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Blaise Cendrars

Sì, si può dedurre molto su Cendrars studiando la sua fisionomia. Probabilmente è stato fotografato più di qualsiasi altro scrittore contemporaneo. Inoltre, un gran numero di artisti famosi gli ha fatto schizzi e ritratti, compresi Modigliani, Apollinaire, Léger. Sfogliate le pagine dei due libri ai quali ho accennato, quelli di Levèsque e di Parrot, e date una buona occhiata alla “gueule” che Cendrars ha presentato al mondo in mille stati d’animo diversi. Alcune vi faranno piangere, altre sono quasi allucinanti.

di Henry Miller

30 Novembre 1999 alle 00:00

Sì, si può dedurre molto su Cendrars studiando la sua fisionomia. Probabilmente è stato fotografato più di qualsiasi altro scrittore contemporaneo. Inoltre, un gran numero di artisti famosi gli ha fatto schizzi e ritratti, compresi Modigliani, Apollinaire, Léger. Sfogliate le pagine dei due libri ai quali ho accennato, quelli di Levèsque e di Parrot, e date una buona occhiata alla “gueule” che Cendrars ha presentato al mondo in mille stati d’animo diversi. Alcune vi faranno piangere, altre sono quasi allucinanti. C’è una fotografia in uniforme, fatta ai tempi della Legione Straniera, quand’era caporale. La mano sinistra che tiene una cicca che gli brucia le dita, sporge da sotto il mantello; è una mano così espressiva, così eloquente, che a chi non sa la storia del braccio mancante, la racconta. È con quella sensibile e potente mano sinistra che Cendrars ha scritto la maggior parte dei suoi libri, ha firmato innumerevoli lettere e cartoline, si è rasato, si è lavato, ha guidato la sua veloce Alfa Romeo attraverso i luoghi più pericolosi; è con quella mano sinistra che si è aperto la strada nella giungla, aperto la strada a pugni nelle risse, si è difeso, ha sparato a uomini e animali, ha battuto sulla schiena ai suoi copains, ha accolto con una calda stretta un amico e ha accarezzato le donne e gli animali che ha amato.

C’è un’altra fotografia, fatta nel 1921, quando lavorava con Abel Gance nel film intitolato “La roue”, con l’eterna sigaretta appiccicata alle labbra, un dente che manca, un gran berrettone a scacchi di sghimbescio sopra un orecchio. L’espressione della sua faccia è alla Dostoevskij. Sulla pagina di fronte, c’è una fotografia fatta da Raymone nel 1924, quando lavorava a l’Or (“Sutter’s Gold”). Sta in piedi, a gambe divaricate, la sinistra infilata nelle tasche dei calzoni ciondolanti, un mégot tra le labbra, come sempre. In questa foto sembra un sano, impudente contadino di origine slava. Ha un bagliore di sfida negli occhi, una specie di défiance sincera e bonaria. “ Va’ a farti fottere, Jack, sto bene... e tu?”. Ecco che cosa fa pensare quello sguardo. Un’altra, fatta con Levèsque a Tremblay-sur-Maulne, nel 1926, lo ritrae nella piena maturità. Sembra al culmine della sua prestanza fisica; emana salute, gioia, vitalità. Nel 1928 abbiamo la foto che è stata stampata in migliaia di copie. È Cendrars del periodo sudamericano, con un aspetto sano, quasi lisciato, ben vestito, con la capoccia ricoperta da un’elegante lobbia dalla morbida tesa rivoltata all’insù.

Ha negli occhi uno sguardo bruciante, distaccato
, come se fosse appena tornato dall’Antartide. Credo che in questo periodo scriveva, o aveva appena finito, Dan Jack, del quale soltanto la prima metà è stata pubblicata tradotta da un editore inglese. Ma é nel 1944 che scorgiamo qualcosa del vieux légionnaire, foto di Chardon Cavaillon. Qui ricorda Victor McLaglen nel ruolo principale in “The Informer”. Questo è il periodo de “L’homme foudroyé”, per me uno dei suoi migliori libri. Qui è l’uomo terreno completamente sviluppato composto di molti strati ricchi... fannullone, vagabondo, barbone, trafficante, impiccione, picchiatore, avventuriero, marinaio, soldato, bullo, l’uomo delle mille e una amare esperienze che non andava mai sotto, ma maturava, maturava, maturava. Un homme, quoi! Ci sono due fotografie fatte nel 1946, a Aix-en-Provence, che ci danno tenere, commoventi immagini di lui. Una, nella quale sta appoggiato a una palizzata, lo ritrae circondato dai monelli della zona: sta insegnando loro alcuni trucchi di prestidigitazione. L’altra lo coglie mentre cammina in una vecchia strada ombrosa dalle piacevoli curve. Il suo sguardo è meditabondo, se non triste. È una bella fotografia, odorosa dell’atmosfera del Midi.

Si cammina con lui, in atteggiamento pensoso, zittiti dagli inafferrabili pensieri che lo avviluppano... Mi costringo a tirare le redini. Potrei continuare all'infinito sugli aspetti fisionomici di quest’uomo. È una grinta che non si riesce a dimenticare. È umana, ecco che cos’è. Umana come le facce cinesi, facce egiziane, cretesi, etrusche. Molte cose sono state dette contro questo scrittore... che i suoi libri sono cinematici nello stile, che sono sensazionali, che esagera e deforma à outrance, che è prolisso e verboso, che manca di ogni senso della forma, che è troppo realista oppure che i suoi racconti sono troppo incredibili, e così via, all’infinito. Prese nell’insieme, a dire il vero, c’è un briciolo di verità in queste accuse, ma ricordiamolo bene: soltanto un briciolo! Riflettono l’opinione del critico pagato, dell’accademico, del romanziere frustrato. Ma supponiamo per un momento di accettarle per quel che valgono. Reggono? Prendiamo per esempio la sua tecnica cinematica. Bene, non viviamo nell’èra del cinema?

Questo periodo della storia non è più fantastico, più “incredibile”
del suo simulacrum che vediamo svolgersi sullo schermo? In quanto al suo sensazionalismo, abbiamo dimenticato Gilles de Rais, il Marquis de Sade, le Memorie di Casanova? In quanto a iperbole: e Pindaro? In quanto a prolissità e verbosità: e Proust e Jules Romains? In quanto a esagerazione e deformazione: e Rabelais, Swift, Céline, per nominare una trinità anomala? Cendrars ha detto ben chiaro che l’unico maestro, l’unico modello è la vita stessa. Quel che uno scrittore impara da Cendrars è a seguire il proprio naso, a obbedire ai dettami della vita, a non adorare altro dio che la vita. Alcuni interpreti sostengono che Cendrars intende dire “la vita pericolosa”. Non credo che Cendrars la limiterebbe così. Intende la vita pura e semplice, in tutti i suoi aspetti, in tutte le sue ramificazioni, i suoi labirinti, tentazioni, rischi e il resto. Se è un avventuriero, è avventuriero in tutti i campi della vita. Quel che lo interessa, è ogni fase della vita. Gli argomenti che ha toccato, i temi che ha seguito, sono enciclopedici. Un altro segno di “emancipazione”, questo totale assorbimento della miriade di manifestazioni della vita.

Spesso è quando sembra più “realistico”
, per esempio, che tende a premere tutti i pedali dell’organo. Il realista è un’anima scarna. Vede quel che ha davanti, come un cavallo col paraocchi. La visione di Cendrars è perpetuamente aperta, è quasi come se avesse un occhio in più fissato nella testa, una vetrata aperta a tutti i raggi cosmici. Un uomo simile, si può esserne certi, non completerà mai il suo lavoro sulla vita, perché la vita sarà sempre di un passo avanti a lui. Inoltre, la vita non conosce conclusione e Cendrars è tutt’uno con la vita. Un articolo di Pierre de Latil ne La Gazette des Lettres, Parigi, 6 agosto 1949, informa che Cendrars ha progettato una dozzina e più di libri che scriverà nei prossimi anni. È un programma sbalorditivo, considerando il fatto che Cendrars ha passato i sessant’anni, che non ha segretari, che scrive con la sinistra, che sotto sotto è irrequieto, sempre desideroso di salpare per vedere ancora il mondo, che detesta scrivere e che considera il proprio lavoro come lavori forzati. Lavora a quattro o cinque libri contemporaneamente. Li finirà tutti, ne sono certo. Spero soltanto di poter vivere per leggere la trilogia di “les souvenirs humains”, chiamata Archives de ma tour d’ivoire e Vie des hommes obscurs. In particolare quest’ultimo... Ho lungamente meditato sulla confessata insonnia di Cendrars.

L’attribuisce alla sua vita in trincea, se ben ricordo.
Senza dubbio vero, immagino, ma sostengo che ci sono ragioni più profonde. A ogni modo, quel che voglio far notare è che sembra esservi un rapporto tra la sua fecondità e la sua insonnia. Per l’individuo normale, il sonno è il riposo. Gli individui eccezionali (santi, guru, inventori, capi, uomini d’affari e certi tipi di pazzi) si accontentano di dormire molto poco. Evidentemente, hanno altri mezzi per ristorare il loro potenziale dinamico. Alcuni uomini, soltanto variando il genere, possono continuare a lavorare senza quasi dormire. Altri, come lo yogi e il guru, diventando sempre più coscienti e perciò sempre più vivi, virtualmente si emancipano dall’esigenza del sonno. (Perché dormire se lo scopo della vita è godere pienamente delle cose?) In Cendrars, ho la sensazione che passando dalla vita attiva allo scrivere, e viceversa, si ricostituisce. Una semplice supposizione da parte mia.

Altrimenti non saprei spiegare come può bruciare la candela da tutti e due i lati
senza consumarsi. Cendrars dice, non so dove, di discendere da una stirpe di longevi. Ha senza dubbio sperperato regalmente il suo patrimonio ereditario. Ma non dà segni di cedere. Sembra anzi entrato nel periodo della seconda giovinezza. È sicuro che quando arriverà alla matura età di settant’anni sarà pronto a imbarcarsi in nuove avventure. Non mi meraviglierò affatto se lo farà; lo immagino, a novant’anni, scalare l’Himalaya o imbarcarsi sul primo razzo che va sulla Luna. La tenerezza di Cendrars trasuda da tutti i pori. Non risparmia i suoi personaggi; ma non li vilipende o li punisce. Le sue parole più dure, voglio dirlo tra parentesi, sono di solito riserbate agli artisti e ai poeti il cui lavoro considera falso. A parte queste diatribe, raramente lo si trova a emettere giudizi sugli altri. Quel che troviamo è che nel mettere a nudo le debolezze o i difetti dei suoi personaggi, smaschera, o vuole smascherare, la loro natura essenzialmente eroica.

Henry Miller, “I libri della mia vita”, Longanesi.

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