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C’è un conflitto sull’interesse nazionale

L’Italia difende i campioni solo contro lo straniero mai per principio

7 Aprile 2018 alle 06:11

Cdp anticipa l'irruzione in Telecom

Foto LaPresse

Di interesse nazionale sentiremo sempre più parlare, a partire dalla guerra su Tim, e poi per Mediobanca, Generali (sua controllata e custode di gran parte del risparmio delle famiglie), Unicredit (azionista di Mediobanca e come Generali con ad francese), Alitalia, Ilva, e magari anche Fca dopo l’addio tra un anno di Sergio Marchionne. La chip del 5 per cento posta su Tim dalla Cassa depositi e prestiti ha senso per garantire lo sviluppo della rete a banda ultralarga ed evitare una sovrapposizione improduttiva e costosa con l’equivalente ottica di Open Fiber del Tesoro.

 

Diventa invece dannosa se ammicca alla ristatalizzazione di Telecom: chi ha nostalgia della Stet e della Sip degli anni ruggenti, all’avanguardia tecnologica con la teleselezione e le schede prepagate, dimentica che avere una linea in casa comportava attese e raccomandazioni di stile sovietico, e le bollette più alte d’Europa. Fuori luogo è poi pretendere che in Tim i fondi italiani si schierino a fianco di Elliott e Cdp (fioccano i sospetti di french connection sulle società di gestione collegate appunto a Unicredit e Generali): essi devono fare l’interesse dei loro clienti non dello stato. Quanto ad Alitalia, zero dubbi: l’afflusso di turisti e i boom di Malpensa, Fiumicino e Venezia non dipendono dall’italianità della azienda. La Lufthansa è stata privatizzata da anni ed è oggi il primo player aerea d’Europa, sesto nel mondo. Per Alitalia sarebbe l’acquirente più solido (molto più dell’ancora parzialmente pubblica Air France), altro che ritorno alla compagnia di bandiera. Se si vuole davvero perseguire l’interesse generale non si deve ristatalizzare ciò che è privato ma individuare le (poche) infrastrutture strategiche – rete ferroviaria, energetica, telefonica – dove garantirsi un golden power secondo regole privatistiche, e con l’occhio attento dei regolatori. Occhio che finora è rimasto socchiuso, nelle banche e non solo, il che ci pone sempre sotto il tiro dei watchdog europei, che invece prendono la questione fin troppo sul serio.

 

Poi, sempre per interesse nazionale, bisogna allargare lo sguardo all’Africa, dove la Francia, anche macroniana, i suoi interessi li coltiva molto bene, dal Niger alla Tunisia – dove chissà perché i nostri militari non sono più graditi – non dimenticando le strategiche elezioni in Libia in programma il 30 settembre; questo a Parigi è un dossier prioritario. Dovrebbe esserlo anche per noi, che però preferiamo compiacerci per le inchieste sugli “scandali” Eni in Congo e Saipem in Algeria. Bizzarro che la bandiera dell’interesse nazionale sia sventolata da chi, come la Lega, si è sempre detta antistatalista e anti Europa e dal M5s, che difende le clientele pubbliche negli enti locali mentre si scatena sulla corruzione in Africa. Poi se l’Italia soffre di dipendenza energetica la colpa è di Bruxelles, oppure si può sempre andare in bicicletta.

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