Letture

Vince chi la spara più grossa. I paradossi della creatività contemporanea, in un libro

Giulio Silvano

Nel nuovo volume della casa editrice Timeo, "Storie dell’arte contemporanea", Andrea Bellini ci racconta, come in vignette ed episodi vissuti in prima persona, i vari personaggi che animano nell'arte dei nostri giorni senza mai farne i nomi

"Io so i nomi" diceva Pier Paolo Pasolini. E se ce lo dimentichiamo un murales al Pigneto ce lo ricorda. “Io so i nomi” potrebbe dirlo anche Andrea Bellini, non certo i nomi dei “responsabili di quello che viene chiamato golpe”, ma di sicuro i nomi di tutti i personaggi del gran presepe dell’arte contemporanea, di quel mondo terribile e affascinante di cui vorremmo sempre sapere di più, di un mondo che è “meta privilegiata di gente che può vivere allegramente di rendita”. Nel nuovo libro della casa editrice Timeo, Storie dell’arte contemporanea, Bellini ci racconta, come in vignette ed episodi vissuti in prima persona, i vari personaggi che animano questo mondo di glamour, cash e capolavori. Ma non fa i nomi. Un po’ alla maniera di certi romanzieri ottocenteschi francesi quando non volevano indispettire una nobildonna e scrivevano La contessa di B… e chi capiva capiva, Bellini mette i nomi di questi personaggi con le iniziali puntate. Quasi ovvio che H.U. sia Hans Ulrich Obrist, che vive “in uno stato di eccitazione perenne”, e che ha immolato alla causa “le sue spoglie mortali: non dorme, non va in vacanza, non riposa”, e che, con la volontà che ha di connettere persone, è un “motore di ricerca biologico”. Ma qualcuno potrà avere il dubbio.

 

 

Chi non è nel giro, chi non frequenta Art Basel, Stefano Boeri, le cene a Palazzo Grassi, Frieze o Paola Manfrin, può farsi nel libro un’idea di come il mondo della contemporary art sia il più internazionale che c’è, anche nella provincialissima Italia. Ma anche un mondo rotto da vizi e capricci, un mondo ricchissimo di disillusioni e di senso di apocalisse. E l’arte for art’s sake? Esiste ancora oppure è solo questione di soldi? Di vanità? Di party? E se il mercato non tira più, cosa ne sarà di queste note collezioniste francesi “con la voce da chioccia”, dei mecenati afoni, dei giovani arrivisti senza idee, dei critici d’arte cleptomani, curatori indipendenti, “tardi curatori” e “curatori tardoni”, amiche di Gstaad con residenza a Monaco?
 

Andrea Bellini ha guidato Flash Art a New York, è stato direttore di Artissima e del Castello di Rivoli, ora dirige il Centre d’Art Contemporain Genève e nel 2024 si occuperà del padiglione svizzero alla Biennale. Conosce bene i meccanismi di questo mondo e qui, forse anche per togliersi qualche sassolino da una scarpa, ci fa divertire senza retoriche e political correctness. “In questa nostra epoca dominata da un vero e proprio culto per l’iperbole”, scrive Bellini, “si premia, com’è giusto che sia, chi la spara più grossa”. Anche ‘documenta’, ormai è troppo sovraccarica.  E stanco anche lui di questo mondo? Di tavole rotonde e festival e collezionisti e NFT e prese di posizione politiche dei musei e inviti ad amarci tutti? O scriverne è un modo per esorcizzare e tornare più rilassati alle cene con loschi donatori e ricconi cafoni coi Koons in salotto?
 

Ecco, a volte dell’arte contemporanea resta soprattutto il cibo. Cioè, quando vediamo le opere, quando conosciamo gli artisti, accade quasi sempre in coda al buffet, con dei piatti davanti. Vernissage, opening, festival, cene, feste, performance, inaugurazioni. Salame masticato “con voluttà”, si sorseggiano cocktails, “mozzarelle di bufala, carciofi fritti, ricottine e altre delizie”, miscele “di spritz e arachidi”. Un nuovo artista internazionale in città, per studenti squattrinati o sciure taccagne, è spesso occasione per sbevazzare gratis e sostituire la cena con i vol-au-vent serviti dai filippini in uniforme. Forse gira che ti rigira anche l’Arte è una scusa per mangiare in compagnia

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