Tria parla al Senato e dimostra che il governo non ha ancora un piano

Franca Menta

La manovra cambierà ma non c'è ancora un accordo su quale proposta presentare a Bruxelles. "Nessuno può farci la morale in tema di politiche di crescita", si difende il ministro 

Il senso del discorso di Giovanni Tria al Senato sembra essere uno: la trattativa nel governo è in corso e non c'è ancora un accordo sulla manovra, perciò niente nuovi numeri sulla riduzione del rapporto deficit/pil né sui tempi di avvio dei provvedimenti, che rischiano uno stop temporaneo per recuperare risorse. Lega e M5s litigano ancora sul ridimensionamento di reddito di cittadinanza e quota 100, ma rispetto a prima sembra certo che in qualche modo la manovra dovrà essere ritoccata. "Il governo sta valutando attentamente, man mano che si definiscono tecnicamente le misure, se si possano trovare ulteriori spazi finanziari per migliorare l'equilibrio tra le esigenze di crescita e la sostenibilità dei conti pubblici", ha detto. Perché c'è "la necessità di non divergere dalle regole europee", almeno "nella misura in cui impattano sulle prospettive di crescita e sulle condizioni di finanziamento del nostro debito". 

  

La linea temporale da non superare potrebbe essere il 19 dicembre, data in cui è in programma una riunione della Commissione europea. In quella sede i commissari potrebbero proporre al Consiglio di avviare la procedura di infrazione nei confronti dell'Italia e contro questo scenario sembra volere andare l'azione del governo. Se prima lo scontro con Bruxelles sembrava inevitabile, ora Tria prova a fare ancora una volta da intermediario. Per questo nel suo intervento ha parlato di "responsabilità" nei confronti degli italiani, quando ha spiegato ai senatori che l'ipotesi di una procedura d'infrazione per deficit eccessivo basata sul debito è "una prospettiva che pone il governo e il parlamento sovrano di fronte alla necessità di assumere decisioni di forte responsabilità che e richiede un'operazione di verità sulla quale costruire un ampio consenso". La manovra verrà dunque modificata, perché "dobbiamo tenere conto dei timori dei partner europei, del grado di incertezza che pervade i mercati, preoccupati sia per l'evoluzione dell'economia globale sia per le divergenze in Europa, e del livello dello spread".

    

Tuttavia, prima di fare un passo verso le richieste europee, indebolendo inevitabilmente le misure contenute nel contratto di governo, il ministro ha messo in chiaro alcune cose. "Nessuno può farci la morale in tema di politiche di crescita", ha detto, e ha spiegato che i governi precedenti non hanno messo a frutto i vantaggi economici derivati dal Quantitative easing: "I 35 miliardi di euro che lo stato ha risparmiato con il Qe sono stati assorbiti dalla stagione dei bonus e non si sono riflessi in una discesa del debito". "C'è un profilo disegnato dal precedente governo difficilmente sostenibile", ha continuato, "ma non è nostra intenzione parlare di responsabilità del passato". La retorica che seguirà alla "inevitabile" modifica della manovra è così tracciata: quando Lega e M5s si dovranno giustificare per aver ridimensionato le promesse, ecco pronti l'Europa e i governi precedenti per spiegare il flop. 

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