alto moltiplicatore di tutti i settori merceologici: per ogni miliardo speso si creano 17.000 posti di lavoro; compriamo l’85 per cento del nostro fabbisogno sul mercato interno; facciamo un mestiere che, nonostante la tecnologia permetta uno straordinario sviluppo sia dei materiali che dei processi produttivi, rimane fondamentalmente legato al fattore umano. Ma, dicevo, non è solo questo il motivo che rende l’impegno delle risorse nell’edilizia un buon affare. L’investimento in costruzioni è indispensabile e indifferibile, perché abbiamo un sistema infrastrutturale inadeguato alle sfide di oggi e la competitività del paese non può fare a meno di una rete efficiente di comunicazioni, strade, ferrovie, impianti tecnologici; né un paese moderno può permettersi di avere scuole fatiscenti, ospedali che vanno a pezzi, palazzi di giustizia nei tendoni, intere, vaste aree urbane insicure e abbandonate a se stesse.

 

Un paese, per essere competitivo ed efficiente, deve investire sul proprio territorio e sulle sue dotazioni infrastrutturali, sulla qualità della vita nelle sue città. Deve programmare gli interventi e non essere sempre e solo schiavo dell’emergenza. Non è, peraltro, solo questione di competitività e di efficienza, ma anche di tutela della vita e della incolumità di tutti noi. (…) Non spetta a me commentare le strategie del governo nei confronti dell’Unione Europea né valutare

No Tav, no Gronda, no Terzo Valico. Il clima diffuso nel paese è di ostilità, di ostracismo nei confronti del fare, del costruire

se la politica economica debba incrementare il deficit o debba invece essere basata su scelte di rigore e diminuzione del debito pubblico. Quello di cui però sono assolutamente convinto e che voglio ribadire con forza è che le risorse devono essere investite in programmi di sviluppo e crescita. Un massiccio piano di investimenti pubblici e privati, però, a servizio tanto della manutenzione dell’esistente quanto della realizzazione di nuove iniziative, siano esse legate ad infrastrutture, patrimonio edilizio pubblico o patrimonio edilizio privato, ha bisogno di alcune condizioni al contorno per potersi realmente attivare. (…) Del resto, se è vero che spesso in passato si è costruito troppo e talvolta male, a maggior ragione oggi si deve intervenire: anche per riparare agli errori del passato, per rigenerare un tessuto insediativo sofferente e bisognoso di cure troppo a lungo negate. Mi rendo conto che la strada tracciata non è la più facile e nemmeno la più immediata nella sua realizzazione. Mi rendo anche conto che possa sembrare più semplice (ed elettoralmente più redditizio) optare per un sistema che possa garantire (o promettere) sussidi e pensioni: insomma, far credere che la crescita e lo sviluppo possano nascere per decreto. Non è così!

 

Eppure, il clima diffuso nel paese – almeno a dar credito a chi più spesso alza la voce – è un clima di ostilità, di ostracismo nei confronti del fare, del costruire. No TAV, no TAP, e, qui, no Gronda, no Terzo Valico. E’ il tempo del Nimby, della decrescita felice, della primazia, appunto, del reddito di cittadinanza sul reddito da lavoro. Forse è giunto il momento di porsi una domanda: perché si è giunti a questo punto? Perché siamo arrivati addirittura a esternare una cupa soddisfazione nell’impedire al paese di investire su se stesso?

 

Credo che le cause di questo atteggiamento non siano da ricercare solo nella storia recente, nell’esasperazione del sentimento di precarietà e paura che la crisi ha generato e che porta a invocare protezionismo, assistenzialismo, chiusura a tutto e a tutti in difesa del proprio piccolo spazio vitale. Sono cause più remote, che risalgono alle scelte del passato, quando si decise di adottare un modello di sviluppo sbagliato. Lo tratteggia con grande efficacia in un suo recente articolo Emanuele Felice: “un modello a bassa innovazione tecnologica, acconciato alla bene e meglio all’inefficienza delle istituzioni e all’incertezza del diritto, che per questo soffre maggiormente della globalizzazione, cioè della competizione con le grandi economie emergenti. Non a caso l’Italia è, fra i Paesi avanzati, quello che vanta di gran lunga la più bassa percentuale di laureati fra la popolazione; che registra la quota più bassa di spese per istruzione e ricerca, in rapporto al pil. Peggio. La nostra è l’unica, fra le grandi economie, a dissanguarsi ormai da decenni per una costante emigrazione di cervelli. E ancora, da noi l’ascensore sociale è bloccato, più che in ogni altro paese dell’eurozona: lo status sociale dei figli dipende, molto più che altrove, dallo status sociale dei padri; il privilegio vince sul merito”.

 

Gli elettori hanno finito per privilegiare gli schieramenti anticasta, che alla politica del fare sostituiscono quella del negare

Un modello che è figlio delle scelte delle classi dirigenti – politiche, imprenditoriali, sindacali - degli anni settanta e ottanta, che decisero di rispondere alla crisi di quegli anni con inflazione e debito, “dilatando la sfera dell’intervento pubblico ben oltre ogni criterio di economicità (e anche di equità): senza riformare il welfare farraginoso e polverizzato (ma proprio per questo miniera di favori, in luogo del diritto), senza investire nell’ammodernamento tecnologico e infrastrutturale, o nella crescita delle imprese, o nella riorganizzazione e nel rafforzamento dell’apparato amministrativo (e anzi lasciando che si incancrenisse); privilegiando insomma la spesa assistenziale e clientelare, fonte sicura di consenso”.

 

Anche allora il paese, irrequieto e spaventato, chiedeva misure di tutela, d’immediato ritorno, piuttosto che investimenti; e fu allora che, scegliendo quella via, iniziò il declino. (…) Il paradosso è che – oggi come ieri - tutto questo avviene con il consenso degli elettori. Aizzati da anni contro la “casta” – che non è più solo la politica della cosiddetta prima Repubblica, ma ogni espressione delle élites: imprenditori, managers pubblici, intellettuali, benestanti – gli elettori hanno finito per privilegiare con il proprio voto di “protesta” gli schieramenti “anticasta”, che alla politica del fare sostituiscono quella del negare. (…) Sono convinto che si debba e si possa riuscire ad invertire la rotta intrapresa, straordinariamente pericolosa e declinista, una volta che se ne siano capite compiutamente le cause. La febbre è semplicemente il sintomo percepibile di una malattia. Se si cura il morbo alla radice, la febbre non tornerà a manifestarsi. L’unica cura, non dobbiamo mai dimenticarlo, è il lavoro. Solo il lavoro consente cultura, emancipazione, rispetto, giustizia sociale. Noi liguri abitiamo una terra bellissima ma dura, difficile, talvolta quasi inospitale. I nostri “vecchi” ci hanno tramandato la cultura del lavoro e della fatica, ci hanno insegnato a non credere nelle scorciatoie. Un paese che non ritiene che la crescita (unica strada possibile per il benessere) passi attraverso gli investimenti e il lavoro è un paese destinato a non andare lontano. Siamo diventati la società del tweet dove tutti sanno poco di tutto perché approfondire è diventata una perdita di tempo, talvolta addirittura la prova di appartenenza ad élite che si vogliono mosse da interessi non leciti. I corpi intermedi, se vogliono mantenere il ruolo che hanno avuto nella storia economica e sociale del paese, devono accettare di essere classe dirigente. Ma per essere classe dirigente è necessario volerlo e averne il coraggio! Dobbiamo restituire il valore alla competenza, al lavoro, alla voglia di intraprendere, alla capacità di approfondire.

 

Un paese che investe poco e che disperde nell’immobilismo burocratico  le misere risorse messe a bilancio, ha un destino segnato

Genova, come spesso è capitato nella sua storia, nel bene come nel male, può rappresentare un’avanguardia, un modello, un punto dal quale cominciare un approccio diverso. La tragedia del ponte sul Polcevera deve essere il punto dal quale ripartire. Il crollo dell’infrastruttura ci ha permesso di capire veramente quale fosse la carenza di collegamenti che “il porto della pianura padana” ha. Ci ha anche permesso di capire quanto sia carente la manutenzione del costruito (infrastrutture o edifici poco importa) e quali drammatiche conseguenze possono verificarsi. Le aree abitate sotto e nelle zone limitrofe al ponte hanno subito direttamente le prime conseguenze della tragedia ma vivevano, da tempo, una realtà di coabitazione con un manufatto ingombrante e invasivo. Gli abitanti oggi sfollati hanno il diritto di essere risarciti e di poter tornare a vivere il proprio quartiere dove hanno ricordi e affetti. Hanno però il diritto di farlo in un luogo rigenerato compatibile con le esigenze dell’abitare odierno. I condomini sono stati forzatamente sgomberati. I finanziamenti possono essere attivati attraverso i risarcimenti. Quell’area può e deve diventare la start up dei processi di rigenerazione di cui tanto parliamo. Deve diventare il simbolo della capacità di reagire e di guardare al futuro. D’altra parte, permettetemi di sottolinearlo con orgoglio, questa tragica esperienza ci ha offerto anche un’altra importante testimonianza: quella della grande capacità di governo dimostrata dalla politica ligure e genovese, il cui impegno, competenza, serietà, determinazione, capacità di dialogo, pragmatica intelligenza sono per tutti noi la miglior garanzia di successo. Noi non smettiamo di credere al futuro, al nostro futuro del quale siamo e ci sentiamo responsabili; non ci arrendiamo di fronte alle difficoltà e continuiamo a sognare un domani migliore. Un vincitore, come ricordava Nelson Mandela, è semplicemente un sognatore che non si è mai arreso”.

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