Una maxi procura di Trani

Più che accertare la verità, la commissione d’inchiesta sulle banche ha avuto l’effetto di giocare con la gogna anti finanza, alimentando il fuoco del “complottone”. Controstoria

14 Novembre 2017 alle 13:46

Una maxi procura di Trani

Il magistrato Michele Ruggiero, famoso per le sue inchieste a Trani su ipotetici complotti finanziari contro l'Italia, è stato indicato come consulente della Commissione banche (foto LaPresse)

La commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche compie oggi un salto di qualità perché al “teorema Etruria” e al “teorema veneto” s’aggiunge il “teorema Montepaschi”. Così, dal metodo Trani (inteso come tribunale) si passa al metodo Report (inteso come Milena Gabanelli). Alla gogna dovrebbe finire questa volta non più Matteo Renzi e il “giglio magico”, quanto il Pd già Ds già Pds, già Pci, insomma tutta la filiera che ha governato a Siena facendo il bello e cattivo tempo al Comune, alla Fondazione che dal comune dipende negli uomini e al Monte che ne costituiva il braccio armato (di denari). La banca considerata dalemiana negli anni 90 e in particolare con l’arrivo di Giuseppe Mussari, era in realtà il perno del sistema senese, con le sue tensioni nella finanza rossa e nel suo stesso patronage politico. Non si può dimenticare che nel 2005 a difendere l’autonomia del Montepaschi dalle mire “predatorie” (così venne scritto) della Unipol guidata da Giovanni Consorte furono Giuliano Amato e Franco Bassanini.

 

Non si sono sentite voci da parte delle forze politiche che hanno difeso i banchieri di Veneto e Vicenza. Solo processi sommari ai vigilanti

La gestione della Banca Popolare di Vicenza e della Veneto Banca finite ormai dentro Banca Intesa, sono passate come meteore nel dibattito interno alla commissione che ha rifiutato di convocare sia Gianni Zonin sia Vincenzo Consoli i due “padri-padroni”. Non si sono sentite voci a proposito delle forze politiche che le hanno difese così com’erano. Luca Zaia governatore del Veneto e fiero protettore degli “ignari risparmiatori” prima voleva fonderle sposando un cieco e uno zoppo come disse la Bce, poi intendeva salvare a tutti i costi maritandole con Mps, ma soprattutto protestava con veemenza contro le ispezioni della Banca d’Italia. Il 27 aprile 2014 arringava l’assemblea dei soci di Veneto Banca: “E’ in atto un attacco alla nostra identità e autonomia. Siamo di fronte a una sorta di dittatura finanziaria dettata dal governo di Roma, ma sosterremo fino in fondo la sfida”.

 

Una cosa alla volta. La matassa è già abbastanza aggrovigliata ed è meglio non gettare altre fascine sul fuoco fatuo del “complottone” che ci porta dritti dritti al bersaglio grosso, il più grande di tutti, niente meno che Mario Draghi governatore della Banca d’Italia quando venne fuori che Giuseppe Mussari aveva fatto il passo più lungo della gamba comprando la Antonveneta senza averne i quattrini. Draghi sapeva? E allora perché ha dato il via libera? La legittima domanda non tiene conto di quanto fossero diverse le cose in quel fatidico 2007 e quanto cambieranno ancor più negli anni successivi. Mettere nel mirino la Banca d’Italia e Draghi, così, oggi appare una operazione strumentale e nell’insieme autolesionistica.

 

Il Montepaschi cercava da tempo di convolare a giuste nozze, tanto che, agli inizi del nuovo secolo, Cesare Geronzi allora grande capo della Banca di Roma aveva proposto una fusione con l’istituto senese. La Banca d’Italia guidata da Antonio Fazio era favorevole perché così, tra l’altro, avrebbe ridotto ben sotto il 50 per cento il peso della Fondazione del tutto debordante e contrario anche alle norme di legge. Ma c’era un veto politico: i Ds, i Democratici di sinistra, avrebbero voluto un matrimonio con la Banca Nazionale del Lavoro, opzione che sarebbe riemersa nell’estate del 2005 quando la Unipol tentò la scalata alla Bnl con l’obiettivo di arrivare poi anche al Montepaschi.

 

Alla vigilia del crac mondiale scatta in Italia il grande Risiko. Ma il tempo degli imprimatur era già finito
con Mario Draghi a Bankitalia

La privatizzazione del sistema bancario, in gran parte pubblico fino alla metà degli anni 90, aveva sbloccato la foresta pietrificata, portando alla ribalta il mercato e i suoi attori, sempre più in competizione nient’affatto amichevole con la banca centrale. Proprio Draghi come direttore generale del Tesoro aveva aperto la strada a quel processo. Antonio Fazio è stato l’ultimo esponente della vecchia guardia e nel 2005 ha cercato di difendere il potere discrezionale fino al punto da appoggiare i piani di Gianpiero Fiorani e dell’Unipol per salvare l’italianità della Antonveneta e della Bnl attaccate rispettivamente dagli olandesi di Abn Amro e dai francesi di Paribas. Tra “baci in fronte”, regalini alla famiglia, improvvide telefonate, tutto finì in una pochade. Fazio si dimise. Giulio Tremonti, ministro del Tesoro, varò una nuova legge che limitava il mandato del governatore a sei anni (prima era senza scadenza) e cambiava le regole del gioco. Niente autorizzazione preventiva della banca centrale nel caso di una fusione tra banche né spettava al governatore decidere che cosa, come e quanto comprare. Restava certo la vigilanza, ma entravano in scena con maggiori poteri la Consob e l’antitrust, cioè i guardiani del mercato.

 

Si dice che la crisi del 2007-2010 abbia riportato in auge i salvataggi pubblici, molte banche sono state nazionalizzate nel Regno Unito, in Germania, in Olanda, in Belgio e sono stati messi a carico dei contibuenti ingenti fardelli per salvare depositanti, risparmiatori, azionisti e investitori. E’ vero, ma alla fine la lezione di quel terribile effetto domino è stata del tutto opposta: per la prima volta viene sancito che anche le banche come tutte le imprese economiche possono fallire, anzi debbono fallire per fare chiarezza e pulizia.

 

Alla vigilia del crac mondiale scatta in Italia il grande risiko, innescato nel 2006 dalla fusione tra la Banca Intesa guidata da Giovanni Bazoli e il Banco Sanpaolo di Torino. Una decisione apprezzata dal governo guidato da Romano Prodi e dalla Banca d’Italia governata da Draghi, convinto che sia necessario ridurre il numero delle banche, aprirle il più possibile alla borsa (la riforma delle popolari che verrà realizzata solo nel 2015 dal governo Renzi), favorire la nascita di gruppi bancari in grado di competere sui mercati internazionali. Dopo pochi mesi, alla mossa di Bazoli risponde Cesare Geronzi proponendo ad Alessandro Profumo il matrimonio tra Capitalia e Unicredito. Non è che Draghi sia rimasto alla finestra, anzi ci sono numerosi incontri e conversazioni tra il governatore e i grandi banchieri con l’ansia delle nozze. Fair play, moral suasion, ma niente più imprimatur.

 

Dopo l'acquisto di Antonveneta
è Bankitalia a caldeggiare
le dimissioni di Mussari da Mps.
Lui viene scelto come capo dell'Abi, tra gli applausi

In questo scenario, resta zitello proprio il Montepaschi che forse ha bisogno più di altri di rafforzare la sua struttura. Mussari, del resto, soffriva per una sorta di complesso di inferiorità e con lui anche gli amici politici a Siena e a Roma. Secondo una lettura tutta sua di quegli eventi, l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, sosteneva che Intesa-Sanpaolo era avvenuta sotto l’egida di Prodi, Unicredit-Capitalia grazie a un asse trasversale che va da Massimo D’Alema a Silvio Berlusconi, mentre i senesi mangiavano la polvere. Antonveneta sembra dunque l’ultima spiaggia. Nel 2005 l’istituto dedicato a sant’Antonio di Padova era finito ad Abn-Amro, ma la banca olandese, in grave difficoltà, era stata venduta a pezzi e l’Antonveneta era toccata al Banco di Santander al valore di 6,6 miliardi di euro. Ma gli spagnoli nel 2007 cercano di disfarsene. Si fa avanti Mussari e offre 9 miliardi. La Banca d’Italia chiede se hanno risorse sufficienti. Una domanda retorica con risposta negativa anche perché il crollo del mercato (era già l’autunno 2007) ha dimezzato il valore di borsa. Il conto della spesa, così, è grosso modo il seguente: 9 miliardi e 267 milioni diretti ad Amsterdam, alla Abn Amro e di qui al Santander; 5 miliardi di debiti direttamente alla banca spagnola; 2,6 miliardi in due bonifici passati per Londra alla Abbey National a sua volta collegata al Santander. Altri spiccioli in termini di centinaia di milioni hanno portato l’onere complessivo a ben 17 miliardi, comunque superiori al capitale raccolto tra contanti e prestiti. Che fare?

 

Il 12 gennaio 2008 la pratica approda in Via Nazionale. La legge riduce i poteri discrezionali della banca centrale, alla quale spetta stabilire i requisiti patrimoniali e badare alla stabilità, senza intromettersi nel merito delle operazioni. E a questo criterio si attiene Anna Maria Tarantola, capo della vigilanza che dà l’ok il 17 marzo ritenendo che, nonostante tutto, l’acquisizione sia pienamente sostenibile. Come ha fatto a non capire? “Siamo stati ingannati”, dicono, ed è questa la reazione anche del governatore Ignazio Visco che dal 2011 ha preso il posto di Draghi. Gli gnomi della finanza, tra Siena e Londra, sono stati più abili e spregiudicati. La Banca d’Italia di ispezioni ne ha fatte diverse fin dal 2009. La più lunga e accurata risale all’anno successivo, dall’11 maggio al 6 agosto. Nel verbale, il capo ispettore Vincenzo Cantarella scrive che “l’accertamento, mirato a valutare i rischi finanziari e di liquidità, ha fatto emergere risultanze parzialmente sfavorevoli”. Vengono fatti notare “profili di rischio non adeguatamente controllati” con riferimento alle operazioni in pronti contro termine e swap su Btp, per complessivi 5 miliardi di euro, stipulate con la Nomura e Deutsche Bank. Sono le famigerate Alexandria e Santorini. Il vascello senese arranca, nel 2009 chiede 1,9 miliardi di Tremonti bond, le speciali obbligazioni sottoscritte dal Tesoro, ma non bastano. La guerra dello spread darà poi il colpo finale.

 

In una indagine "pro veritate" non si può prescindere dal ruolo mutato
di Bankitalia e dalla prevalenza
della vigilanza europea

E’ la Banca d’Italia nel 2012 a invitare alle dimissioni Mussari il quale, tuttavia, viene eletto con tutti gli onori presidente dell’Assobancaria. Si dimetterà un anno dopo e finirà sotto processo. Perché Alessandro Profumo, arrivato al Montepaschi, scoperchia il pentolone, cominciando dai contratti derivati che hanno provocato ingenti perdite e sui quali hanno fatto una bella cresta gli gnomi che li hanno sottoscritti. Ma il vero calderone nel quale l’intera Siena bolle e ribolle riguarda i prestiti concessi a pioggia. Ci sono oltre 40 miliardi di euro ad alto rischio, molti dei quali irrecuperabili. Sono loro l’equivalente italiano dei subprime, neanche Profumo è riuscito a smaltirli e alla fine ha gettato la spugna. Mentre nel frattempo è stato introdotto il bail-in e la Banca d’Italia ha passato alla Bce la torcia della vigilanza sulle aziende creditizie che fanno parte dell’Unione bancaria. La commissione parlamentare dichiara di voler chiarezza, finora in realtà si è concentrata su un unico capro espiatorio. Aspettiamo le prossime puntate.

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Commenti all'articolo

  • ANIWAY75

    14 Novembre 2017 - 16:04

    Per favore, vorrei che il Foglio facesse una campagna di stampa per un'ampia discussione su questo argomento: La magistratura DEVE dimostrare di essere efficiente e dunque non è possibile che la maggior parte dei processi finiscano in NULLA !!!

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