Carlo Dell'Aringa è stato ministro del Lavoro nel governo Letta (Foto Imagoeconomica)

Addio Dell'Aringa

Giuliano Cazzola

Il prof. che rifuggiva dalle mode che esistono anche quando si affrontano temi di lavoro

L’improvvisa scomparsa di Carlo Dell’Aringa priva la cultura italiana di uno dei più importanti economisti del lavoro proprio nel momento in cui le politiche riformiste, faticosamente attuate negli ultimi anni, sono messe in discussione (si veda il decreto dignità) da parte del populismo rampante e disconosciute da quelle forze che le attuarono e che ora attribuiscono ad esse la loro sconfitta elettorale. Già docente all’Università Cattolica di Milano e autore di numerose pubblicazioni in materia (ricordo in particolare la collana dell’Arel curata insieme a Tiziano Treu) Dell’Aringa partecipò ai lavori della Commissione presieduta da Marco Biagi che varò il Libro Bianco.

 

Fu quello un momento importante nell’incerto cammino della modernizzazione del diritto del lavoro. Carlo, come del resto lo stesso Marco, non appartenevano alle formazioni del centrodestra, ma non si sottrassero a fornire il loro contributo, riconoscendo che in quella circostanza e in piena autonomia, avrebbero potuto dare spessore e concretezza alle idee che dalla sinistra erano ancora considerate eretiche e lesive dei diritti dei lavoratori. Quella del Libro Bianco fu una stagione eroica. Le personalità che avevano fatto parte della Commissione – a partire dal mio indimenticabile amico, Marco Biagi, che ne era stato il coordinatore – si recavano ovunque fossero stati organizzati dibattiti o confronti a difendere le loro proposte in ambienti ostili. Ci volle il martirio del prof. Biagi per far cessare una ridda di polemiche ingiuste, poi rivelatesi tali col trascorre del tempo.

 

Dell’Aringa, dopo quella esperienza, fu incaricato di coordinare, per conto del Cnel – fino a quando l’istituto rimase in grado di adempiere alle sue funzioni prima che venisse abolito in via di fatto nell’attesa, data per scontata, che la riforma Boschi lo abrogasse anche sul piano legislativo – la redazione e la pubblicazione dei rapporti annuali sul mercato del lavoro che rappresentavano un momento importante di conoscenza e approfondimento delle dinamiche dell’occupazione. Eletto deputato nella XVII legislatura, fu nominato sottosegretario al Lavoro nel governo Letta. Ma non fu riconfermato da Matteo Renzi.

 

Anche a Carlo capitò, pertanto, l’ingrato destino delle persone competenti che scendono in politica: non essere valorizzate per il contributo che sarebbero in grado di dare. Continuò a svolgere il suo compito all’interno della Commissione lavoro della Camera, spesso incaricato dal presidente Cesare Damiano di seguire i più importanti provvedimenti di una fase felice per la legislazione in materia, non solo per via del pacchetto del Jobs Act e della riforma del contratto a termine, ma anche per le nuove norme della Statuto del lavoro autonomo e, sul versante previdenziale, per le misure che – grazie alle diverse tipologie dell’Ape – hanno consentito di risolvere i casi in cui il pensionamento anticipato costituiva una reale necessità, senza intaccare la sostanza della riforma Fornerio.

 

Dell’Aringa rifuggiva dalle mode che esistono anche quando si affrontano temi di lavoro. Spesso, con la complicità dei media, succede che una proposta discutibile diventa la soluzione facile di un problema complesso. Ricordo che ci fu un tempo in cui la risposta ai problemi dell’occupazione – e alle tutele da adottare – poggiava sull’introduzione del c.d. contratto unico, che avrebbe consentito, secondo la vulgata, di superare il dualismo del mercato del lavoro e la tagliola dell’articolo 18 dello Statuto. Rammento che in occasione della presentazione di un Rapporto del Cnel, Carlo definì la proposta del contratto unico, allora in gran voga, una "soluzione facilona", perché non adatta a regolare situazioni specifiche che richiedevano (nel contesto di una maggiore flessibilità) discipline anch’esse specifiche.

 

Insieme ad Aris Accornero e a Tiziano Treu, suo amico e collega di sempre, Carlo dirigeva il Diario del Lavoro garantendogli quella autorevolezza che il quotidiano on line di Massimo Mascini ha saputo conquistarsi. Che altro dire su Dell’Aringa da parte di una persona, come il sottoscritto, che gli era coetaneo e che, con serenità, vede nella sua dipartita un avviso anche per se stesso? Mancherà al paese una voce autorevole capace di farsi sentire in mezzo allo starnazzare delle oche che, a differenza di quelle del Campidoglio della leggenda, non danno l’allarme per l’arrivo dei nemici, ma li festeggiano a gran voce.