“I nottambuli” (Nighthawks), dipinto di Edward Hopper realizzato nel 1942. E’ esposto all’Art Institute di Chicago (Wikipedia) 

Il fascino dell'ambiguità. “Le vie dell'Eden”, l'ultimo libro di Eshkol Nevo

Annalena Benini

Ogni esistenza ha la sua epica. Non c’è peccato senza redenzione, non c’è bugia senza perdono. Gli uomini sono sempre dei liceali in gita, seduti in pullman nelle ultime file

"Un tempo mi alzavo felice e oggi mi alzo triste. Non sono certo di sapere il perché, né ho idea di come uscirne. Non sono neanche certo di quanto tempo Dikla potrà resistere. Ultimamente sento che mi tiene alla larga. Forse ha paura del contagio”. La caratteristica principale dei libri di Eshkol Nevo, che siano racconti o romanzi oppure romanzi sotto forma di intervista, è il contagio.

  

Eshkol Nevo scrive, inventa, ruba, mostra lo stato d’animo di un personaggio, che è quasi sempre un uomo intorno ai quarant’anni, appena un passo dietro di lui, e nel lettore avviene il contagio. In me avviene il contagio. Riconosco quel tormento, oppure aspiro a quella gioia, provo quella commozione, sento perfino la consolazione di parlare al telefono la mattina con un amico d’infanzia della nostra squadra di basket del cuore, l’Hapoel Gerusalemme, e delle infermiere del suo reparto.  Mi contagiano le bugie, mi contagia la speranza che vada tutto bene, insieme alla continua, spossante tentazione di fare andare tutto male. Mi contagia, soprattutto, la comprensione per le debolezze, per l’insoddisfazione, e cedo alla seduzione di una scrittura che chiede perdono e allo stesso tempo allude al fatto che il prossimo passo sarà di certo un errore, oppure un imbroglio. 

   
Nel nuovo libro di Eshkol Nevo, “Le vie dell’Eden”, appena uscito per Neri Pozza, ho avuto il dubbio a volte che quegli uomini mi stessero mentendo (in fondo è solo la loro versione dei fatti, mi sono detta alla fine), ma lo scacciavo a ogni pagina, fino a dimenticarmene, e ho sperato che anche tutti gli altri lettori crederanno a queste difese, questi punti di vista, queste richieste di perdono. Sono pronta a testimoniare la buona fede di quell’uomo commosso e percorso da brividi che prende la moto per partecipare alla shivah, la settimana di lutto stretto di un turista israeliano morto in Bolivia in un incidente in bicicletta sulla Strada della Morte, che ha conosciuto poche settimane prima, restando profondamente turbato da sua moglie. Ho creduto alla storia dell’uomo addolorato, nevrotico, confuso, devoto a un amore assoluto, che ama i figli sopra ogni cosa, o che vive dentro la perdita della moglie amatissima. Se ripenso all’ambiguità di certe frasi, di certi passaggi, mi dico però che non si può sospettare sempre di tutti. Vogliamo dare un po’ di fiducia alle persone? Se non credi a Eshkol Nevo, non credi nell’umanità.

 
Allora forse si potrebbe dire che la caratteristica principale dei libri di Nevo, ancora prima del contagio, è l’umanità. Ancora prima di quella sensazione di essere presi in disparte da un uomo che ha deciso di mettere la sua vita nelle nostre mani con calore, dicendo: tu puoi capire. In tutti i libri di Eshkol Nevo c’è un gesto vitale e apparentemente ingenuo, sommamente ambiguo, una specie di preghiera: prendete queste persone, tenetele strette, stanno facendo del loro meglio, sono dei casinisti ma per troppo ardore. Fatelo per me, sembra dire Nevo, sono un casinista anche io che scrivo, perché per me non c’è niente di più importante di questa storia. 

 
Ecco quindi la capacità di afferrare gli esseri umani e di mostrare il loro movimento dentro un percorso accidentato e moderno: un divorzio, una storia di molestie sessuali, una sparizione, la malattia, l’innamoramento, la paternità. C’è una crisi da cui uscire, come piace a noi, e ci sono dei segreti, delle confessioni da fare. Molti errori, certo, ma l’importante è ammetterli, rendersene conto. Non è questo quello che fanno gli esseri umani? Sbagliare, sbagliare, e poi sbagliare ancora e intanto dire di avere capito, e cercare giustificazioni, provare a salvarsi. Piangere.

 
L’uomo divorziato che si innamora della donna in luna di miele appena incontrata in Bolivia, e prima riconosce il turbamento, poi la tensione erotica, poi la commozione, la vicinanza, la perdizione, sta provando a salvarsi. Per farlo deve attraversare la possibilità di perdere tutto. Perdere suo figlio, che è tutto ciò a cui si aggrappa prima di dormire, soprattutto quando le cose si metteranno malissimo. Il fatto è che in questo libro ci sono anche i colpi di scena, e i colpi di scena vanno lasciati ai lettori, rovinarli è un delitto.

 

Bisogna affezionarsi a un personaggio e gridargli di fermarsi, di non andare sulla Strada della Morte in bicicletta ad esempio, con tutti quei tornanti e con un marito geloso pazzo. E stupirsi quando, molte pagine dopo, ci dirà con grande naturalezza una cosa che prima ci aveva tenuta nascosta. Possiamo perdonare anche questo se crediamo nell’umanità. Possiamo scegliere (ma in realtà non abbiamo scelta, succede e basta) di farci guidare da Eshkol Nevo nell’ambiguità. La terribile ambiguità dell’Io è il titolo che Philip Roth avrebbe voluto dare alla sua biografia, lui che ha scritto continuamente che la verità su di noi è infinita. Roth ha scelto di illuminare i lati più oscuri, ossessivi e solitari di uomini e donne. La guerra fra i sessi, in un corpo a corpo fra due persone che hanno intorno il coro greco del resto del mondo.

 

Nevo invece combatte la solitudine e esalta l’epica di una fraternità che riguarda principalmente l’amicizia e la famiglia. Amici d’infanzia, amici di scuola, amici da salvare, amici a cui tenere compagnia in ospedale, amici a cui chiedere perdono per averli traditi. A volte sembra di stare dentro una canzone di Renato Zero, a volte in campeggio dentro i sacchi a pelo, o davanti a scuola ad aspettare un bambino che riderà di gioia nel correrci incontro: è ingenuo? è furbo? di certo è contagioso. I personaggi di Nevo, a differenza di quelli di Roth, credono nel matrimonio, credono nell’amore assoluto, si commuovono davanti alla moglie che si sistema un ricciolo dietro l’orecchio e che per un attimo gli rivolge di nuovo lo sguardo che lanciava quando era ragazza, credono che il tempo non distruggerà tutto ma lo aggiusterà. Non per questo sono migliori, anzi proprio per questo il loro contagio è più sottile e prende la strada dell’empatia, ma c’è sempre una luce, qualcosa di seducente che è forse proprio la furia di confessarsi, dire la verità, spiegare perché le cose sono andate così. La verità è l’escamotage che ci conquista. Dentro la costruzione di verità può succedere qualunque cosa.

  
Un uomo, un medico anziano, deve difendersi dall’accusa di molestie sessuali di una dottoranda per cui ammette di avere un’ossessione. Ma è un vedovo molto addolorato, che ha curato la moglie fino alla fine e che non riesce a ricominciare a vivere. “Ci tengo a essere preciso. Soprattutto in considerazione dell’accusa che mi viene rivolta. Non si trattava di attrazione sessuale. Su questo sono categorico. I segnali di attrazione sessuale in un uomo sono chiarissimi, dopo tanti anni accanto a Niva li conosco perfettamente. Quando mia moglie si avvicinava con quelle intenzioni e mi baciava sul collo, il mio battito cardiaco accelerava e il respiro si prosciugava”. L’uomo capisce che è troppo e ci tiene a spiegare che non è affatto “un santo”, che ha provato attrazione negli anni anche per altre donne. “Infermiere. Colleghe dottoresse. Parenti di pazienti”. Ha sognato di slacciare bottoni di altre camicette, ma è rimasta solo una fantasia per tutta la durata del matrimonio. Lo dice, lo giura, racconta i dettagli, perché non dovremmo credergli? Il suo dolore è talmente sincero. Ma perché quella ragazza era sdraiata sul suo divano, di notte, perché si è alzata in piedi di scatto e adesso è così sconvolta? La terribile ambiguità dell’Io.

  
Tutti questi uomini, tutte queste donne, si vogliono salvare. Vogliono essere toccati con dolcezza. Credono all’incontro con l’altro. Alla possibilità di tenere gli errori, le perdite, le distrazioni, le enormi cazzate, la vita e la morte, in equilibrio precario ma appassionato. Ammettono la fragilità, soprattutto la ammettono gli uomini nei confronti delle donne. Le donne sono un mistero, qualcosa di superiore, qualcosa di meglio. Gli uomini raccontati da Nevo sono ancora e forse per sempre dei liceali in gita, seduti in pullman nelle ultime file.

  
Siete molto furbi, penso quando sono arrabbiata. Siete molto fragili, penso quando ho pietà di loro. Vi trema la terra sotto i piedi ma forse state solo facendo finta di essere smarriti.

  
L’ambiguità dello scrittore si sposa necessariamente con l’ambiguità del lettore, è così che ci si innamora di un libro e che si abbraccia il movimento che offre. L’umanità raccontata da Nevo continua con ostinazione a muoversi verso l’amore, verso quell’incontro a due che Philip Roth ha distrutto e rivoltato mille volte. In un libro di qualche anno fa, un romanzo di Nevo travestito da lunga intervista (“L’ultima intervista”, sempre pubblicato da Neri Pozza), in cui sono di nuovo in gioco la verità e l’invenzione, lo scrittore che ha raccolto le banali domande di un sito internet e ha deciso di rispondere a tutte nel modo più sincero possibile per aggrapparsi alla vita, risponde a una domanda sull’amore.

   

Si può vivere senza amore? “Alle cinque del mattino decido di arrendermi all’insonnia invece di combatterla. Mi alzo dal letto facendo attenzione a non svegliare Dikla, mi trasferisco in soggiorno, apro le tapparelle e aspetto l’alba. Tutte le donne con cui sono stato entrano in salotto, una dopo l’altra. Mi accarezzano, ognuna alla sua maniera. Mi amano ancora, tutte. Almeno quanto io amo loro. Se è così, forse è possibile che io sia degno di amore. Verso le sei, il buio lascia spazio al chiarore del giorno. Tutte le donne con cui sono stato escono dalla stanza una dopo l’altra, e un secondo prima si chinano su di me e mi danno un bacio sulla bocca, ognuna alla sua maniera. Fra poco la luce invaderà il soggiorno. Fra poco la mia vita probabilmente si disintegrerà. Ma per una preziosa frazione di secondo riesco a vedere il quadro complessivo”. E’ il sogno di “Otto e mezzo” di Fellini, è il sogno di Eshkol Nevo, è il sogno del personaggio di un libro, è il sogno di ogni uomo sulla terra? Non fa differenza, è questa l’ambiguità ed è questa la verità. Stanno insieme in una stanza, come le donne amate, come la vita del romanzo. 

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.