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in libreria

“La mano mozza” di Blaise Cendrars

Marco Archetti

Campane a morto per la civiltà umana in un mémoir che è pieno di vita

Primavera 1916. Parigi, esterno giorno. Un uomo spunta in fondo alla strada. Cammina incerto, una sigaretta appiccicata alle labbra. L’ospedale militare l’ha sbattuto fuori da qualche settimana e adesso è senza casa, in miseria nera. Qualcuno ogni tanto gli offre da bere, ma mai da mangiare. E’ svizzero. Ha fatto la guerra, si è arruolato volontario nell’esercito francese e dalla Francia ha ottenuto cittadinanza. Per la prima volta nella sua vita ha una mano sola. Un braccio solo. Li ha persi entrambi sul campo, per una sventagliata di mitragliatrice. Ma non ci pensa spesso, non è quel tipo d’uomo. Anzi, un po’ se la ride quando immagina che, se dovessero mai essere stati sepolti, casomai qualcuno (ma chi?) si fosse dato la pena di sotterrarli, dovrebbero starsene proprio là, “sulla strada che da Arras porta a Verdun”, Anche se è più probabile che si siano persi e basta, “in qualche carnaio insieme con altri resti, spoglie o interiora”. L’uomo entra nel forno della Samaritaine, il più fornito di Parigi. E chiede di Sophie. Gli si presenta una ragazza rossa di capelli. Mentre lo squadra, lui le dice: “Ero in guerra con Coquoz. Sono io quello che l’ha fatto tornare dai genitori. Era un ragazzino, non aveva l’età per combattere. Te le ho scritte io, le sue lettere d’amore. Tutte”. La ragazza lo guarda e gli fa: “Non ho più notizie di lui. Ma tu come ti chiami?”

L’uomo con un braccio solo dice di chiamarsi Frédéric-Louis Sauser. Diventerà prestissimo una leggenda, col nome di Blaise Cendrars. Poi di anni ne passeranno venticinque prima che si decida a rievocare questo e altri episodi nel romanzo che lo renderà celebre, romanzo che non possiamo chiamare romanzo e forse nemmeno mémoir. Chiamiamolo piuttosto incubo vero, oppure vita che parla in prima persona, tutto – tutto – ma non documento, che fa catasto letterario, e non siamo in quegli aridi dintorni, al contrario. I lettori francesi prima, e quelli di tutto il mondo poi, lo conosceranno come La main coupée, "La mano mozza". Einaudi, nella prestigiosa collana Letture (328 pp., 22 euro), lo riporta ora in libreria.

Scrittore, saggista, poeta, fannullone, uomo d’affari, animatore di avanguardie, avventuriero, trafficante, guidatore folle di Alfa Romeo, marinaio, rissaiolo, prestigiatore dilettante e fondatore di riviste culturali (uno che a sessant’anni dichiarerà di avere piani per ancora una dozzina di libri), Blaise Cendrars imparerà a scrivere con la mano sinistra proprio come il pianista Paul Wittgenstein, fratello del filosofo, continuerà anche senza il braccio destro, perso in guerra, a suonare e a esibirsi – Ravel scriverà per lui il Concerto per la mano sinistra.

Blaise Cendrars i concerti se li scriverà da sé. Le sue pagine suonano e risuonano, quelle de La mano mozza sono campane a morto per la civiltà umana, vista sprofondare nell’abiezione e nel vuoto. “La guerra non è per niente bella, e per quanto ne può vedere uno che v’è immischiato dentro – uomo sperduto, matricola fra milioni d’altre – è fin troppo stupida e non sembra obbedire a nessun piano d’insieme ma al caso. Ci si butta, si cade, si crepa, ci si rialza, si marcia e si ricomincia”. Ma alla fine, ci dice, sono sempre sconfitti anche i grandi condottieri, figurarsi i piccoli uomini, i numeri. Figurarsi quelli come Rossi, il gigante “che mangiava per quattro”, il Maciste da baraccone. Figurarsi i Robert Belessort e i Ségouâna, posseduti come malati “dall’idea fissa di andarsene”, ma che ammettono candidamente “è la prima volta che sparo a sangue freddo a un uomo”, del resto che vuoi, la licenza uno se la deve pur guadagnare.

“E noi marciavamo. E noi crepavamo,” scrive Cendrars, e suona note gravi, l’assolo tremendo dell’uomo ungarettiano, dell’insonne da trincea, del povero Cristo irrimediabilmente solo, come un accattone sulla soglia del mondo mentre il mondo salta in aria sempre altrove – lì, dove l’uomo solo arranca, soffre, “invischiato e spalmato di merda da capo a piedi”, non si sa cosa pensare, cosa fare, quasi non si esiste. La mano mozza è un libro tragico, infernale, che viaggia al termine di quasi tutto e le suona anche a Dio. Ma è pieno di vita: vita ovunque, lurida e sacra.

 

 

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