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Conversazione con Eshkol Nevo

L’osmosi tra vita e lotta di piazza. Intervista all'autore del libro che ha ispirato Nanni Moretti

4 Agosto 2019 alle 06:00

 Conversazione con Eshkol Nevo

L’estate a Roma è sciatta, ma vive anche, a volte, di geometrie perfette, vestiti stirati e panorami indecenti, in righe ordinate e cerchi concentrici, gli stessi che Eshkol Nevo disegna su un tavolino di un hotel del centro per raccontare come nasce un suo libro. “Non parto mai da obiettivi importanti, da una agenda politica o da un tentativo di descrivere la società. Inizio i miei libri sempre da una nota personale, da una domanda personale che giace nel mio cuore mentre scrivo. E’ come quando butti una pietra nell’acqua e comincia a produrre cerchi che si allargano all’infinito e quei cerchi nella mia scrittura sono le implicazioni che il personale raggiunge: la politica e il sociale”.

 

Stride col disordine di Roma la voce di Nevo. “Ho bisogno di avere qualcosa da dire e da chiedere sul tempo in cui viviamo, che sia nella società israeliana o in modo più universale nella vita contemporanea. In “Tre piani” (Neri Pozza, libro che ha ispirato il nuovo film di Nanni Moretti a cui sta lavorando in queste settimane, ndr), sentivo il bisogno di scrivere sul rapporto tra genitori e figli, sui lati oscuri di questa relazione e man mano sono arrivato a raccontare di come le manifestazioni di piazza influenzino le vite private e di come la politica possa cambiare le esistenze”.

 

Il tratto duplice della scrittura di Nevo si lega stretto alla sua la biografia: lo scrittore israeliano è nipote di Levi Eshkol, padre fondatore di Israele e primo ministro dal 1963 al 1969. Eshkol Nevo, cresciuto tra gli Stati Uniti e Israele, ha iniziato la carriera di pubblicitario e copy, carriera abbandonata per abbracciare il demone della scrittura e dell’insegnamento: questa frammentazione vocazionale si percepisce nella sua scrittura che non diventa mai uno sterile balzello identitario ma fa risuonare le storie, gli odori, i rumori di Gerusalemme, Tel Aviv e crea un tempo eterno e vibrante. 
“Sai – continua Nevo – c’è questo processo chimico che si chiama osmosi, che sarebbe la compenetrazione di elementi diversi che arrivano a formarne uno nuovo, che mi interessa molto. In modo particolare sono interessato a come il tempo che viviamo si fonde con le nostre vite. Alle volte non si sa con che cosa la tua anima entri in osmosi, perché si tratta di un processo silenzioso e delicato. Poi un giorno ti svegli e capisci di essere diventato tutt’uno con la politica, la lotta, con una persona che non avevi mai amato prima. Qualcosa intorno a te arriva e cambia per sempre la tua interiorità. Questa – dice sorridendo – è la parte bella della vita”.

 

E’ l’apertura alle vite degli altri, alle case degli altri, alle storie degli altri a essere il centro narrativo di Nevo, che nei romanzi “Nostalgia” e “Tre piani” crea una narrazione depurata dalla retorica del multiculturalismo, dell’eterno conflitto, ma tratteggia un ritratto compiuto della società israeliana che nonostante tutto riesce a essere un terreno di mescolanza, di sentimenti che sfuggono alle solite geometrie.

 

Nevo per raccontare questa miscellanea mette in campo la sua esperienza di docente e racconta che “nella società israeliana ci sono diverse tribù e me le ritrovo in genere sedute insieme nella stessa classe. Alla prima lezione, vedi che si esaminano a vicenda con molto sospetto, poi come un miracolo arriva la letteratura che ha il potere di colmare questa differenza: ti fa capire l’altro attraverso un libro o scrivendo con l’altro nello stesso gruppo. Sono un convinto sostenitore della capacità di cambiare questo tipo di animosità e intolleranza. Sembra molto difficile, ma non lo è. Almeno nella società israeliana, molto rapidamente un gruppo di estranei dove senti l’animosità nell’aria diventa un gruppo capace di costruire qualcosa insieme”.

 

Mentre la conversazione sta arrivando al termine Nevo sorride davanti alle mie richieste di un giudizio sulla politica israeliana. Sembra perplesso ma poi rovescia il paradigma e afferma che per lui “questo non è il tempo della paura, occorre parlare chiaro, molti intellettuali israeliani in questo periodo si autocensurano, diventano sempre più attenti a quello che dicono, perché non vogliono essere attaccati o accusati di non essere abbastanza patriottici. Invece ritengo che la democrazia in Israele è sofferente, così come in Italia. E proprio perché lo dichiaro con forza mi sento patriottico”.

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