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Una volta “investimenti ad alto moltiplicatore”. Ora solo spesa in deficit

Durante la discussione sul Def, il ministro dell’Economia Tria aveva illustrato per conto del governo una strategia diametralmente opposta. Storia di un bluff annunciato

Luciano Capone

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capone@ilfoglio.it

21 Settembre 2018 alle 06:00

Una volta “investimenti ad alto moltiplicatore”. Ora solo spesa in deficit

Giovanni Tria (foto LaPresse)

Un giorno dalle parti del governo la parola d’ordine era: investimenti. E non investimenti qualsiasi, ma “ad alto moltiplicatore”. In prima linea c’era il vicepremier e ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio che illustrava così la sua visione per la Finanziaria: “Se serve, d’accordo con l’Unione europea, dobbiamo poter accedere a investimenti ad alto valore, ad alto moltiplicatore, anche in deficit”. Gli faceva eco il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli: “Una sfida fondamentale per far ripartire gli investimenti nelle infrastrutture sarà lo scorporo dalle regole di bilancio degli investimenti ad alto moltiplicatore”. A seguire la sottosegretaria all’Economia Laura Castelli: “La nostra cura è intervenire sul pil attraverso investimenti ad altissimo moltiplicatore”. Non più alto, ma altissimo. Sulla stessa lunghezza d’onda, dal fronte leghista, il viceministro dell’Economia Massimo Garavaglia: “Una deroga al tetto del tre per cento per gli investimenti in opere pubbliche è una nostra priorità ancor prima dei tragici fatti di Genova. Abbiamo la possibilità di farcela ma per riuscirci dobbiamo essere credibili e uniti”. Il ministro degli Affari europei Paolo Savona, prima scelta come ministro dell’Economia, aveva addirittura in mente “un piano di investimenti da 50 miliardi, pari al 2,7 per cento del pil”.

  

Ma adesso, a meno di una settimana dalla presentazione del Def, gli investimenti sono completamente spariti dall’orizzonte del governo. Si parla sempre di fare maggior deficit, oltre il dovuto e fino all’insostenibile, ma solo per la spesa corrente: controriforma delle pensioni, bonus fiscali, pensione di cittadinanza.

  

I conti sono facili da fare. L’Italia parte da un deficit tendenziale dello 0,8 per cento, a cui si aggiunge uno 0,2 per il rallentamento della crescita, un altro 0,2 di maggiore spesa per interessi a causa dell’aumento dello spread, la sterilizzazione dell’Iva che vale circa lo 0,6 per cento e un altro 0,2 le cosiddette spese indifferibili. Il rapporto deficit/pil sale automaticamente al 2 per cento, diversi miliardi oltre l’obiettivo dell’1,6 per cento a cui punterebbe il ministro dell’Economia Giovanni Tria.

    

E tutto questo senza fare praticamente nulla di quanto promesso. In cima alla lista della spesa elettorale il governo mette: la controriforma delle pensioni con la “quota 100”, che fatta in maniera integrale costa circa 15 miliardi; il reddito di cittadinanza che costa decine di miliardi nella sua versione completa e 8 miliardi nella versione limitata alla “pensione di cittadinanza”; una serie di bonus fiscali che tutti si ostinano a chiamare flat tax, senza rispetto per la realtà e timore per il ridicolo. E gli investimenti? Non esistono più. Sono spariti dall’agenda politica del M5s e della Lega, siano essi ad “alto” o ad “altissimo moltiplicatore”. Tutto il maggior deficit sarà fatto per incrementare la spesa corrente, quella che serve per comprare immediatamente il consenso elettorale. Anzi, sugli investimenti si vedono numerosi passi indietro, mettendo in discussione grandi opere strategiche come la Tav o il Tap che, anche se non verranno completamente bloccate, stanno comunque subendo un rallentamento.

    

Eppure durante la discussione sul Def, a giugno, il ministro dell’Economia Tria aveva illustrato per conto del governo una strategia diametralmente opposta. “Il governo è determinato a invertire il calo degli investimenti pubblici in atto dall’inizio della crisi, invertendo anche, in tal modo, il deterioramento della composizione della politica di bilancio, che ha visto, anche negli ultimi anni, favorire la spesa corrente a scapito della spesa in conto capitale”. Il ministro dell’Economia diceva al Parlamento anche che, però, l’aumento degli investimenti doveva andare di pari passo con “il mantenimento dell’impegno di riduzione del debito”, che è una “condizione di stabilità finanziaria essenziale per il nostro sistema produttivo”. Pertanto, per tenere insieme le due cose, riduzione del debito e aumento degli investimenti, l’obiettivo del governo era “evitare ulteriore indebitamento volto a finanziare spesa corrente”. Controllo del deficit, meno spesa corrente e più investimenti. Sarebbe stata davvero un’ottima manovra. Peccato che il governo ora voglia fare l’opposto: più spesa corrente in deficit e niente investimenti.

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Commenti all'articolo

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    21 Settembre 2018 - 14:02

    Al direttore - I due punti di partenza opposti. Tutte le teorie e prassi dell’Economia considerano virtuoso indebitarsi, cioè chiedere crediti, per investire in progetti che abbiano finalità di sviluppo e produrre maggiore occupazione. Ovviamente non tutti i progetti possono andare a buon fine: è il margine di rischio insito in ogni attività. La Politica considera virtuoso indebitarsi, cioè chiedere crediti, per “spendere politicamente”. Nel primo caso se l’investimento va in porto ci sono anche vantaggi sociali concreti. Nel secondo solo consensi contingenti e non necessariamente duraturi se non alimentati da nuove “spese” Il tutto riconducibile alle due visioni: “la mano invisibile” da Adam Smith e “la mano di stato” di Carlo Marx. Un bel casotto.

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