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I mercati siamo noi

Così la retorica sovranista e le velleità di rilancio in deficit danneggiano i risparmiatori

9 Ottobre 2018 alle 12:43

I mercati siamo noi

Un'immagine d'archivio di Wall Street (Foto Imagoeconomica)

Pubblichiamo stralci della del lectio magistralis “Elogio della divulgazione” tenuta dal direttore generale della Banca d’Italia e presidente dell’Ivass, Salvatore Rossi, alla Università Ca’ Foscari di Venezia il 5 ottobre

  


  

Narrazioni fantastiche e storie inventate hanno sempre avuto ampia circolazione fra gli esseri umani, in ogni tempo, a ogni latitudine e longitudine. Ciò che ha contraddistinto l’epoca moderna è stata la nascita e la diffusione della scienza galileiana, quella secondo cui qualunque asserzione deve essere sottoposta a un attento scrutinio empirico e che non esistono dogmi assoluti; in termini semplici, che non si deve credere alle favole.

La scienza moderna, che si occupi di lanciare un razzo sulla Luna o di accrescere il benessere economico, può essere a volte tentennante e imprecisa, ma rappresenta il meglio che l’umanità possa mettere in campo per avvicinarsi alle verità naturali. Essa si nutre di competenze, di talenti, bada innanzitutto a convincere dei propri risultati la comunità degli altri ricercatori (anche se magari dopo molto tempo), non assegna ruoli a religioni, ideologie politiche, mode, incantamenti di massa.

 

Da alcuni anni – si sostiene – in larga parte delle discussioni pubbliche l’opinione dei competenti è rifiutata, quando non irrisa. Si sarebbe diffusa l’idea che non ci siano problemi difficili e soluzioni complesse, tutto sarebbe facile e alla portata di chiunque – comprensione del problema e ricerca della soluzione – se solo si sconfigge la corporazione dei sedicenti esperti, bravi solo a perpetuare il loro potere.

 

Si vogliono risolvere problemi seri facendo debito. Ma non risolve il primo problema italiano, la bassa efficienza (e stazza) delle imprese

Internet avrebbe avuto un ruolo importante in tutto questo. Internet dà voce a chiunque disponga anche solo di uno smartphone da pochi soldi, anche se digita da un angolo remoto di mondo. Chiunque può scrivere o fotografare o filmare qualcosa che diventi virale. Le intermediazioni tradizionali, degli esperti, dei competenti, dei selezionatori professionali di notizie, saltano. E’ un grande falò liberatorio (ma lo furono anche i roghi di libri appiccati dagli studenti nazisti nella primavera del 19331).

Una tale rivoluzione non lascia immune nessuna branca di attività pubblica. L’economia e la politica economica ne soffrono parecchio, in un tempo in cui queste discipline sono al centro, direttamente o indirettamente, di quasi tutte le decisioni dei singoli cittadini e dei governi, persino di quelle etiche.

 

Nel corso dei decenni si sono andati sviluppando in campo economico, a fianco dei governi, apparati amministrativi e tecnici che hanno accumulato conoscenze e prassi loro proprie: uffici ministeriali, istituti ed agenzie specializzati, autorità indipendenti, banche centrali. Essi si sono dotati di capacità autonome di elaborazione e di azione. Fino ad alcuni anni fa l’equilibrio fra governi e apparati era assicurato da una sorta di fiducia di medio termine dei primi nei secondi: i governi controllavano solo discontinuamente la validità dell’azione, a volte non soltanto amministrativa, degli apparati, limitando il proprio ruolo a dare orientamenti politici di fondo. Ma perché i governi potessero comportarsi così dovevano poter rispondere del proprio operato agli elettori pure in modo discontinuo, ad esempio in occasione di elezioni politiche generali.

 

Ora, fintantoché il giudizio degli elettori nelle democrazie occidentali è stato mediato dalle grandi ideologie nate a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento la discontinuità del controllo è stata naturale. Gli elettori si davano del fatto che i governanti agissero almeno nel medio periodo nel loro interesse, non pretendevano di giudicarne in tempo reale l’operato, perché la comune appartenenza ideologica li rassicurava. Quando le ideologie si sono attenuate fin quasi a scomparire e l’elettorato si è trasformato nel pubblico di uno spettacolo continuo e senza fine, il marketing politico è diventato l’unico linguaggio parlato dai politici dei regimi democratici alle masse e da queste compreso. Oggi il discorso fra elettori ed eletti deve essere continuo, ininterrotto, e svolgersi attraverso ogni tipo di mezzo di comunicazione, soprattutto quelli, come i social media, a consumo istantaneo.

 

Si badi che tutto questo non si applica soltanto ai fatti economici in senso stretto, ma anche ad altri campi dell’azione amministrativa e politica, come ad esempio la politica estera. Se le relazioni internazionali di un paese sono continuamente esposte alle oscillazioni dei gusti e dei capricci del pubblico; se si diffondono, per raccontare lo stato degli interessi nazionali e dei rapporti internazionali, narrazioni basate su tecniche di storytelling – per intenderci, quelle alla base delle fiction televisive – in modo da vellicare gli stati d’animo del pubblico; se conta il successo di ascolti nel breve periodo, indipendentemente dalla realtà effettiva degli interessi nazionali di medio-lungo termine; allora l’apparato diplomatico di un paese democratico fa sempre più fatica a orientare l’azione di governanti interessati soltanto all’advertisement minuto per minuto della propria parte politica presso gli elettori attuali e potenziali. Il caso degli odierni Stati Uniti d’America è esemplare.

 

Tutto questo vuol dire che i depositari della competenza tecnica, i vescovi del sapere, hanno sempre ragione e i rappresentanti del popolo sempre torto? Che rovesciare il sinodo di quei vescovi, restituire alla gente semplice il potere di risolvere con semplicità i suoi problemi sia sempre e comunque un gesto rivoluzionario da condannare? Ahimè no. Altrimenti non si spiegherebbe il periodico insorgere nella storia di vasti movimenti d’opinione o politici che si rivoltano contro l’establishment.

 

Bisogna, io credo, riflettere su questo punto: la scienza (economia inclusa) è, sì, democratica, ma solo all’interno di se stessa. Tutti coloro che ne stanno fuori, cioè la collettività dei cittadini, devono darsi del fatto che la comunità scientifica abbia regole severe, disegnate per far si che essa lavori al meglio nell’interesse dell’umanità intera. Se questa fiducia di fondo della cittadinanza s’incrina – come può accadere in epoche storiche, come forse l’attuale, segnate da crisi sociali o politiche – il danno è di tutti. Né vale che i ricercatori si ribellino all’oscurantismo montante rivendicando orgogliosamente i loro statuti. Il resto della società potrebbe ancor più diffidare di loro.

 

In altri termini non basta scoprire, innovare, elaborare teorie e tecniche. Per mantenere o riconquistare la fiducia della collettività bisogna spiegare i risultati delle proprie ricerche ai non addetti ai lavori, con umiltà e pazienza, senza l’alterigia a volte esibita da chi è orgoglioso del proprio sapere, faticosamente conquistato. Occorre una certosina traduzione dal linguaggio tecnico, gergale, nella lingua comune, corrente, cercando di ridurre più che si può l’inevitabile perdita di precisione che ogni traduzione di questo tipo implica.

 

Insomma, bisogna divulgare. Ma senza mai perdere contatto col rigore del ragionamento e con la durezza dei fatti. Al tempo stesso, si devono ricercare semplicità e chiarezza espositive, per quanto complesse siano le questioni trattate. Ma che vuol dire in concreto? Facciamo un esempio, di un luogo comune impreciso e fuorviante sull’economia italiana che trarrebbe grande beneficio da una narrazione corretta, cioè da una buona divulgazione. Il luogo comune recita che l’economia italiana potrebbe essere prospera e felice se solo l’Europa, per stolidità teutonica, e i mercati, per occasionali antipatie politiche, non le imponessero una camicia di forza finanziaria. In questo modo ipersemplificato di raccontare le cose vi sono grani di verità e tonnellate di falsità. Le cose sono molto più intrecciate e complicate e il compito di chi ha a lungo studiato questi problemi è di farlo capire bene.

 

Intanto, chiariamo un punto: la questione principale dell’economia italiana è che, quando si produce qualcosa (un macchinario industriale, un parere legale, una lezione di storia), non lo si fa in modo abbastanza efficiente. In altri termini si sprecano risorse e per raggiungere una data qualità si pagano costi maggiori. Tutto questo in media, naturalmente. Le differenze fra un’azienda e l’altra, fra un avvocato e l’altro, fra un professore e l’altro sono enormi: ma in media l’economia italiana soffre di uno svantaggio competitivo e di un difetto di crescita rispetto ad altre. Da almeno vent’anni. L’Italia sa fare un sacco di cose, ma le fa, in complesso, meno e peggio di quanto potrebbe.

 

Anche da questo deriva la crescente e diffusa preoccupazione per le disuguaglianze in Italia. Un’economia che cresce poco per un periodo così lungo, dove i redditi familiari sono in termini pro capite sui livelli della ne degli anni Ottanta, è un’economia che offre poche opportunità ai suoi cittadini, soprattutto a quelli più giovani. Non sorprende che due terzi dei giovani tra i 18 e i 34 anni si attendano che chi oggi studia o inizia a lavorare occuperà in futuro una posizione sociale ed economica peggiore di quella della generazione che li ha preceduti.

Le cause di questa situazione sono molteplici e non le discutiamo qui. Una cosa è certa: il problema non si risolve inducendo lo Stato a indebitarsi. Lo Stato può far molto in questo campo spendendo meglio e fissando norme che incentivino l’efficienza.

 

Se volessimo affrontare la questione dal lato dell’equità sociale (e sbaglieremmo a separare questa dall’efficienza produttiva: prima bisogna far crescere la torta e poi pensare a come tagliarla) ancora una volta non è con maggiori debiti che si risolve il problema, ma tutt’al più ripartendo diversamente le tasse fra chi ha di più e chi ha di meno e migliorando la capacità perequativa di molti trasferimenti pubblici. Ora, l’Europa e i mercati sono innanzitutto preoccupati del debito pubblico italiano, che, come sanno ormai anche i sassi, ha superato i 2.300 miliardi di euro, ovvero il 130 per cento del pil di un anno.

 

Chiediamoci innanzitutto: che vuol dire Europa? Che vuol dire mercati?

Europa vuol dire tutta la complicata architettura di istituzioni (Commissione, Parlamento europeo, Consiglio europeo, Banca centrale europea, eccetera) e di norme (Trattati, Direttive, Regolamenti, eccetera) che limitano e condizionano la sovranità degli Stati membri. Per loro stessa volontaria decisione.

 

Mercati vuole dire essenzialmente risparmiatori. Siamo così convinti che un risparmiatore italiano e uno estero siano diversi?

Soffermiamoci di più sui mercati. Mercati vuol dire risparmiatori. Chiunque abbia del denaro da parte oltre a quello in un conto corrente bancario, anche in quantità modesta, lo affida a qualcuno perché glielo investa: una banca, un promotore finanziario, un amico. Normalmente questi dettaglianti si rivolgono a dei grossisti (le banche hanno spesso al loro interno sia i primi sia i secondi), i quali cedono loro prodotti finanziari di varia natura, dai più semplici come un titolo di Stato ai più complessi come un “derivato”, a seconda della sofisticazione del cliente finale. I grossisti (funzionari che lavorano nelle fabbriche-prodotto delle banche, o nei fondi comuni d’investimento, o nelle aziende di gestione del risparmio) non hanno patria, anche se sono italiani, tedeschi, americani per passaporto e residenza. Hanno il mondo intero come campo d’azione e ragionano più o meno tutti nello stesso modo.

 

Quanti saranno? Diciamo, con una stima grossolana, circa mezzo milione in tutto il pianeta. Il loro scopo è ricavare il rendimento più alto possibile a parità di rischio corso, facendo così contenti i propri clienti, che sono quei dettaglianti che a loro volta devono accontentare i risparmiatori che si sono rivolti a loro. Si arrabattano facendosi aspra concorrenza, ma fondamentalmente agiscono sulla base degli stessi metodi, cercando di procacciarsi notizie sugli andamenti economici prospettici di aziende e Stati un secondo prima dei concorrenti.

E gli speculatori? Ci sono anche loro, naturalmente. Gente che usa denaro proprio o di pochi sodali (fondi hedge, fondi di private equity, eccetera) per fare scommesse, anche al ribasso, cioè puntando sul fatto che un’azienda o uno Stato vada male e i titoli che ha emesso per finanziarsi perdano valore. Ma sono dei pesci pilota, non dei pescicani (anche se a volte hanno dimensioni da balene). Scommettono al ribasso (cioè vendono allo scoperto titoli che non possiedono) quando capiscono che l’immenso branco di pesci che sta subito dietro di loro – gli investitori che agiscono per conto dei risparmiatori di tutto il mondo – è incerto sulla direzione da prendere, se vendere o no, e cercano di orientarli a vendere. Se ci riescono, e il valore dei titoli

Da alcuni anni l’opinione dei competenti è rifiutata, quando non irrisa. L’economia e la politica economica ne soffrono parecchio

venduti crolla, li comprano a un prezzo molto più basso e onorano la vendita allo scoperto precedente, con un gran guadagno. Entrano in gioco quando c’è giù inquietudine fra gli investitori ordinari, a causa di notizie poco rassicuranti che circolano intorno a quell’azienda o a quello Stato. E in ogni caso a muoverli è solo la prospettiva di un guadagno. Che è tanto più probabile quanto più percepiscono in anticipo che la vittima è sull’orlo del baratro e basta una spintarella a buttarla giù. Simpatie e antipatie politiche sono fuori dei loro circuiti mentali, annebbierebbero loro la vista, che deve restare acuta per accumulare denaro.

 

Se mercati vuole dire essenzialmente risparmiatori, quelli nazionali sono diversi da quelli esteri? In altri termini, io che sono italiano tengo molto più volentieri nel mio portafoglio un Btp (un titolo dello Stato italiano) di un risparmiatore francese o tedesco, per ragioni patriottiche? Può darsi, ma è molto improbabile. I soldi sono soldi, a nessuno fa piacere perderli per amor di patria, salvo che in circostanze eccezionali, come ad esempio una guerra. Una differenza economica potrebbe essere che se lo Stato italiano, mettiamo, dovesse fallire, cioè non rimborsare a scadenza i propri titoli o farlo solo in parte, per cercare di risalire la china dovrebbe aumentare le tasse, colpendo quindi i propri cittadini ma non anche quelli francesi o tedeschi. Gli italiani potrebbero essere allora più restii a liberarsi di titoli pubblici nazionali, quando s’infittiscono notizie negative sulle finanze del loro Stato, nel tentativo di salvarlo e di non essere tassati. Ma è un ragionamento più da economista a tavolino che da risparmiatore medio, è davvero molto improbabile che possa spiegare una differenza di comportamento fra detentori italiani ed esteri di titoli del debito pubblico italiano. Un altro motivo economico di relativa maggiore inclinazione dei risparmiatori italiani a detenere titoli nazionali potrebbe essere questo: in caso di default parziale e di conseguente ristrutturazione del debito, lo Stato italiano potrebbe fare salvi i suoi risparmiatori, almeno quelli retail (quindi non banche o assicurazioni), ma non quelli esteri. Anche questa ipotesi è molto improbabile: intanto perché sarebbe una mossa controproducente pensando a un futuro ritorno sui mercati internazionali, poi perché comunque i detentori esteri farebbero vantare le clausole di azione collettiva che ora li proteggono.

 

Se si affaccia l’ipotesi, per quanto remota, del fallimento del debitore, cioè del mancato rimborso a scadenza dei debiti contratti, i risparmiatori/creditori si difendono come possono facendo vendere ai gestori dei loro risparmi un po’ di quei titoli divenuti più rischiosi: risparmiatori italiani o francesi o tedeschi non fa molta differenza. Le statistiche ufficiali non ci aiutano a distinguere tempestivamente se una certa ondata di vendite di titoli pubblici italiani sia originata più dai risparmiatori nazionali o da quelli esteri, se non incrociando varie basi dati e ricorrendo a delle stime.

 

I mercati – cioè i risparmiatori/creditori nazionali ed esteri, più eventuali speculatori/anticipatori – leggono giornali, guardano tv e social media, ascoltano dichiarazioni politiche e cercano di capire se la probabilità di un fallimento dello Stato stia aumentando o diminuendo. Nel caso di uno Stato aderente all’area dell’euro, come quello italiano, essi guardano anche ai rapporti con le istituzioni e le norme europee, perché un inasprirsi di questi rapporti è indizio di un avvicinarsi della prospettiva di un fallimento, addirittura via un abbandono unilaterale dell’area. Quindi l’Europa è importante, ma solo indirettamente. L’arma pericolosa in mano ce l’hanno i mercati, definiti come abbiamo detto.

 

Un italiano comprerebbe più volentieri un Btp di un tedesco per patriottismo? I soldi a nessuno piace perderli per amor di patria

Ricapitolando. Il principale problema italiano è l’efficienza media di chi produce: da molti anni essa cresce poco o non cresce affatto, perché la tecnologia adoperata è inadatta, perché leggi e regolamenti sono ostili, perché le istituzioni pubbliche sono zoppicanti, perché gli imprenditori a volte non vogliono aumentare troppo la dimensione della loro azienda, perché perché… La società italiana rimane diseguale anche per la scarsa capacità di crescita della sua economia. In ogni caso la soluzione non è più debiti dello Stato.

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Commenti all'articolo

  • eleonid

    09 Ottobre 2018 - 18:06

    Ma l'italiano che ha votato M5s e Lega la legge sta roba?

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