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La corsa di Guzzetti

Perché il capo delle fondazioni sta spingendo la placida Cdp alla velocità di una fuoriserie

Alberto Brambilla

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brambilla@ilfoglio.it

7 Aprile 2018 alle 06:18

La corsa di Guzzetti

Giuseppe Guzzetti (foto LaPresse)

Roma. Per un’istituzione abituata alla vita placida che caratterizza un investitore di lungo termine qual è la Cassa depositi e prestiti gli eventi stanno andando a velocità supersonica spinti dal vacuum politico che, a un mese dalla vittoria elettorale di Lega e Movimento 5 stelle, non ha assicurato un governo. In assenza di una guida – paradossalmente o proprio in ragione di ciò – giovedì la Cdp ha intrapreso la spericolata operazione di acquisire un esiguo pacchetto azionario in Tim convergendo con il fondo attivista americano Elliott per respingere l’azionista francese Vivendi con la malcelata ambizione di ri-monopolizzare la rete telefonica a vent’anni dalla privatizzazione.

 

L’operazione è avvenuta in accordo tra governo uscente, forze politiche elette e fondazioni bancarie – dice il dispaccio di agenzia che faceva rullare i tamburi dell’ultima “operazione di sistema” – e secondo più fonti finanziarie e governative a cadenzare il ritmo di marcia è Giuseppe Guzzetti. L’ottuagenario dominus dell’Acri, l’organizzazione che rappresenta le Casse di risparmio e le fondazioni, azionista di minoranza di Cdp, spinge il bancone di stato alla velocità di una spider con la volontà di influenzare il rinnovo dei vertici in scadenza a fine maggio favorendo personalità di sua fiducia (prima che un esecutivo insediato imponga la nomina). Per una strana governance di Cassa il socio di minoranza, le fondazioni, nomina il presidente che, in quanto interlocutore della politica, è diventato più rilevante dell’amministratore delegato, scelto invece dall’azionista di maggioranza, il Tesoro. E’ il contrario della prassi di ogni altra ordinaria società per azioni.

 

L’ad Fabio Gallia non punta al rinnovo, il presidente Claudio Costamagna vuole avere una chance e l’operazione Tim dimostra che è disposto a prestare orecchio alle richieste della politica come mai accaduto prima. Il predecessore Franco Bassanini e l’ex ad Giovanni Gorno Tempini minacciarono le dimissioni in risposta alla richiesta di soccorso per Alitalia. E’ facile immaginare Guzzetti mentre solleva la testa e toglie gli occhiali sottili – un gesto di stizza riservato a giornalisti che gli fanno domande sgradite – leggendo l’articolo di Luigi Bisignani, brasseur d’affaires e scafato giornalista, che domenica sul Tempo lo canzonava per l’età – 84 anni a maggio – e la presenza trentennale sulla scena politico-bancaria adombrando la possibilità che lui stesso si candidi alla presidenza di Cdp. Bisignani molto probabilmente dice il falso, consapevolmente e in modo tattico. La sua intenzione è forse proteggere Costamagna, con cui ha un rapporto storico. E avanzando l’idea della costruzione di una candidatura “pesante” come quella guzzettiana l’effetto è di far dileguare ogni possibile pretendente. Guzzetti in realtà non osteggia l’ex banchiere di Goldman Sachs. Nel 1998 quando la sua Cariplo si fuse con l’Ambroveneto per creare quello che oggi è il primo gruppo bancario italiano, Intesa Sanpaolo, cambia advisor e sostituisce la banca d’affari Salomon Brothers con Goldman dove Costamagna era responsabile investment banking per l’Italia.

 

Guzzetti diceva ai suoi collaboratori di ammirarlo. Le opinioni cambiano, certo, ma se è vero che non c’è acredine con l’ ex Goldman boy è possibile che il capo delle fondazioni abbia diverse preferenze per un sostituto di suo gradimento. Soprattutto affinché gli presti ascolto quando non sarà più al centro della scena dal momento che l’incarico di presidenza dell’Acri scadrà nel 2019, un rinnovo è possibile ma non scontato (dopo diciannove anni al vertice). Le fondazioni si sono indebolite con le plurime crisi bancarie e hanno perso influenza nelle principali banche a favore dei fondi esteri, Unicredit, o sono collassate, Monte dei Paschi, mentre si sono ridimensionate anche in Intesa Sanpaolo. Su 87 iscritte all’Acri sono 45 quelle che hanno difficoltà a erogare capitali al territorio. Cariplo si vanta del contrario, ma nel complesso il sistema è indebolito in una parabola parallela alla fiducia calante degli italiani nel settore bancario. Anche per questa ragione le fondazioni non potrebbero opporsi alle decisioni del prossimo esecutivo – senza contare che Guzzetti pur determinato non propende mai per lo scontro diretto ma per il compromesso, dice chi lo conosce. Meglio dunque agire mentre Palazzo Chigi è disabitato. Per una persona abituata a valutare le azioni e non le parole il Movimento 5 stelle che vive di propaganda – e peraltro è ostile a Costamagna – è una bestia da osservare come in un safari. Con la Lega per la “cassa” di Milano e della Lombardia, qual è Cariplo, c’è probabilmente più affinità. L’Espresso ha rivelato che è passata attraverso Guzzetti la nomina dell’avvocato Carlo Piatti, segretario leghista di Varese senza esperienza in alta finanza, nel cda di Financière Fideuram, succursale francese della divisione gestione patrimoniale di Intesa. Papabile è Massimo Tononi, nel cda di Quaestio, sgr che gestisce parte delle risorse di Cariplo; in ottica complottista grillina ha il peccato originale di essere un ex Goldman, come Costamagna. Dopo Tim il rinnovato interventismo potrebbe trascinare Cdp nel salvataggio – vietato per statuto – di aziende decotte come Alitalia o Ilva. A questo punto non si sa se sia preferibile essere nominati (o rinnovati) al volante della banca pubblica o lasciare pilotare un amante del brivido.

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