Il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, in visita al Pantheon (foto LaPresse)

l'anticipazione

“Destra maldestra”, il racconto della politica culturale al tempo del governo Meloni

Alberto Mattioli

Meno personalità presentabili dei posti che si presentano. Poche idee, per giunta vecchie. Un orizzonte ancora fermo al Novecento. Per Fratelli d'Italia la cultura può attendere

In questa pagina un’anticipazione del nuovo libro di Alberto Mattioli, “Destra maldestra. La spolitica culturale del governo Meloni”, edito da Chiarelettere. A partire da oggi, lo troverete anche in tutte le  librerie.


 

“Pronti”, dicevano, anzi gridavano, meglio: strillavano, a caratteri cubitali, i manifesti elettorali di Giorgia Meloni e dei suoi Fratelli d’Italia in vista delle elezioni del 25 settembre 2022. Si usciva dal Covid, dai governi Conte I e Conte II, rispettivamente gialloverde e giallorosso, e da quello Draghi, tecnico, benedetto dalle istituzioni nazionali ed europee e mondiali e forse anche dagli Ufo, dai mercati, dal ceto medio riflessivo, dai giornali seri e/o seriosi, un esecutivo nel complesso eccellente però mancante di quel sano populismo, sbrigativo nelle sue soluzioni prêt-à-penser, palla avanti e pedalare, che piace sempre all’elettore medio: dalla parte della gggente, insomma. E infatti Gggiorgia, madre, donna, italiana e cristiana, come lei stessa si definì in un memorabile comizio, puntualmente stravinse. Dunque, ecco FdI primo partito italiano, 26 per cento, ovviamente primo pure del centro-destra, e Meloni che il 22 ottobre 2022 diventa il primo presidente del Consiglio di destra-centro e, nella storia patria, la prima donna a sedersi su quella poltronissima. Ella ha però più volte ripetuto di voler essere chiamata “il” presidente del Consiglio, alla faccia della sacrosanta battaglia femminile e femminista e di sinistra e politicamente corretta contro il patriarcato, che del resto come tutte le battaglie pol. corr. è così insistita, ripetuta, replicata da diventare noiosissima, un’infinita variazione sul tema, da ribadire anche se si sta parlando del ripieno dei tortellini (e perfino se li impasta lui), che rischia seriamente di provocare degli slogamenti multipli e anche un po’ scomposti della mascella: a furia di sbadigli. Naturalmente, l’avvento del/della primo/a premier post-missino/a suscitò l’ansia per la libertà, la massima vigilanza, la pregiudiziale antifascista, l’allarme per la democrazia. E da lì, di fatto, non ci siamo più schiodati, con la destra che governa (male, ormai si può tranquillamente dirlo) e la sinistra che si lagna non perché la destra governa male ma perché è fascista. Sai che spasso. 

 
In ogni caso, questo libro non parla della politica italiana degli ultimi due anni, per la quale chi l’ha scritto non ha né le competenze né l’interesse. In un momento particolarmente sventurato della mia vita giornalistica, mi sono dovuto occupare di politique politicienne e posso garantire che il batti e ribatti delle dichiarazioni, Tizio che risponde all’intervista di Caio sul discorso di Sempronio, alla lunga ingenera un senso di noia mortale per chi ne scrive e figuriamoci per chi ne legge, e infatti non a caso ha smesso di farlo. Ma sono cose che sanno tutti, a parte forse i direttori dei quotidiani. No: qui si vorrebbe parlare della politica culturale del Meloni I, ammesso che ce ne sia una. Perché, diciamocelo francamente, una volta entrati nella stanza dei bottoni, Giorgia e i suoi Fratelli hanno scoperto, intanto, che in Italia se spingi un bottone di solito succede nulla, e questo “sapevamcelo”, come si dice “quando avviene o è ammessa cosa di facile previsione, da altri negata con arte o frode”, così chiosa il deliziosissimo Dizionario moderno di Alfredo Panzini. E poi che un conto è spararle grosse in campagna elettorale, e poi accorgersi, concesso e non dato che non lo si sapesse, che fra il dire e il fare ci sono di mezzo il diritto internazionale, l’Europa, la politica estera o magari il semplice buonsenso. Vedi il “blocco navale” contro l’immigrazione clandestina, promesso prima delle elezioni e mai promosso dopo averle vinte, un ottimo sistema per prendere i voti dell’elettore medio con proclami più irrealistici di un elettore medio che vola. Infatti Meloni e gli altri faranno anche gaffe e pasticci a ripetizione, ma sui fondamentali sono risultati tutt’altro che rivoluzionari: ortodossia atlantista ed europea all’estero, facendo magari la voce grossa a uso propagandistico, e all’interno nessuna vera Grande Riforma, che poi chissà se si farà davvero. 


Insomma, plus ça change, plus c’est la même chose, anche se la combriccola governativa è talmente surreale, fra ministri che fermano treni e ministre che fanno bancarotta, sottosegretari che rivelano segreti d’ufficio ai coinquilini, parlamentari pistoleri, conflitti d’interesse vari, che tutto sommato ci si diverte lo stesso (però, fra parentesi, nel frattempo è stata fatta passare nell’opinione pubblica l’idea che Giorgia sia in gamba, anzi abbia “due palle così” – sempre per restare in ambito patriarcale – ma che purtroppo gli imperscrutabili disegni della Provvidenza l’abbiano circondata di una manica di pittoreschi incompetenti, veri fardelli d’Italia, come se questo Barnum non l’avesse selezionato lei e non fosse composto di camerati, amici, colleghi e talvolta parenti, in qualche caso anche serpenti). 


Se c’è un settore dove il governo avrebbe le mani libere è appunto la cultura. In questo campo, è difficile che qualche mossa improvvida possa suscitare la riprovazione dei mercati o di Bruxelles, il severo monito del Quirinale o l’accorato appello del Vaticano (i moniti del Quirinale, si sa, sono sempre severi, e gli appelli papali accorati full time. Si rimpiange una volta di più che Flaubert non abbia avuto a disposizione i giornali italiani…). Annunciare in programmi elettorali e discorsi parlamentari che si vuole puntare sulla cultura è stretto bon ton politico; che qualcuno lo faccia davvero, Dio bon, non succede mai. Nel luogocomunismo nazionale, che poi è la vera ideologia dominante da quando si è deciso che i politici non devono essere meglio dei loro elettori, ma uguali, “proprio uno di noi”, se non peggiori, la cultura è una specie di limbo. È una notte dove tutte le vacche sono nere, dove si oscilla fra due banalità uguali e contrarie, e soprattutto entrambe false: “la cultura è il nostro petrolio” e “con la cultura non si mangia”, quest’ultima di paternità incerta perché l’indiziato numero uno, l’indimenticato ministro dell’Economia di Berlusconi, Giulio Tremonti, ha sempre negato di averla proferita. Dal suo labbro uscì l’empia parola? Chissà, in ogni caso chiunque l’abbia detta ha interpretato il sentire comune, che non necessariamente è il giusto sentire. 


La destra-destra è arrivata al potere dopo una lunghissima traversata del deserto. Praticamente, aspettava l’occasione dal 1945, se escludiamo i governi Berlusconi dove però era il socio di minoranza. E, pensavamo noi coeurs simples, avrà accumulato chissà quali progetti, idee innovative e rivoluzionarie, tutta una Weltanschauung da imporre, la riproposizione del suo pensiero tradizionale e tradizionalista rielaborato però alla luce dello Zeitgeist imperante, un rinnovamento di mode culturali e modi di imporle, e che faccio, signo’, lascio? Chissà quanti talenti, quanti pensatori e registi e scrittori e artisti e intellettuali finora ignorati e ghettizzati dall’egemonia culturale della sinistra ci saranno da rivelare, quante giuste ribalte da concedere, che fermento di personalità e di idee cui dare, finalmente, lo spazio così a lungo negato. E Meloni chi ti riceve per primo, a Palazzo Chigi? Pino Insegno. Per carità, eccellente doppiatore e presentatore televisivo dagli esiti più modesti, come poi si è dimostrato, ma insomma non esattamente un intellettuale di riferimento.

  
E poi su questa questione dell’egemonia culturale bisogna intendersi. Che la cultura del dopoguerra, in Italia, sia stata soprattutto di sinistra è verissimo. Fra i suoi protagonisti, quelli non di sinistra non abbondano, e ad alcuni di non esserlo è anche stato fatto pagare, vedi Franco Zeffirelli. Però Gramsci bisognerebbe leggerlo, non solo citarlo. La sua teoria dell’egemonia culturale, raffinatissima, fu elaborata prima dell’invenzione dello strumento che ha cambiato tutto, la televisione, e molto prima di quello che ha cambiato tutto di nuovo, Internet con i relativi social. In un paese dove si scrive molto ma si legge pochissimo, e la cultura è tuttora tenagliata fra una maggioranza di analfabeti di ritorno e una minoranza di accademici incomprensibili, la vera egemonia culturale l’hanno esercitata prima la Rai, quella democristiana sì bella e perduta, pedagogica e perbenista, divulgativa e, giustamente, ipocrita, perché l’ipocrisia è un vizio privato ma una pubblica virtù, e poi le televisioni berlusconiane, che hanno fatto davvero l’unica rivoluzione culturale italiana, per fortuna meno cruenta di quella cinese benché, a detta della sinistra, altrettanto devastante. Oggi l’egemonia culturale segue altre vie, dato che il pubblico televisivo è ormai composto in maggioranza di diversamente giovani. Sta di fatto che l’elaborazione di una strategia culturale per la conquista del relativo potere passa non solo dai contenuti, ma soprattutto dal medium. E qui direi che se l’alternativa sono i libri di Vannacci o le fiction edificanti, la sinistra, o meglio la sua versione wokista e buonista, insomma il politicamente corretto e corrente, può stare serena, a parte strillare per la lottizzazione sistematica di ogni poltronissima, poltrona, sedia, strapuntino. Ma, in questo caso, dopo aver lottizzato a sua volta per decenni, quindi ancora con una bella dose di ipocrisia, che scandalizza soltanto chi la pratica. 

 
Questo libro cerca di raccontare come la destra-destra non solo non stia facendo alcuna politica culturale, ma non abbia nemmeno alcuna idea di come, eventualmente, la si faccia. Perché ha meno personalità presentabili dei posti che si presentano; perché non ha idee e quelle che ha sono vecchie; perché il suo orizzonte rimane novecentesco, legato alla contrapposizione di ideologie morte e sepolte; perché insiste a pensare alla contemporaneità come a una minaccia e mai come a un’opportunità; e infine perché non sa muoversi, manca di souplesse istituzionale, di savoir faire, di uso di mondo, di garbo, perfino di educazione. Perché, insomma, è una destra maldestra. Lasciamo stare il fascismo, per favore, che è solo l’alibi per evitare di confrontarsi sui fatti, per buttarla in caciara, come direbbe Meloni. Nel giugno 2023 ero attovagliato sulla terrazza del Pressebüro del Festival di Salisburgo, davanti a una magnifica vista sulla città e a un calice di Grüner Veltliner forse troppo freddo, giusto per smentire una volta di più il ministro cognato Lollobrigida, il quale pensa che noialtri giornalisti beviamo soltanto champagne. Quando la conversazione scivolò inopinatamente sull’Italia, due colleghe francesi, una anche inviata di un quotidiano assai autorevole, mi chiesero allarmatissime “des nouvelles” sul fascismo che si era impadronito dell’Italia: chissà, magari pensavano che fossi lì in confino. Dovetti pazientemente spiegare che sì, il governo e le istituzioni erano pieni di fascisti non pentiti né convertiti, e in qualche caso relapsi (se Lollo, improbabile ma possibile, stesse leggendo un libro in generale e questo in particolare, può consultare un dizionario o anche solo googlare per scoprire cosa significa), ma che per ora in Italia c’era ancora la libertà di pensiero. Rimasero perplesse e non convinte, come se io fossi un emissario del Minculpop che faceva un reportage per l’Istituto Luce. 


L’ episodio serve non solo ad acclarare la differenza fra chi è radical chic (loro) e chi soltanto chic (io), ma anche a dimostrare come la pervasività della polemica contro il fascismo che non c’è impedisca qualsiasi valutazione oggettiva dell’azione di questo governo, e che poi sarebbe perfino più negativa. Sui giornali è tutto un “Allarmi, son fascisti” che prima era ridicolo e oggi è stucchevole. Come se nottetempo le squadracce meloniane si presentassero a casa, poniamo, di Chiara Valerio o di Corrado Augias come a suo tempo in quella di Benedetto Croce: “Stanotte, alle 4, siamo stati svegliati da un gran fracasso di vetri rotti e di passi affrettati: era una dozzina o quindicina di fascisti, venuti con un camion a devastarmi la casa: hanno rotto tutti i vetri, sfondato quadri, e spezzato vasi e mobili delle stanze per cui sono passati. Gettatomi dal letto, mi sono affacciato dalla stanza per domandare che cosa fosse: mi hanno risposto: ‘Fascisti, fascisti’, e un tale ha aggiunto volgari parolacce”. Però la pagina dei Taccuini è datata 1° novembre 1926, un secolo fa. Strillare tutto il tempo al fascismo non è soltanto grottesco, ma controproducente, perché sposta una volta di più il giudizio politico su un piano ideologico, e ideologico decotto, invece che su quello empirico, della valutazione di progetti e risultati, del rapporto costi benefici, della scelta di personale più o meno presentabile. Stiamo ai fatti, e anche alle omissioni. Sangiuliano and friends non vanno criticati perché forse sono ancora fascisti. Ma perché sono sicuramente mediocri.