Perché la Bundesbank non benedice la Grande coalizione Merkel-Schulz

Dopo il sì dell'Spd ai negoziati, rimangono le perplessità per una retromarcia dal rigorismo e per l'idea di un'Europa "macroniana"

23 Gennaio 2018 alle 06:00

Perché la Bundesbank non benedice la Grande coalizione Merkel-Schulz

Jens Weidmann al G7 Finanze di Bari (foto LaPresse)

Roma. La riflessione che suscita il sofferto Sì alla continuazione dei negoziati per la Grande coalizione pronunciato dai delegati della Spd riuniti a Bonn domenica è che il terzo governo tripartito Cdu-Csu-Spd probabilmente si farà, ma non navigherà in acque tranquille come i due precedenti. La Germania non è l’Italia dove sono state presentate 98 liste alle prossime elezioni, ma non è neppure la stessa del 2013. Non solo perché il congresso dei socialdemocratici ha restituito l’immagine di un partito diviso come mai (il sì ha avuto il 56 per cento dei consensi). Non solo perché il segretario Martin Schulz continuerà a sentire sul collo il fiato del suo maggiore oppositore, Kevin Künhert, il 28enne leader dei giovani Spd (Juso) dall’oratoria trascinante; non un Sanders o un Corbyn, piuttosto un Sebastian Kurz di sinistra, di cui sentiremo ancora parlare.

  

E non solo perché la leadership di Angela Merkel appare appannata e i cristiano-democratici sono in cerca di un successore di cui non si vedono i contorni. Martin Schulz, ma per certi versi anche Angela Merkel, sembrano avviarsi a una nuova Grosse Koalition (GroKo), diciamo così,  più per spirito di servizio che per intima convinzione. I media tedeschi hanno registrato oltre alla spaccatura del Partito  socialdemocratico una certa stanchezza dell’opinione pubblica. Diversamente dal 2013 poi la Grande coalizione in fieri non sembra entusiasmare la Bundesbank e una certa parte dell’intellighenzia economica nazionale che forse avrebbero preferito una alleanza più orientata al mercato come quella coi liberali. Ognuno ha vecchi e nuovi nemici con cui fare i conti dunque.

       

Schulz dovrà guardarsi dalla sinistra interna e dalla Linke. Angela Merkel, alla guida di una coalizione che se si farà avrà una maggioranza limitata al 52 per cento, avrà alla sua destra due spine nel fianco, come il partito liberale (Fdp) e Alternative fur Deutscheland. Tutti  infine dovranno prestare attenzione alle mosse del presidente della potente Banca centrale, Jens Weidmann.

      

In due recenti uscite pubbliche Weidmann ha confermato la tradizionale linea del rigore sul fronte interno ed europeo, una linea alla Schäuble che l’accordo preliminare di programma raggiunto dai tre partiti della Grosse Koalition ha invece parzialmente corretto. Weidmann non è un politico, anche se proviene dall’entourage di consiglieri di Angela Merkel. E’ un tecnico puro dagli occhiali trasparenti e i capelli biondi tirati indietro. Ma la Banca centrale che presiede gode di un prestigio assoluto in Germania e ha una grande influenza sull’opinione pubblica. In particolare i piccoli e medi risparmiatori vendono nella BuBa un baluardo a protezione dei loro risparmi dalla sempreverde minaccia dell’inflazione incombente.

  
In una intervista al Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz) Weidmann ha definito la creazione di un “fondo di stabilizzazione anticrisi” all’interno del bilancio europeo – proposta dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Junker e inserita nell’accordo preliminare di programma della Grande Coalizione – “una soluzione in cerca di un problema”. Il fondo di stabilizzazione rappresenterebbe il nucleo di un futuro Fondo monetario europeo gestito dai governi nel quale far confluire l’attuale Fondo salva-stati (Esm), che invece, secondo la Bundesbank, dovrebbe restare separato e su base tecnocratica. Secondo l’editorialista del Financial Times Wolfgang Münchau la corposa sezione europea dell’accordo preliminare per la GroKo segna il passaggio a una più intensa integrazione tra gli stati di segno “macroniano”.

 
Il dissenso della Bundesbank dunque è su un punto molto qualificante del programma. In un dibattito cui partecipava la direttrice del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, Weidmann inoltre ha negato che la Germania debba aumentare il volume della spesa per contribuire a ridurre il suo enorme surplus estero: “Il surplus riflette l’atteggiamento prudente dei risparmiatori tedeschi di fronte ai problemi posti dalla demografia. Non occorre ridurre il livello della spesa, bensì modificare la sua composizione spostando le risorse dai consumi agli investimenti”. Un’affermazione, anche questa, che appare contraddire l’impegno non a spostare ma ad aumentare gli investimenti pubblici in infrastrutture, rispettando il vincolo del bilancio in pareggio, contenuto nell’accordo preliminare di programma.

 
La vulgata dice che Weidmann sia il candidato più accreditato per succedere a Mario Draghi alla presidenza della Banca centrale europea, ma non è chiaro se la sua candidatura sia più una costruzione dei media tedeschi che una espressione della reale volontà del governo di Berlino. Il fatto che la Germania occupi già molte posizioni clou sullo scacchiere europeo, oltre a detenere la sede della Bce, non lo favorisce. Certamente Weidmann è persona troppo onesta e indipendente per dissimulare le sue vere convinzioni sulla base di considerazioni di opportunità contingenti. E in ogni caso non è il solo a mostrare scetticismo per la Grande Coalizione tripartita.  Anche il più keynesiano think tank del paese, la Diw, pur apprezzando i 45 miliardi di investimenti reclamati dal programma, lamenta l’assenza di interventi sul sistema pensionistico che secondo il presidente, Marcel Fratzscher, “continuerà a pesare sulle generazioni future”. Secondo questi critici la GroKo parte senza un vero colpo d’ala.

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