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La pazienza di Berlino è finita. Intervista a Clemens Fuest

Il capo dell’Ifo e consigliere di Merkel dice che lo stallo italiano fa vacillare la fiducia dei partner nell'Italia

13 Aprile 2018 alle 18:35

La pazienza di Berlino è finita. Intervista a Clemens Fuest

Clemens Fuest. Foto di Insm via Flickr

Roma. Parlando con Clemens Fuest si ha netta l’impressione che la pazienza della Germania davanti ai tentennamenti politico finanziari dell’Italia sia finita. Stava per esaurirsi con i governi a guida Pd, critici delle politiche di austerity ma con convinzioni europeiste più o meno solide, si è azzerata dopo il voto del 4 marzo che ha dato la maggioranza del parlamento italiano ai partiti antisistema. Come presidente dell’Ifo Institute, l’ente di ricerca più importante del paese, e come accademico Fuest esercita una grande influenza sull’opinione pubblica e sul governo tedeschi. Le sue parole vanno oltre il peso specifico di un autorevole economista, riflettono l’opinione dominante nel paese. E al di la delle dichiarazioni ufficiali, sulle rive del Reno lo stato dell’arte dell’analisi sull’Europa e sull’Italia è intriso di pessimismo. Alla radice della crisi dell’Eurozona, spiega Fuest, c’è il problema della "mancanza di fiducia tra i partner”. 

  

La Ue è come un club, "non funziona se i soci non si fidano l’uno dell’altro". Per rilanciare il progetto, dunque, "occorre riformare l’architettura su cui poggia la moneta unica e ripristinare un clima di fiducia reciproca". Ma quando sentono Matteo Salvini invocare lo sfondamento del 3 per cento o Luigi Di Maio cambiare continuamente posizione sulle questioni europee, il pessimismo aumenta. Alla Bundesbank scuotono la testa. E nella cancelleria di Berlino prendono quota le posizioni oltranziste. Ai fattori di pessimismo esterno si aggiungono poi gli elementi di cautela interni. "Il successo di Alternative fur Deutscheland (Afd) nelle elezioni di settembre – dice Fuest al Foglio– ha spostato a destra l’asse della politica tedesca". Le trattative tra Cdu- Csu, liberali e verdi, prima, e quelle tra Cdu-Csu e Spd poi, si sono svolte con la Afd nel ruolo di convitato di pietra. "In autunno ci saranno le elezioni in Baviera e la politica europea di Angela Merkel non può permettersi concessioni”. 

  

Fuest, che fa parte del gruppo di 14 economisti franco-tedeschi che il mese scorso ha lanciato una proposta di riforma basata sull’ipotesi di una ristrutturazione soft del debito dei paesi in difficoltà aspramente criticata dagli economisti italiani, nei giorni scorsi ha alzato ulteriormente il tiro. Secondo il presidente dell’Ifo, l’economia dell’eurozona resta "fragile ed esposta agli choc esterni". Nonostante la ripresa in atto, la bassa inflazione, il lento aumento dell’occupazione, le finanze pubbliche restano squilibrate in molti paesi, Italia in testa, e il problema dei crediti in sofferenza delle banche non è risolto. "Praticamente nessun paese ha spazi di manovra fiscale sufficienti a fronteggiare una eventuale nuova recessione”. 

  

In questo quadro Fuest, insieme al suo predecessore Hans Werner Sinn e al presidente del Consiglio degli esperti economici, Christoph Schmidt, ha proposto di introdurre nel Trattato euro una clausola di uscita dalla moneta unica per i paesi che non ne rispettano le regole. L’Unione potrebbe reggere ad una eventuale Italexit? Secondo Fuest si. "Del resto la clausola vale anche per la Germania". Il presidente dell’Ifo Institute ritiene che è errato pensare l’euro come irreversibile, con la Grecia ci siamo andati molto vicino. Occorre dunque, ora che l’economia è in ripresa, studiare il meccanismo che consentirebbe a un paese di uscire minimizzando i danni”. 

   

E’ la rottura di un tabù, una provocazione non solo intellettuale che la Germania si può permettere perché si sente non solo forte economicamente ma anche relativamente meno preda delle pulsioni populiste che interessano altri. Quasi un’isola felice in un mare in tempesta. "Il populismo di Afd – ragiona Fuest – è cresciuto a causa dell’enorme afflusso di immigrati accolti nel paese per giuste ragioni umanitarie in particolare nel 2015-2016. Alla base del successo di Afd ci sono soprattutto fattori identitari e di sicurezza, non economici. La Germania è uscita dalla crisi del 2007-2008 dopo un anno e il suo reddito pro capite è oggi superiore a quello di 10 anni fa. La disoccupazione è ai minimi e la disuguaglianza nei redditi non è aumentata. La quota di ricchezza assorbita dal 25 per cento più ricco della popolazione e quella del 40 per cento meno abbiente sono le stesse del 2005. Gli afflussi di immigrati inoltre sono tornati a livelli fisiologici dopo la chiusura della rotta balcanica. I partiti tradizionali sono in difficoltà, ma poggiano ancora su basi solide”. 

  

I populismi, la fragilità dell’euro, la mancanza di fiducia non riflettono anche una crisi delle tradizionali politiche ordoliberali? Fuest non lo crede. Così come non pensa che la Germania possa trascinare l’Europa fuori dalle secche da sola. Ognuno deve pensare rispettare le regole, pensare per se. La pazienza di Berlino sembra proprio finita.

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