La facciata di Palazzo Chigi con le bandiere di Francia, Italia e Ue

Vitalizi? No. Il vero costo della politica è il pubblico in economia

Claudio Cerasa

Fincantieri, Atac, l’acqua. L’imbarazzo del settore pubblico di fronte al tema “efficienza” è il grande deficit italiano. Storia di un pezzo di paese cruciale dove le logiche clientelari battono quelle di mercato

Immaginiamo per un attimo di scambiarci i ruoli. Immaginiamo per un attimo di essere “noi” la Francia e “loro” l’Italia. Immaginiamo per un attimo di ricevere in tempo reale, noi francesi, un’agile rassegna stampa relativa ai principali dossier economici che negli ultimi mesi hanno appassionato e diviso l’Italia. Immaginiamo tutto questo e iniziamo a sfogliare insieme la rassegna per capire bene dove vogliamo arrivare. Troveremo l’allarme sul caso della gestione idrica. Troveremo l’allarme sul caso della gestione della spazzatura. Troveremo l’allarme sul caso della gestione della rete telefonica. Troveremo l’allarme sul caso della gestione del trasporto pubblico locale. Troveremo l’allarme sul caso della gestione della Rai. Troveremo l’allarme sulla gestione del caso Alitalia. Troveremo l’allarme sulla gestione del caso Fincantieri. Troveremo più o meno in ogni storia legata al cattivo funzionamento delle nostre dinamiche di mercato una spia grande come una casa che costantemente è lì a segnalarci un problema che molti osservatori fanno finta di non vedere e che invece è lì bello di fronte a noi: la difficoltà estrema con cui il settore pubblico italiano si relaziona quotidianamente con la parola efficienza. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, commentando la scelta del governo francese di non concedere a un’azienda posseduta dallo stato italiano il controllo di un’azienda strategica francese, ha detto di considerare “inaccettabile” e “incomprensibile” la decisione di Emmanuel Macron di non affidare la guida di Stx-France alla nostra Fincantieri. Padoan può avere le sue ragioni a considerare la scelta di Macron politicamente “inaccettabile” ma se il ministro dell’Economia ci seguirà nel nostro ragionamento capirà che, come abbiamo provato a spiegare già ieri sul nostro giornale, la scelta di non considerare del tutto affidabile alcune aziende controllate dello stato, soprattutto quelle che si muovono non in regime di monopolio, non è affatto incomprensibile, ed è anzi la spia di un problema gigantesco con il quale la politica dovrebbe cominciare a fare i conti: l’incapacità di ribellarsi a una particolare forma di sovranismo economico, che porta il nostro paese a tenere in ostaggio della nostra politica alcune aziende che potrebbero risorgere e diventare improvvisamente competitive se solo fossero guidate più con logiche di mercato che con logiche clientelari.

 

 

Nell’estate dei dibattiti francamente ridicoli sui costi della politica sarebbe stato lecito aspettarsi qualche ragionamento in più non tanto sui costi della politica, intesi come vitalizi, che non sono un costo della politica ma sono un costo della democrazia, quanto sui costi della politica intesi come il prezzo eccessivo pagato dal nostro paese per una cattiva gestione di alcune aziende che oggi si trovano sciaguratamente in mano alla politica. La cattiva gestione da parte della politica e dei vari governi di un’eccellenza italiana come Fincantieri – tra il 2010 e il 2015 Fincantieri, controllata al 72 per cento dallo stato tramite Cdp, ha dissipato circa 600 milioni di euro derivati da due aumenti di capitale consecutivi fatti nel giro di quattro anni, ha fatto crollare il suo patrimonio netto da un miliardo e mezzo a un miliardo e due e il suo debito oggi è pari a circa 600 milioni di euro – non può che aver contribuito a dissuadere il governo francese dall’affidare all’Italia un’azienda strategica come Stx-France. E se il governo italiano avesse davvero la forza di comportarsi fino in fondo da vero e virtuoso azionista dovrebbe fare quello che chiede di fare alla Francia con la sua azienda strategica: far scendere la sua quota di controllo in Fincantieri sotto il 50 per cento e privatizzare di fatto uno dei complessi cantieristici navali più importanti d’Europa.

 

Nulla di tutto questo purtroppo accadrà e l’Italia, chissà ancora per quanto tempo, continuerà a fare finta di nulla di fronte al problema dei problemi: la presenza oppressiva dello stato, e del pubblico, nell’ambito dell’economia di mercato e la contemporanea incapacità dello stato, e del pubblico, a sostenere tutte le politiche necessarie per ampliare quanto più possibile i perimetri della concorrenza. Vale per il caso Fincantieri (privatizziamola e facciamola finita). Vale per il caso Telecom (l’uscita milionaria di Cattaneo da Tim ha molte ragioni, non ultima quella legata alla battaglia feroce nata tra il governo e l’azienda rispetto a un bando relativo ai contributi erogati dallo stato per le aree a fallimento di mercato, bando che rischiava di saltare a causa di una guerra legale combattuta senza colpi di fioretto tra Tim ed Enel, altra azienda pubblica, ben più virtuosa di Fincantieri). Vale per il caso Alitalia (a fine anno c’è da scommettere che i partiti di governo decideranno di nazionalizzare Alitalia per non dover affrontare in campagna elettorale una dolorosa partita legata agli esuberi a cui sarebbe sottoposta la compagnia di bandiera in caso di acquisto della società da parte di un privato). Ma vale naturalmente per tutto quello che sta succedendo in questi giorni nella capitale d’Italia.

 

 

Immaginiamo per un attimo di essere “noi” la Francia e “loro” l’Italia e proviamo a seguire quello che sta succedendo a Roma, dove da poco più di un anno coloro che si candidano a essere un giorno l’alternativa di governo al centrodestra e al centrosinistra si stanno facendo apprezzare nel mondo, e probabilmente anche in Francia, per una serie di episodi che vale la pena riportare nel dettaglio. Da una parte c’è la storia di Atac, che poi è molto simile alla storia di Ama, dove il comune di Roma è socio al cento per cento. Dall’altra parte c’è la storia di Acea, dove il comune di Roma è socio al 51 per cento. In Atac, un’azienda distrutta dai debiti e dalla inefficienza, il comune di Roma ha cambiato due direttori generali nel giro di dieci mesi. Il primo direttore generale si è dimesso il primo settembre 2016, si chiama Marco Rettighieri, ed è scappato accusando l’azionista di maggioranza di Atac, ovvero il comune, ovvero la Raggi, ovvero il simbolo del buon governo grillino, di aver agito pensando poco alle dinamiche di mercato e molto alle dinamiche clientelari. “Le mie dimissioni sono motivate dal fatto – disse Rettighieri – che c’è stata una forte ingerenza che non mi ha fatto piacere. Un assessore, Meleo, ha scritto una lettera a me indirizzata in cui si intromette negli affari di una società seppur partecipata. La politica che si intromette in una società non mi sembra una cosa da fare. E’ stata una palese violazione delle regole di buonsenso ed è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso”. Dieci mesi dopo il suo sostituto, Bruno Rota, si dimette da direttore generale per le stesse ragioni: poca attenzione alle dinamiche di mercato e molta attenzione alle dinamiche clientelari. E’ successo ieri ed è successo circa un anno dopo che il sindaco di Roma, ovvero la Raggi, ovvero il simbolo del buon governo grillino, ovvero la possibile alternativa un domani all’attuale sistema di governo, aveva risposto con un secco no a una richiesta arrivata da una grande azienda pubblica italiana, le Ferrovie dello Stato, grazie al cielo non gestite come Fincantieri, che aveva proposto a Virginia Raggi, proprio dalle pagine del nostro giornale, di proseguire un ragionamento cominciato con il sindaco precedente, Ignazio Marino: privatizzare l’Atac e venderla alle Ferrovie dello Stato. Virginia Raggi rispose dicendo che l’Atac è “un fiore all’occhiello”, che è un bene pubblico, che può essere valorizzato, che può essere risanato, e un anno dopo si ritrova nella situazione che vediamo tutti: un’azienda colabrodo, sommersa dai debiti e dalle inefficienze (1.350 milioni di debito totale, con 325 milioni di debiti verso fornitori), dove l’azionista di maggioranza mette in fuga chiunque tenti di ragionare più con i criteri del mercato che con i criteri della politica.

 

Altro giro e altra corsa, e si arriva al caso Acea, e si arriva al caso dell’acqua, e si arriva al caso della gestione idrica di Roma. In duemila anni di storia non era mai successo che a Roma si materializzasse un’emergenza acqua ma proprio nei mesi in cui al governo della città si trova colei che rappresenta il modello di buon governo grillino succede quello che abbiamo visto tutti: un piccolo problema di gestione idrico si trasforma in un’emergenza nazionale e l’azionista di maggioranza dell’azienda, ovvero la Raggi, che in teoria dovrebbe occuparsi della gestione idrica della città, per mesi e mesi sceglie di valutare come unico provvedimento per rendere più efficiente la distribuzione d’acqua nella Capitale d’Italia la chiusura delle fontanelle, che messe insieme rappresentano appena l’uno per cento della dispersione idrica nella città.

 

 

E anche a causa della, diciamo così, incapacità del comune di Roma succede quello che abbiamo visto tutti: un problema risolvibile (l’efficientamento della distribuzione di acqua a Roma) diventa quasi irrisolvibile e ciò che poteva essere risolto mesi fa con un intervento tempestivo viene risolto all’ultimo secondo grazie a un intervento del governo, della Protezione civile e della regione Lazio (ieri la regione ha autorizzato in via straordinaria e per un tempo limitato i prelievi dal famoso lago di Bracciano). E tutto questo, a proposito di Macron, di fronte agli occhi probabilmente sbigottiti del primo azionista privato di Acea, che il caso vuole che sia una public company francese, Suez, che in Acea oggi ha il 23 per cento, che ha visto in presa diretta quello che è successo negli ultimi mesi a Roma. Un management che funzionava bene cambiato solo per logiche legate alla politica. Una serie di downgrade subiti dall’azienda in primavera a causa del reiterato rinvio del piano industriale. Un pasticcio sulla gestione dell’emergenza acqua (che tanto emergenza non era) che ha portato Acea a perdere il 3 per cento del valore delle sue azioni nell’arco di una settimana. Il caso romano è un caso clamoroso ma purtroppo non è un caso isolato e anche in Francia purtroppo non sarà passato inosservato un paper piccolo ma importante pubblicato un anno fa dalla Commissione europea. Un paper dedicato a un tema cruciale: che prova dà lo stato, a livello locale e a livello municipale, quando è costretto a comportarsi da imprenditore. Il quadro offerto sull’Italia non è incoraggiante. “In Italia – appuntano due importanti funzionari della Commissione, Vassilis Karantounias e Dino Pinelli – vi è una partecipazione multiforme dello Stato all’interno dell’economia per ragioni diverse l’una dall’altra e senza un orientamento chiaro”. E i punti di sofferenza individuati nell’analisi sono questi: “mancanza di concorrenza, interventi politici”.

 

In particolare, scrivono i due analisti, in queste realtà “gli interventi politici hanno un impatto negativo sulle prestazioni economiche degli enti locali, sia per quanto riguarda il rendimento del capitale sia per quanto riguarda il ritorno all’investimento”. Il messaggio è chiaro. Il modello di governo esercitato oggi dalla politica nell’ambito delle aziende controllate dallo stato e dai comuni non funziona bene e il modello di gestione del pubblico incarnato da quella che è l’alternativa vera al centrodestra e al centrosinistra funziona ancora peggio dei modelli passati. E se a tutto questo aggiungiamo il modo scellerato con cui lo stato, attraverso la magistratura, detta spesso i tempi al mercato – pensate per esempio alla discrezionalità incredibile con cui un pm può far partire un’indagine per disastro ambientale (la regione Lazio era stata costretta a sospendere i prelievi dal lago di Bracciano anche per paura di doversi ritrovare a fare i conti con un’indagine per disastro ambientale, a causa tra l’altro di altrui responsabilità) – non è difficile rispondere al ministro Padoan: caro ministro, la Francia che diffida del modo in cui l’Italia gestisce a vario titolo le sue aziende è forse inaccettabile ma non è del tutto incomprensibile, diciamo. Faccia una bella cosa, caro ministro. Quando martedì incontrerà il ministro dell’Economia francese per tentare di riaprire la partita di Fincantieri in Francia prometta una cosa: lo stato italiano, pur di avere la maggioranza di una società a cui tiene molto, è disposto a rendere più efficiente le aziende che controlla. Privatizzi Fincantieri, caro ministro, e vedrà che il resto verrà da sé.

Di più su questi argomenti:
  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.