(foto Ansa)

il colloquio

Intervista a Ferdinando Scianna, il Papa della fotografia

Carmelo Caruso

Gli 80 anni del grande fotografo, scrittore e giornalista siciliano. Il libro impossibile su Sciascia, che tiene nel cassetto. E poi l'amicizia e i sorrisi

Hai compiuto ottant’anni, sei Papa fotografia, Ferdinando Scianna, lo scrittore, il giornalista dell’Europeo, il fratello-figlio di Leonardo Sciascia, l’allievo dello storico dell’arte Cesare Brandi. Auguri! Sorridi? “Sempre. Il sorriso è l’idea della felicità”. E la felicità? “Me la immagino come tre pezzi di legno tenuti in mano da una bambina poverissima in un ricovero del Vietnam. Bastano quelli per giocare e la felicità ricomincia, anche nel luogo più miserabile del mondo”. Si possono raccogliere i sorrisi? “Sono le fotografie delle persone che si amano. A cominciare da quelle dei nostri figli. In questi anni ho raccolto le foto di mia moglie Paola e lo ho incollate in un album, con le mie mani. E’ stato il mio piccolo regalo per lei”.

 

Paola Bergna è la moglie di Papa fotografia. E’ stata direttrice di Photo Italia e ha lavorato, per anni, a Rizzoli. Dove l’hai incontrata? “Ad Arles, in Francia, nel 1978, e da allora non ci siamo più lasciati”. Cosa ha pensato di te? “Che ero uno stronzo”. E tu? “Mi sono chiesto: chi è questa qui?”. Cosa fanno le mogli dei fotografi, quando i fotografi vanno in giro per il mondo? “Pagano le loro bollette. Li sopportano.  Senza Paola è come se non avessi i piedi. Famoso è l’amore della moglie di Sebastião Salgado. Mentre il marito era in giro per fotografare, lei spediva le sue foto e lo iscriveva a tutti i concorsi possibili di fotografia. Vinceva lui, ma il vero premio era lei”. Come ti sei avvicinato a Paola? “Mi sono buttato, senza rete, come ho sempre fatto, come quando ho lasciato Bagheria, paese dove sono nato, per Milano. Sono stato corrispondente dell’Europeo a Parigi e non conoscevo il francese. Ho cominciato a scrivere, ma facevo il fotografo. Mi sono aiutato con il sorriso. Alcuni dicevano che Tommaso Giglio, direttore dell’Europeo, mi avesse mandato in Francia solo perché non poteva più sentire la mia risata”. Era vero? “Non era vero, ma è bello pensare che sia andata così. Ci sono siciliani taciturni e ci sono siciliani fragorosi di vita. Io appartengo ai secondi. Il resto lo devo ai maestri”.

L’arte non era tua? “Era mia, ma l’arte è un mestiere che si impara. Ho avuto la fortuna di avere maestri che mi hanno aspettato e che mi dicevano: impara, prova, ti aspettiamo. Ricordo il mio primo reportage dalla Cecoslovacchia durante le rivolte. Non sapevo cosa scrivere. Giglio si rivolse a me dicendo: ‘E’ semplice. Scrivi quello che hai visto. I giornalisti fanno questo. Scrissi a penna”. E poi? “Il direttore lo lesse e ordinò: ‘Pubblicatelo così come è’. In redazione pensarono che il direttore fosse impazzito: ora fa scrivere pure i fotografi”. Era un articolo perfetto? “La perfezione era qualcosa a cui puntava Henri Cartier-Bresson”. Resta per tutti il Dio della fotografia, ed è stato lui a farti entrare in Magnum, l’agenzia fotografica Olimpo, e tu il primo italiano a farne parte. Bresson cosa diceva della perfezione? “La cercava instancabilmente. Era dell’opinione che la fotografia quasi buona non esiste. La fotografia o è buona o non lo è”. Tuo padre non capiva il tuo mestiere. Ci hai litigato, te ne sei allontanato. Che mestiere è il fotografo? “E’ come fare il falegname. Lui lavora il legno mentre io lavoro con il caso e spero che, ogni tanto, faccia capolino Dio”. In Francia, ha fatto capolino la tua Paola. E qui, accanto a te, in questo tuo studio di Milano, a pochi passi da Moscova. Non eri un po’ stronzo? “Ma quella volta, in Francia, le ho detto: ‘Voglio vedere una mostra con te. Vieni?’”. E lei, ti ha seguito? “Lo ha fatto”. Da quel matrimonio è nata Nanà, Eleonora, la tua ultima figlia. L’hai avuta a cinquant’anni. Gli ultimi figli, cantava Fabrizio De André, sono sempre “i meno voluti” e sempre i più amati. E’ così? “E’ vero. Ho avuto paura di non poterla vedere crescere e invece ci sono riuscito. Si occupa d’arte, come ho fatto io da giovane, prima di lasciare Brandi”. Sei contento che si occupi d’arte? “Le ho detto che di tutti i modi per fare la fame, il migliore è sempre farla facendo ciò che si ama”. Hai fatto la fame? “Leonardo Sciascia, quando veniva a trovarmi, a Milano, mi lasciava sul tavolo del denaro. Era un tavolo di cartone. Non avevo nulla. Mi ha prestato soldi, mi è stato vicino. Non ho mai voluto scrivere di lui perché mi sentivo inadeguato”. Hai avuto la sua amicizia, la più speciale, tanto che le figlie di Sciascia dicono che sei stato il figlio maschio che non ha avuto. Gli hai dato del lei fino alla fine. Perché? “Non riuscivo a dargli del tu. Un giorno qualcuno glielo fece notare e Sciascia rispose che: ‘Questo non ha tolto niente alla qualità della nostra amicizia’”.

 

E però, su di lui, un libro lo hai scritto. Lo tieni segreto? “L’ho scritto. E’ la storia di un’amicizia. Forse non uscirà o forse sì. O forse dopo che me ne sarò andato”. Quanti delitti si commettono in nome dell’amicizia? “E’ un sentimento che ritengo più forte dell’amore. E’ il reciproco diritto di utilizzare, ciascuno, gli occhi, e la mente dell’altro”. Nel tuo studio ci sono cavallucci di legno, maschere e ovviamente foto, e, poi, le tue pipe. E di Sciascia? “Prima di morire, Leonardo ha regalato a Paola il primo capitolo di Una storia semplice”. Lettere? “Ne ho. Ma avrei voluto scriverne di più”. Anche a tuo padre, quello naturale? “Anche a lui. Alla fine aveva ragione. Temeva che, in Sicilia, quelli come me finissero ammazzati”.

Ti continui a portare la Sicilia ovunque, lo sai? “La madre di Martin Scorsese, era nata in America. Un giorno volle portarmi dal suo panettiere. Era di Polizzi Generosa. Diceva: “Senti Ferdinando, fanno il pane come da noi”. E io: “Da noi?”. Lei: “Ovvio, come in Sicilia. Era siciliana anche se non c’era mai stata”. Cosa ti saresti voluto regalare? “Quando ho guadagnato del denaro, mi sono regalato il tempo libero. Il tempo per me. Non è stato abbastanza”. Sei Papa, ma anche papà, il tuo Dio come è? “Uno di cui non aver paura. Da bambini, si dice infatti, ‘fai il bravo altrimenti lo dico a papà’”. I fotografi raccontano i propri concepimenti come burrascosi. Tu stesso sei nato sotto i bombardamenti. A tua madre, dovettero togliere il latte perché era latte spaventato. Voi fotografi, siete figli del caos? “Del Caso”. Ogni tanto fa capolino Dio, ti ricordi? “Ricordo. Ogni tanto, ogni tanto”.

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  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio