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Le modifiche alla manovra e la corsa alla segreteria del Pd

Idee e spunti per sapere quello che succede nel mondo selezionati da Giuseppe De Filippi

27 Novembre 2018 alle 18:29

Le modifiche alla manovra e la corsa alla segreteria del Pd

Maurizio Martina e Matteo Richetti (foto LaPresse)

Manfrina #2: il giochino del governo è sotto alle aspettative già basse. Stanno tentando di rimodulare la manovra senza dirlo in giro, ma almeno alla commissione qualcosa di scritto, di documentato, di comprensibile, dovrebbero provare a farlo avere. Invece no, Salvini si rifiuta di mettere per iscritto i nuovi propositi governativi, quelli che erano stati raccontati, informalmente, come l'intenzione di ridurre il deficit programmato dello 0,2 per cento. I mercati osservano ma non prendono una strada chiara, mantengono lo spread sotto pressione (e magari qualche investitore adesso approfitta del piccolo rialzo per prendere nuovamente posizioni al ribasso, e quindi guadagnare in caso di nuova perdita di valore del Btp). Intanto si riuniscono un po' tutti, compresi i 5 stelle, che poi però tanto fanno quello che decide Casaleggio (e quindi che si riuniscono a fare?). E in tutto ciò è sempre più probabile che arrivi comunque la procedura d'infrazione.

  

Ecco un caso simile: autorizzare le opere pubbliche senza dirlo in giro. Danilo "costobeneficio" Toninelli manda avanti il Terzo Valico ma con riserbo, sottovoce, mentre un'analisi costi benefici è già finita e un'altra è appena iniziata.

 

E c'è Renato Brunetta, uomo sempre schierato e che non nasconde gli entusiasmi come non nasconde il disprezzo, ora super europeista. Una posizione sensata ora e forse anche in grado di costituire,a tempo debito, un cuneo tra le scelte politiche di Forza Italia e quelle della Lega. Salvini risponderà anche in questo caso con un menefrego, ma forse sbaglierebbe a sottovalutare il residuo europeismo dell'opinione pubblica italiana.

 

 

Il calo della fiducia rilevato dall'Istat forse ci dice qualcosa su quanto appena accennato, Marco Leonardi lo legge così.

 

 

Finisce in nulla una vicenda tanto discussa in passato ma ormai superata dai fatti, anche perché l'incandidabilità finisce per conto suo, ma più di tutto, come sempre conta la politica e contano le scelte individuali.

 

 

Molto meglio delle sceneggiature, la realtà, da scoprire un pezzetto per volta, del casino giudiziario che lambisce la Casa Bianca.

 

 

Se l'auto fa la spia ai creditori (e fa sapere loro che fai e soprattutto dove sei).

 

 

Tre candidati forti, tre grandi aree di partito, andranno a confrontarsi, salvo nuovi accorpamenti, per la sfida verso la guida del Pd. Ma qualcosa si può già leggere nelle ultime mosse. Perché non c'è bisogno di essere pdologi per capire che se Richetti si ritira per appoggiare Martina allora vuol dire che ha agito un certo senso di affratellamento in nome dell'esperienza comune negli anni renziani. E spingendosi più oltre si crea anche la possibilità di ragionare, sempre in nome della stessa esperienza comune, anche con Marco Minniti. Alle strette, insomma, un gruppo che in diversi modi si era riconosciuto in una strategia ritrova le ragioni della collaborazione. E mette pepe in una sfida che rischiava di accomodarsi nella placida, accogliente, ma insipida, piazza grande zingarettiana.

 

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