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Sarà la realtà a sgominare la narrazione governativa (anzi, già lo sta facendo)

Il sistema produttivo italiano è vittima da decenni di sé stesso, della mancanza di investimenti innovativi e di incrementi di produttività, e non dell’euro

1 Luglio 2018 alle 06:16

Sarà la realtà a sgominare la narrazione governativa (anzi, già lo sta facendo)

Foto LaPresse

Un po’ di materialismo storico, ovviamente nella versione possibile nell’Italia della stagione televisiva 2018/2019, e tutto diventa subito più interessante e più divertente. Perché ce lo siamo detto, o pubblicamente o riflettendo in privato, che qui, l’unica opposizione certa al governo del bullo nervoso, del bullo che ride e del prof. avv., è quella che arriva dalla ostinata, caparbia, spietata, realtà, ovvero dalle cose che, appunto, materialmente succedono. Forse non troppo utile stare a lambiccarsi, ispirati dal faro di Ernesto Galli della Loggia, e chiedersi, colti da improvvisa vertigine, se si è stati più cosmopoliti che internazionali. Condannati dall’ideologo corrierista nel primo caso, assolti e anche incoraggiati nel secondo. Sembra facile distinguere, e intanto si vive nell’angoscia. Oppure si sta, tremanti, nella prospettiva ambiziosa di dover promuovere, contro la realtà, si direbbe, la sinistra della patrimoniale. Non semplicemente uno spostamento del peso fiscale verso rendite di vario tipo e alleggerendo invece il prelievo sui redditi da lavoro, no, proprio una patrimoniale secca, sembrerebbe quasi una tantum, un pompaggio di ricchezza da spostare, ma pensa un po’, verso il riequilibrio, fatto proprio alla buona, delle condizioni reddituali. Ma non abbandoniamo i nostri propositi e torniamo al punto di partenza: sarà la realtà a sgominare la narrazione governativa, anzi già lo sta facendo. Non solo per opera e parole del lodevole, preparatissimo, ministro Giovanni Tria. Ma proprio la realtà da sola, senza interpreti, ha frenato quel decreto tanto atteso e tanto promesso, il primo atto di governo vero del ministro dello sviluppo e del lavoro, Luigi Di Maio. Quello che senza vergogna era stato battezzato, prima di nascere (procedura abbastanza anomala), Decreto dignità. Indegnamente chiacchierato per rischio slittamento, e comunque osteggiato da imprenditori grandi e piccoli per l’inasprimento contributivo su i contratti a termine. Un aumento del costo del lavoro e nient’altro, perché è veramente difficile vedere nell’obbligo di causale dal primo rinnovo una scelta in grado di cambiare le condizioni reali (aridaje) dei lavoratori.

 

La realtà in questo caso è la voce degli imprenditori. Non vi piace? Sembra una cosa di parte? lasciatela entrare comunque nei talk-show del cambiamento, è roba vera, con conseguenze vere. E poi c’è la realtà dello spread, che sale e sale, piano piano, da giorni. Non tenetelo fuori dal talk, non fate spallucce, non buttatela in caciara con battute sul “cosiddetto spread, che ancora non ho capito cos’è”. Non fanno ridere come battute, e questa dovrebbe già essere sanzione definitiva. E non funzionano come spartitraffico da talk, perché poi lo spread, e i mercati finanziari. testardi, ricicciano e fanno marameo e disfano governi. Meglio lasciar entrare una ventata di realtà, cari amici conduttori. Anche per parlare di povertà, ditelo, o lo diranno i numeri per voi, che pur essendo destinatari di tutto il reddito di cittadinanza di questo mondo, con tredicesima e quattordicesima, stando alle classificazione Istat ci si troverebbe dentro, ampiamente dentro, alla soglia della povertà assoluta. E allora la realtà consiglia di dibattere in studio e di inviare telecamere dove il lavoro stenta a produrre reddito, dove non si riesce a investire in attività ad alto valore aggiunto, dove fisco e contributi erodono i guadagni (non ne parlate mai nei talk della realtà dei contributi e parlate sempre del feticcio delle pensioni, ma andate a chiedere a una lavoratore a partita Iva quanto gli pesa la parte contributiva e vedrete che bagno nella realtà). E poi gli sbarchi, quelli veri, che continuano, non quelli respinti a uso televisivo. E la realtà dell’Europa, fatta di consigli tra capi di stato e di governo come quello di oggi, in cui si decide tutti insieme e servono parole ben informate e non pugni a cazzo di cane.

 

La realtà dell’Europa è lenta nel manifestarsi, perché c’è sempre la speranza di una deroga, di una scappatoia, ma poi arriva. E la realtà dell’euro, che è il campo di gioco o il pallone, scegliete voi, e non c’entra niente con la qualità del gioco. E’ il bastione che segnala l’appartenenza a un pezzo di mondo ricco, dove si vive meglio, e dove l’economia può svilupparsi in modo ordinato e prevedibile, senza scossoni o droghe monetarie.

 

Se ne sono accorti anche sul giornale governativo, il Fatto, la realtà storica ha fatto irruzione tra le pagine e ha fatto raccontare, anche con perizia e competenza, che il sistema produttivo italiano è vittima da decenni di sé stesso, della mancanza di investimenti innovativi e di incrementi di produttività, e non dell’euro, delle ragioni di scambio fissate a suo tempo, dello strapotere tedesco, della Bce o di chi vi pare. Che poi, grazie al presidente Roberto Fico, adesso spariscono i vitalizi, e siamo certi che l’eroico portavoce a 5stelle non si farà intimidire dalla class action minacciata da Antonello Falomi e Peppino Gargani e rafforzata dalla micidiale evocazione di una responsabilità individuale e finanziaria in capo proprio al presidente della camera e promotore della cancellazione. E allora, o proseguite, cari conduttori, ma sempre più stancamente, a parlare di quando c’erano i vitalizi, che poi pure le persone che saranno private di qualche centinaio di euro al mese si calmeranno o si affideranno a bravi ricorrenti al Tar o ad altre istanze, oppure ve ne dovrete inventare un’altra. C’è la realtà, che fa cucù, scegliete quella e alè.

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Commenti all'articolo

  • manfredik

    01 Luglio 2018 - 06:06

    Com'è possibile che in una stessa persona convivano idee così acute e intelligenti e una sfrenata passione per il golf? Caro De Filippi, non vorrà mica farci credere che sui campi da golf si riesce a parlare così schietto? Tanti dei loro frequentatori sono proprio quelli che hanno preferito ritirarsi a giocare invece che investire in "attività a valore aggiunto". Come lei ricorda bene il declino industriale è cominciato molto prima dell'Euro, e le sue responsabilità stanno in quella parte della classe imprenditoriale che ha preferito le rendite finanziarie e immobiliari. Poi i politici e i sindacati li hanno aiutati, ma solo alcuni, quelli più "disinvolti", si potevano permettere le quote di iscrizione ai club del golf...

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