Quei costi fissi che fanno lievitare i prezzi dell'elettricità

Tra il mercato all'ingrosso e quello finale si viaggia a due velocità. In mezzo incentivi alle rinnovabili, decommissioning e imposte che pesano per il 50 per cento delle bollette. Parola di Bortoni 

4 Ottobre 2017 alle 20:44

Quei costi fissi che fanno lievitare le bollette elettriche

Guido Bortoni. Foto LaPresse/Piero Cruciatti

Incentivi alle rinnovabili per 13,6 miliardi di euro, costi di smantellamento del nucleare ma anche bonus elettrico e sgravi per gli energivori sono alcune delle componenti fiscali che pesano per circa il 50 per cento della bolletta elettrica italiana. Il dato non è inedito ma oggi ne ha sottolineato la gravosità per i consumatori anche il presidente dell'Autorità per l'energia elettrica e il gas, Guido Bortoni, presentando alla Camera la relazione annuale sull'attività svolta. Nel descrivere lo stato del sistema, Bortoni ha fatto esplicito riferimento al “gap rilevante tra i prezzi pagati dai consumatori finali nei mercati al dettaglio ed i corsi delle relative commodity sui mercati all’ingrosso” nel settore elettrico, definendolo un “segno preoccupante di veri e propri mercati a due velocità”.

  

Considerando l'incidenza sul prezzo finale, il sistema italiano degli oneri di sistema, sommato alle imposte, è il più caro d'Europa dopo la Germania. E contribuisce a gravare sui costi delle bollette dell'industria nazionale, che finisce per pagare il 20 per cento in più rispetto alla media europea. Eppure questo non è il peggior dato di sempre, se si pensa che nel 2012 il differenziale italiano era pari al 30 per cento. Diverso è per le famiglie con consumi medio-bassi e per chi resta al di sotto dei 2.500 kWh/anno, cioè il 74 per cento dei clienti domestici italiani, che a parità di costi fissi in bolletta affrontano una spesa elettrica al di sotto della media europea. Tuttavia neppure i consumatori domestici hanno percepito il ribasso dei prezzi avuto sui mercati all'ingrosso dell'energia, che l'anno scorso ha raggiunto il minimo storico di 42,78 €/Mwh (-18,2 per cento rispetto al 2015). 

  

Il problema, come si diceva, non è nuovo. Ma lo stesso Bortoni, ormai prossimo ad abbandonare il suo ruolo di presidente dell'Autority, il cui consiglio cambierà a febbraio prossimo, ha suggerito di pensare a una gestione parafiscale degli oneri, invece di far convergere tutto in una componente del prezzo dell'energia elettrica: “Avremmo un avvicinamento dei prezzi dall'ingrosso al dettaglio e un miglior funzionamento della concorrenza a livello retail”, ha detto. Un passaggio che potrebbe agevolare il prossimo cambio di paradigma che si avrà con la liberalizzazione del mercato, che sarà in vigore dopo molti rinvii dal primo luglio 2019. In quel momento sarà utile per i consumatori avere chiaro quanto pagano per la materia prima, per le imposte fiscali e per gli altri elementi che da anni finanziano, quando tutti i clienti finali dovranno abbandonare il regime di maggior tutela, cioè la tariffa garantita dall'Autorità, per scegliere un'offerta in regime di libera concorrenza. 

 

Si tratta di un cambiamento che riguarderà il 65,6 per cento dei clienti domestici, cioè tutti quelli ancora sul mercato tutelato, mentre il 34,4 per cento ha scelto già oggi il mercato libero. Intanto aumentano i venditori di energia elettrica sul mercato libero (542 lo scorso anno) ma Enel resta saldamente il primo per quota di mercato (e anzi cresce, toccando il 35,3 per cento). A debita distanza c'è Edison, con il 4,7 per cento e Eni, fermo al 4,3 per cento del mercato. Un dato positivo, in vista del fatidico debutto dei clienti sul mercato libero è il tasso di fornitori cambiati l'anno scorso, in aumento rispetto agli anni scorsi: oltre 3,7 milioni di clienti (184 mila in più del 2015), il 10,1% del totale.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi