La stagnazione secolare è colpa della politica e non del mercato

Marco Valerio Lo Prete
La “stagnazione secolare” è quella condizione di crescita nulla o impercettibile che caratterizza, secondo alcuni economisti, tanti paesi di antica industrializzazione, a partire da Stati Uniti ed Europa.

Roma. La “stagnazione secolare” è quella condizione di crescita nulla o impercettibile che caratterizza, secondo alcuni economisti, tanti paesi di antica industrializzazione, a partire da Stati Uniti ed Europa. I suoi teorici, tra cui l’ex segretario al Tesoro americano Larry Summers, riconducono tale stagnazione a un concorso di cause: la demografia declinante, la diseguaglianza di redditi crescente, il tasso di risparmio che supera quello d’investimento e altro ancora. La soluzione, secondo loro, prevede che lo stato debba scendere in campo con più vigore, supplire alla ritrosia degli operatori di mercato (persone o imprese), investire di più in infrastrutture e in educazione. Tout se tient.

 

Poi però David Plouffe, numero due di Uber, scrive qui sopra che “la tecnologia corre veloce, solo sei anni fa per esempio un iPhone non avrebbe potuto sostenere un’app come Uber”, e invece “le riforme delle regole sono state molto più lente”. Allora sorge un dubbio: e se la stagnazione secolare non fosse quella del mercato, ma quella che immobilizza le nostre strutture statuali e amministrative, da decenni uguali a se stesse, specie in Europa? In Italia, per dire, abbiamo ancora meccanismi di welfare vecchi di decenni come la cassintegrazione. E nessuno che si chieda se questa difficoltà di trasformazione delle istituzioni – moltiplicata per i mille campi in cui si registra e crea attriti con gli animal spirits – contribuisca o meno a frenare la ripresa.

 

Nel mondo anglosassone, dove più si è sviluppato il dibattito sulla “stagnazione secolare” dell’economia, specie per l’insistenza di economisti liberal, s’intravvedono adesso opinioni di segno contrarian e libertario sulla “stagnazione secolare” indotta dalle burocrazione statali.

 

Mohamed El-Arian, già columnist del Financial Times e capoeconomista globale di Allianz, ha scritto sull’Huffington Post che “una delle sfide più difficili per i governi occidentali, oggi, è quella di consentire e governare le forze trasformative dell’innovazione tecnologica”. I governi “non avranno successo a meno che non diventeranno più aperti alla distruzione creatrice, consentendo l’aggiornamento non solo di strumenti e procedure, ma anche di mentalità”. Se la californiana Uber è definita una app “disrputor” – distruttrice dei monopoli e degli equilibri di un settore – El-Arian esorta lo stato a essere almeno un po’ “self-disruptor”. La sua tesi è che sistemi politico-amministrativi “disegnati per resistere a cambiamenti rapidi e profondi” funzionano bene quando “l’economia e la politica seguono un andamento ciclico”, arrancano invece di fronte a “sfide strutturali ed epocali”. Non è una riedizione di pubblico vs. privato, visto che per El-Arian anche gli attuali interessi economici costituiti tendono a uccidere nella culla molte innovazioni.

 

[**Video_box_2**]Kevin D. Williamson, sulla National Review, ha sollevato lo stesso tema tema partendo da un articolo pubblicato nel 1985 in cui il New York Times presagiva che gli allora nascenti computer portatili non avrebbero mai avuto successo. Una tesi perfettamente difendibile, in quel tempo. “Il futuro è, e sempre sarà, non conoscibile. Il futuro non è un paese straniero, ma un pianeta alieno”, scrive Williamson, sottolineando così che i teorici della stagnazione secolare dell’economia sottovalutano gli effetti imprevedibili dell’innovazione su produttività e crescita. “Noi presumiamo ora che la tecnologia cambierà. E anzi, lo vogliamo – osserva Williamson – D’altra parte invece la Social Security americana aveva senso nella situazione demografica del 1935. Oggi è obsoleta come quei portatili troppo ingombranti che il New York Times irrideva. Ma siamo impantanati in questo welfare perché non esiste sufficiente evoluzione nei piani della politica. I programmi pubblici non si estinguono mai”. Conclusione: “Ridiamo delle tecnologie degli anni 80, ma poi usiamo uno schema pensionistico degli anni 30 e un modello di educazione pubblica originario del diciannovesimo secolo”. E’ la stagnazione burocratico-amministrativa al potere. In Italia ne sappiamo qualcosa.

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