Joan Didion raccontava i fatti suoi solo se costretta, con il suo sguardo unico

Mariarosa Mancuso

Quando la madre del New Journalism fingeva di parlare in prima persona non bisognava crederle: si trattava di una posa letteraria. Se ne va una scrittrice così bella ed elegante da non averne mai viste di simili

Scrittrici così eleganti e belle non ne avevamo viste mai. Abito lungo, sandali, sigaretta in mano, Joan Didion era appoggiata a una Corvette Stingray. Fotografata da Julian Wasser, lo stesso che scattò l’immagine di Eve Babitz nuda mentre gioca a scacchi con Marcel Duchamp. Eve Babitz è morta quasi dimenticata la settimana scorsa. Joan Didion è morta ieri a 87 anni, meno dimenticata. Due scrittrici diversissime ma entrambe profondamente West Coast, modello per chi dopo di loro è cresciuto da quelle parti. In “Ladybird”, primo film autobiografico di Greta Gerwig – trama: come riuscire a scappare da Sacramento a New York – leggiamo una frase di Joan Didion: “Chi parla di edonismo californiano non ha mai passato un Natale a Sacramento”.

 

Joan Didion da Sacramento riesce a scappare, per poi tornare in California con il marito John Gregory Dunne, raccontarla in splendidi saggi, lavorare scrivendo sceneggiature – un solo titolo: “E’ nata una stella”, versione 1976 con Barbra Streisand – e adottare la figlia Quintana. Una scrittrice così elegante non racconta gli affari suoi se non costretta, anche quando nei saggi finge di parlare in prima persona non dobbiamo crederle. E’ una posa letteraria. Un punto di vista così originale non ha bisogno di sottolineature. Certe cose si riescono a vedere e a descrivere solo con un occhio attentissimo e una mente brillante come la sua. Leggere i suoi libri, per credere (in italiano escono dal Saggiatore, i titoli sono Prendila così, Da dove vengo e The White Album). 

 

Nel 2005 esce L’anno del pensiero magico, il suo libro più noto e “popolare”: non c’è come una storia di sofferenze ad attirare oggi i lettori, creature dal cuore cedevole. Il passaparola parla di dolore e di lutto, la parola giusta è tragedia. L’amatissimo marito John Gregory Dunne muore all’improvviso, mentre Joan Didion sta mescolando l’insalata per la cena. Erano appena tornati dall’ospedale: la figlia Quintana era ricoverata per un’influenza che pareva banale, degenerata in polmonite. 

 

“La vita cambia in un istante”, scrive Joan Didion. E racconta di non aver buttato via per mesi le scarpe del marito: “Quando torna ne avrà bisogno”. Pensiero magico, certo. A questo servono le storie che leggiamo e raccontiamo (qualcuno anche le scrive, ma vale solo per i migliori di noi). Ecco perché la raccolta dei reportage di Joan Didion si intitola We Tell Ourselves Stories in Order to Live. Ecco perché a noi piace ricordare la sua scaramuccia con l’altra celebre vedova Joyce Carol Oates. Colpevole, secondo Joan Didion, di essersi risposata in capo a pochi mesi.

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