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Il libro

L'illusionismo della recensione e le altre concupiscenze di Giorgio Manganelli

Luigi Azzariti-Fumaroli

Spazio per esercitare un’incondizionata libertà e una esuberante passionalità, la recensione ha per materia l’universo, nel quale a prevalere dev’essere una dimensione ambigua e fantastica della letteratura

"Dunque. No, non si comincia un testo con un dunque seguito da virgola, punto. È villano, manca di rispetto per il lettore". La villania intrinseca di certi vocaboli starebbe nel presupporre che il discorso sia un’eccezione: "un luogo di continuità in un deserto di incolmabili lacune". Alla convinzione che al linguaggio pertenga la tendenza a inglobare frasi all’interno di altre frasi sarebbe da contrapporre la "disgregazione". La quale non è altro che il capriccio, il ghiribizzo, il ticchio col quale ci si trova a discorrere attorno ai sostantivi, agli aggettivi, agli avverbi. Questa colluvie di parole costituisce la materia raggrumata nel berlingare che – scriveva Giorgio Manganelli – costituisce la sostanza del “genere” letterario che più d’ogni altro parrebbe interpretare la natura falotica del linguaggio: la recensione. Gesto critico sovente tacciato d’essere mero "ritaglio di chiacchiera", la recensione, per Manganelli, rappresenta l’occasione per entrare e uscire continuamente da un libro ad un altro, attraverso "aditi, porticine, passaggi che si cancellano appena percorsi, in una situazione estremamente fantasiosa ed irregolare".

 

Spazio per esercitare un’incondizionata libertà ed una esuberante passionalità, la recensione ha per materia l’universo – appunta Manganelli. Un universo – "che altri chiama la Biblioteca", avrebbe precisato l’ammirato Borges – nel quale a prevalere dev’essere una dimensione ambigua e fantastica della letteratura, che fa volgere lo sguardo sulla realtà tangenzialmente, come se a prevalere dovesse sempre essere "qualcosa di non parlabile".
 

Giorgio Manganelli (Olycom)

 

La recensione, come la "lingua che non si sa come chiamare" al centro del landolfiano Dialogo dei massimi sistemi, permette di esercitarsi ad esprimere "senza chiamar sempre le cose col loro nome", ma seguendo piuttosto la dimensione illusionistica e mendace della parola, che, a propria volta, rende la letteratura menzognera, la critica, in quanto "letteratura sulla letteratura", una "menzogna di secondo grado", e la recensione, che di quest’ultima è parassita, una menzogna al cubo.

 

Si dovrà perciò ammettere – rivendica Manganelli contro l’opinione di certi superciliosi cronisti letterari – che la recensione sia "disonesta", nel senso che coscientemente si lascia illudere "da un gioco astuto, un poco in malafede". È, questa callidità, propria dei grandi libri, elusivi, sfuggenti, allucinatori, tanto che per accedere al loro nucleo, sempre «in bilico squisito tra esistere e non esistere», occorrerebbe coltivare una scrittura che volteggi «sul vuoto atemporale dei significati», come scrisse Calvino introducendo Agli dèi ulteriori, la prosopografia manganelliana delle mirabili e indifferenti creature fatte di carne e di carta ch’erano solite visitarlo diuturnamente, insufflandogli una lingua inconsueta, artefatta, trapunta di preziosismi dal suono dolcemente esotico: "parole latineggianti, o estrose formazioni inedite, parole “quasi esistenti”», le uniche con le quali si sarebbe potuta esprimere l’«ambigua, elusiva, magari iridescente" realtà letteraria.

 

Del resto, se ci si attendesse dalle recensioni di Manganelli qualcosa di didascalico, di ubbidiente alle prescrizioni di una "chiarezza di comodo", si sarebbe delusi e forse un poco indispettiti, come capitava a certi suoi colleghi, poco disposti ad accettare che la chiarezza non fosse altro – com’egli sosteneva seguendo Valéry – che abituale frequentazione di nozioni oscure. Da qui nasceva l’uggia – manifestata da Manganelli con ostentato dispetto verso gli elzeviristi di professione – per quei libri che avessero una trama raccontabile, preferendo piuttosto quelli che, "spellati della trama, offrano un’immagine segreta, uno strato sotterraneo, in cui veramente consiste la grandezza del libro".

Rientrano in questo novero – se solo si voglia restare alla campionatura offerta da Altre concupiscenze, secondo tomo d’un dittico che raccoglie il meglio di Manganelli recensore, appena pubblicato da Adelphi (il primo era apparso nel 2020 col titolo Concupiscenza libraria) – autori di disparata collocazione nel tempo e nello spazio, da Ovidio a Waugh, da Swift a Tozzi, da Defoe a Bonaviri, accomunati dal concepire la letteratura alla stregua d’"una fantasia di onnipotenza, di un’ambizione magica", capace di segnare di volta in volta le tappe d’un itinerario di pura, perfetta, insolubile nostalgia per quell’infinito letterario che nessun Orfeo riesce mai pienamente a restituire "con la volatile grazia delle sue cantilene solitarie".

 

Giorgio Manganelli, Altre concupiscenze, a c. di S.S. Nigro, Adelphi, Milano 2021, pp. 227, euro 19

 

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