La vera cultura del fare batterà il populismo. Parla Francesco Merloni

Mariarosaria Marchesano

L'ex ministro e senatore: “Non mi capacito di come l’ostilità all’immigrazione e la speranza del reddito di cittadinanza siano state le basi dell’affermazione di Lega e 5 Stelle. Per stare vicino alla gente ci vogliono iniziative concrete”

Milano. Anno 2006: il ministro del Tesoro Tommaso Padoa Schioppa entra nella stanza di Romano Prodi, allora capo del governo, e gli dice: “Presidente, sa a quant’è oggi lo spread?”. Prodi si gira chiedendo: “Quanto?” “26 punti base”, risponde il capo del Mef. A raccontare l’episodio in un colloquio con il Foglio è Francesco Merloni – una vita spesa tra impresa e politica – e lo fa non per sottolineare l’attenzione che Prodi, di cui pure è amico di lunga data, riservava quotidianamente a oscillazioni del differenziale irrisorie rispetto a quelle attuali, ma per fissare un momento storico a partire dal quale tutto è cambiato e si è consolidato un modo di far politica, “in cui gli annunci hanno preso il posto dei progetti”, al quale si sente estraneo. E non per ragioni anagrafiche. Merloni, a 93 anni, è un uomo attivissimo, sempre in movimento tra Fabriano, Roma e Milano. Ex senatore del Dc (e poi dell’Ulivo) è l’ultimo esponente della vecchia guardia dell’omonima famiglia di industriali marchigiani, dopo la scomparsa del fratello Vittorio e l’uscita di scena di Antonio.

 

Il suo impegno oggi è interamente dedicato alle Marche e alle regioni terremotate del centro Italia, che porta avanti attraverso la Fondazione “Aristide Merloni”, intitolata a suo padre. Fondazione che è anche un centro culturale e crocevia di relazioni italo-europee: nel comitato scientifico, presieduto da Enrico Letta, siedono, tra gli altri, Joaquín Almunia, Ferruccio de Bortoli, Giuseppe De Rita, Luigi Gubitosi, Daniel Gros e Giovanni Gorno Tempini. Per uno come Francesco Merloni, che è stato ministro dei Lavori pubblici nel primo governo Amato e nel governo Ciampi, dando il suo nome alla legge che ha introdotto in Italia l’obbligo della pubblicità degli appalti, il populismo è un concetto astratto.

 

“Non mi capacito di come l’ostilità all’immigrazione e la speranza del reddito di cittadinanza siano state le basi dell’affermazione di Lega e 5 Stelle”, afferma. “Per stare vicino alla gente ci vogliono iniziative concrete. Prendiamo le aree colpite dal sisma dell’agosto 2016, e da quelli successivi. Dopo due anni la fase mediatica si è stemperata ed è necessario rifocalizzare l’attenzione su comunità che si sentono isolate. Per questo tanti privati si stanno impegnando in questi territori. E non parlo solo della mia famiglia, anche i Della Valle, il gruppo Vodafone, la Fondazione Boccelli, Ferrero, Amazon e diversi altri sono in prima linea”.

 

La cultura del fare contro quella del dire, dei toni alti. La storia racconta che il capostipite Aristide Merloni abbia fondato la multinazionale degli elettrodomestici di Fabriano partendo da una semplice produzione di bilance e poi di bombole di gas, animato da una genialità fuori dal comune e dall’amore per la sua regione. “Mio padre era un emigrante – racconta – nel 1930 tornò nelle Marche dopo essere andato al nord in cerca di lavoro. La sua scelta fu di portare il lavoro dove c’erano le persone dandogli la possibilità di non lasciare la propria terra. Dal 1971, un anno dopo la sua morte, è partito il miracolo produttivo delle Marche, grazie a due fenomeni: l’immigrazione di ritorno e lo spirito d’emulazione che veniva dal basso”.

 

Merloni racconta che proprio in quegli anni fallì una grossa industria della zona di Fabriano, ma che da quest’episodio nacque una nuova generazione di piccoli imprenditori e artigiani: era una parte dei tanti dipendenti licenziati che avevano avviato attività in proprio generando così molta più occupazione. “Purtroppo non è successa la stessa cosa quando è fallita l’azienda di mio fratello Antonio, nel 2008, una cassa integrazione durata oltre dieci anni ha generato assuefazione. Perciò credo che il reddito di cittadinanza possa rivelarsi un disastro per ogni territorio che, se non adeguatamente stimolato, perde la propria operosità”. Crisi produttiva e spopolamento per mancanza di lavoro sono oggi i grandi problemi di tutte le regioni dell’Appennino, dove abitano complessivamente 10 milioni di persone. L’andamento piatto della curva demografica è attenuato solo in minima parte dalla presenza dall'immigrazione di stranieri, soprattutto rumeni e albanesi.

 

“Ci siamo interrogati su quali strumenti mettere in campo per invertire questa tendenza e superare l’isolamento geografico rappresentato da 12 chilometri di gallerie che è necessario percorrere per raggiungere questi luoghi – continua Merloni. Con il supporto della Fondazione Vodafone e delle tecnologie digitali stiamo lavorando per far nascere un grande circuito integrato di turismo culturale, religioso ed enogastronomico, offrendo così uno sbocco lavorativo a tante energie vitali dell’Appenino. A volte può bastare un’app per stare vicino alla gente…”. Ma, senatore, dica la verità, la classe politica che lei rappresenta non si sente un po’ in colpa per aver accumulato tanto debito pubblico che ora pesa sulla testa proprio dei giovani? “Debito? E’ cominciato a lievitare con Berlusconi, dopo che l’ingresso nell’euro aveva ridotto di cinque punti il deficit e aveva impedito le svalutazioni della moneta”.

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