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Tutti i rischi del tuffo tutto antifrancese della Cdp in Tim

Così è stato respinto l'investitore francese Vivendi, entrato ormai da due anni in Tim senza chiedere permesso

Alberto Brambilla

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brambilla@ilfoglio.it

6 Aprile 2018 alle 06:17

Tutti i rischi del tuffo tutto antifrancese della Cdp in Tim

Vincent Bolloré (foto LaPresse)

Roma. Succede raramente di vedere un investitore di lungo termine come la Cassa depositi e prestiti, che gestisce il risparmio postale, allearsi con uno di ben più corta visione come il fondo attivista Elliott, che gestisce denari privati in operazioni speculative. Eppure accade se l’intenzione comune è innanzitutto quella di respingere un altro investitore come Vivendi che è entrato ormai due anni orsono in Tim, senza chiedere permesso. L’ingresso di Cdp in Telecom è stato anticipato da un dispaccio di agenzia nella serata di mercoledì annunciando un consiglio di amministrazione che nella serata di ieri ha avallato l’investimento. La comunicazione annunciava “l’entrata in campo per tutelare gli interessi di sistema” in accordo con le fondazioni di origine bancaria, il “mondo dei partiti” e “tutte le forze politiche”. La notizia a mercati chiusi è al limite delle operazioni spericolate da raider – Bolloré non avrebbe saputo muoversi meglio – e ha avuto l’effetto di fare salire il titolo Tim nella seduta di ieri. Scelta che, in caso aumenterebbe il costo dell’operazione di acquisto di una quota non superiore al 5 per cento di Tim – controvalore di 577 milioni di euro – attraverso l’acquisto di azioni a blocchi da società d’intermediazione. Il senso dell’operazione è da decifrare. Indiscrezioni di stampa rilanciate in fotocopia da Repubblica e Corriere parlavano della ritrosia di Unicredit e Generali ad appoggiare Elliott attraverso Assogestioni, associazione che riunisce le società di risparmio gestito italiane, contro Vivendi. I giornali dicono che le società guidate dai francesi Jean Pierre Mustier e Philippe Donnet avrebbero appoggiato il connazionale Vincent Bolloré. Per Vivendi la french connection è “fantasia”.

 

Secondo altre fonti, a Elliott sarebbe mancato l’appoggio non di un fantomatico fronte francese bensì di alcuni investitori esteri soci di Tim, tra cui il fondo BlackRock e banca JPMorgan. Elliott si sarebbe trovata così impossibilitata a presentare una lista entro il 9 aprile da presentare il mese dopo in modo da ridimensionare Vivendi, che ha il 23,9 per cento delle quote, nel cda. Elliott voleva ribaltare il cda, ma la settimana scorsa Vivendi come contromossa ha chiamato i suoi consiglieri alle dimissioni, compreso il presidente Arnaud de Puyfontaine, ceo di Vivendi, facendo cadere il consiglio. Ieri Vivendi ha ripresentato la sua lista con la proposta di Franco Bernabé vicepresidente e il ritorno di de Puyfontaine (ma senza deleghe). Fonti Cdp negano che l’intervento della banca di stato sia a sostegno di Elliott ma conferma che ci potranno essere convergenze future con il fondo americano. Dopo anni di speculazioni sullo scorporo della rete telefonica dall’ex monopolista è stato proprio l’azionista francese a metterlo nero su bianco nel piano industriale al 2020. L’ad di Tim, Amos Genish, uomo di Bolloré, l’ha rivendicato in un colloquio con il Financial Times ricordando di avere intenzione di ridurre il debito di 24 miliardi e rintrodurre il dividendo in due anni (il ripristino del dividendo dopo quattro anni a bocca asciutta per i soci è una delle richieste di Elliott). Il piano prevede che la rete venga conferita a una società controllata al 100 per cento da Tim. Genish a Les Echos ha detto ieri che è un “imperativo” che Tim “controlli la sua rete”. “Ovunque dove gli operatori non hanno seguito questa strategia (Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda) ciò ha creato rischi inutili per una resa molto debole o nulla”.

 

L’ingresso di Cdp in Tim cambierebbe i piani. Se l’intenzione è quella, riportata già il 19 agosto dalla Stampa, di fare partecipare Open Fiber, controllata da Enel e dalla stessa Cdp, in una nuova società della rete, e se nel frattempo Cdp è azionista di Tim stessa, si tratterebbe di un’operazione di concentrazione che avrebbe l’effetto di “rimonopolizzare” l’accesso alla rete telefonica. Un percorso simile chiamerebbe l’Antitrust e l’Agcom a una valutazione circa la libertà di accesso alla rete per le altre società private, Vodafone e Fastweb, con eventuali rimedi, e controllo sulle dinamiche di prezzo affinché non ricadano in ultima istanza sui consumatori. La “Rete bene comune”, propagandata dal M5s, potrebbe avere un costo più alto di oggi.

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