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Se ci fossero ancora i voucher forse non ci sarebbe la colf in nero di Fico

L’inchiesta delle Iene ha involontariamente riportato d’attualità il problema dei contratti nei lavori domestici. Un'opportunità per riprendere in mano il tema 

3 Maggio 2018 alle 06:14

Se ci fossero ancora i voucher forse non ci sarebbe la colf in nero di Fico

Un disegno dello street artist Banksy

Mentre esplorava la possibilità di un accordo tra Movimento 5 stelle e Partito democratico, Roberto Fico è inciampato nelle rivelazioni delle Iene, secondo cui avrebbe pagato in nero una colf nella sua casa di Napoli. Il presidente della Camera potrebbe lanciare una pubblica battaglia di libertà prendendo spunto dai suoi presunti peccatucci personali: reintrodurre i voucher, crollati l’anno scorso sotto la pressione della Cgil e dei grillini.

     

I buoni lavoro, vale la pena ricordarlo, vennero frettolosamente cancellati dietro la minaccia dell’ennesimo referendum: essi “creano un precariato più insopportabile di quello che si doveva eliminare” e “offendono la dignità delle persone”, tuonava Susanna Camusso. Luigi Di Maio diceva che “il referendum che elimina la schiavitù dei voucher” sarebbe stato “la spallata definitiva al Pd, quel partito che ha massacrato i lavoratori”. Il governo li rottamò frettolosamente, tra le urla esagitate di chi puntava a bissare il 4 dicembre, il disinteresse dei più, e qualche isolata voce di ragionevolezza. Purtroppo, era facile capire che i voucher intercettavano una domanda di lavoro che, senza di essi, molto probabilmente avrebbe finito per sfogarsi nel nero (tra i pochi che lo ripetevano invano, il capo della Fim-Cisl, Marco Bentivogli).

  

La vicenda assunse tinte ironiche quando venne fuori che proprio i sindacati erano tra i massimi utilizzatori di voucher (solo la Cgil aveva acquistato, nel 2016, 75 mila buoni). Ora che Di Maio cerca i voti del Pd per interposto Fico, l’ironia sfocia nella commedia. Non sappiamo se davvero Fico abbia pagato in nero i suoi collaboratori domestici. Sappiamo però che molte famiglie italiane si comportano esattamente così: e una delle ragioni è che non c’è più uno strumento semplice, rapido, versatile e sicuro come, appunto, i voucher.

  

Lasciamo parlare i dati Inps: nel 2016 hanno usufruito dei voucher circa 54 mila lavoratori domestici, per un totale di quasi 5,5 milioni di buoni e una retribuzione media annua di poco sopra i 1.000 euro. Con l’attivazione del buono, si provvedeva alla regolarizzazione degli obblighi contributivi e alla copertura Inail. Dopo la riforma di aprile 2017, i voucher sono stati sostituiti dal Libretto famiglia, che ha caratteristiche apparentemente simili ma presenta diverse difficoltà e limiti aggiuntivi, in particolare nelle modalità di acquisto (la digitalizzazione è importante per garantirne la piena tracciabilità, ma perché impedirne l’acquisto dal tabacchino, pur senza replicare l’esperienza del buono cartaceo?). Negli otto mesi da luglio 2017 a febbraio 2018, meno di 10 mila soggetti sono stati assunti attraverso questo strumento, con un monte orario inferiore alle 370 mila ore. E’ possibile che alcuni dei lavoratori prima pagati attraverso i voucher siano stati assunti con altre tipologie contrattuali, ma è verosimile che molti siano tornati nel sommerso.

   

L’inchiesta delle Iene ha involontariamente riportato d’attualità il problema del nero nei lavori domestici. Fico ha l’opportunità di riprendere in mano il tema e battersi per restituire dignità a queste persone, sottrarle ai rischi e alle insicurezze del lavoro irregolare, e mettere i committenti nella condizione di adempiere facilmente a tutti i propri doveri. Le scelte concrete dei cittadini dimostrano che i voucher erano uno strumento utile e gradito, mentre la loro abolizione ha nuovamente allargato quell’area grigia nella quale – forse – è cascato persino Fico. Come ha detto l’esponente pentastellato nel suo discorso di insediamento a Montecitorio, “la bontà di ciò che possiamo realizzare è sempre frutto del valore umano che mettiamo nelle nostre azioni”.

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