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L'animo inquieto di Joan Didion non ha perso nulla della sua magia

Su Netflix un documentario dedicato alla grande autrice

19 Novembre 2017 alle 06:10

L'animo inquieto di Joan Didion non ha perso nulla della sua magia

Il doc “Joan Didion: The Center Will Not Hold” è dedicato alla vita, alle opere e soprattutto all’affascinante personalità di questa grande autrice. Realizzato dai due nipoti di Joan, Griffin e Annabelle Dunne, è un lavoro in raro equilibrio tra gli affari di famiglia, quelli che ti fanno sentire un po’ un intruso, e l’indagine in un animo sofferto e tenace che, arrivato a 83 anni d’età, non ha smarrito un grammo della sua magia. Griffin Dunne è un attore e un regista interessante, sebbene isolato dall’arena competitiva hollywoodiana. Peraltro se lo può permettere: appartiene a una schiatta di intellettuali che, nel salotto buono della letteratura americana del Novecento, in particolare quello dei riveriti magazine, costituisce un marchio di eccellenza. Intellettuali del Connecticut: Griffin è il figlio di Dominick Dunne, acuto commentatore di costume di Vanity Fair e suo zio, lo scrittore John Gregory Dunne, un giorno lontano s’innamorò di una giovanissima e volitiva giornalista californiana che, con disarmante naturalezza, voleva imboccare la carriera di reporter seguendo una regola autorale propria, partecipativa ed emotiva – una specie di me journalism ante litteram. Attorno a loro si raccoglie un circolo di personalità sofisticato ed esclusivo, proiettato verso ciò che la nuova cultura sembrava capace di produrre. E l’asse su cui Joan e John si muovono congiunge Los Angeles a New York, la spoglia spiaggia di Malibu agli appartamenti del migliore East Side, la letteratura e il cinema, il teatro e la saggistica che accende le guerre culturali tra i liberi pensatori. Griffin Dunne racconta questa traiettoria partendo dalla convinzione che Joan sia stata il vero cuore della sua famiglia allargata. Ma il suo problema, per realizzare il doc, era convincere la zia a sottoporsi a interviste che più volte le erano già state proposte, senza successo.

 

L’occasione arriva allora quando la stessa Joan si rivolge a Griffin per girare il booktrailer di “Blue Night”, il suo nuovo libro: il regista accetta, ma in cambio chiede a Joan di lasciarsi filmare. Pare che lei, stavolta, distrattamente abbia risposto: “Ok”, magari confortata dal fatto che si trattasse di una cortesia tra familiari. A quel punto Griffin e Annabel hanno attivato un crowdfunding e in un solo giorno hanno raccolto la somma utile ad avviare la produzione, sapendo già di poter contare sull’accesso ai preziosi materiali privati: foto, filmini, souvenir, ricordi orali. A questo punto Griffin ottiene anche la disponibilità di quanti furono testimoni della storia d’amore tra Joan e John Dunne: l’amico scrittore Calvin Trillin, l’editor Bob Silvers della New York Review of Books, il critico del New Yorker Hilton Als, il drammaturgo David Hare, Harrison Ford, che era il falegname di casa Dunne, Vanessa Redgrave, l’imperatrice di Vogue Anna Wintour. Ed ecco che attraverso la parola sincopata di Joan si dipana il racconto di come andò quel matrimonio, la vita in comune sotto l’egida della creatività, fomentata dalla curiosità per l’esperimento americano, in scena appena fuori del loro recinto dorato. In cui presto entra una nuova figura: Quintana Roo, la bambina adottata dalla coppia, catalizzatrice d’affetti, preocccupazioni e di quel richiamo alle responsabilità da cui, tra un Martini e l’altro, sia Joan che John sembravano volersi sottrarsi. Il successo letterario di Joan s’accresce, i suoi titoli vengono accolti trionfalmente, letti come cronache di una nazione che cambia ma non smette d’essere imperfetta. Purtroppo col nuovo millennio un nuovo inquilino si trasferisce all’indirizzo di Joan: la morte, che si porta via nel 2003 John Gregory per un infarto e nel 2005 Quintana Roo a soli 39 anni, per un’infezione.

 

Per dare un titolo al suo lavoro, Griffin Dunne ha scelto un verso di WB Yeats, tratto dal poema apocalittico “La Seconda Venuta”: “Le cose vanno in pezzi / il centro non può resistere / una mera anarchia si diffonde per il mondo”. Quel centro che non può resistere è l’intelletto inteso come perno di una vita matrimoniale, esposto alla forza centrifuga della realtà e alla disintegrazione delle certezze. E il doc è un’immersione nello stile come ispirazione d’una vita sospinta dall’inquietudine. Che trova forma nelle pagine di “Slouching Towards Bethlehem”, la più deviante indagine della hippie culture mai scritta; o in “Central Park Five”, dove un fatto di nera accaduto a New York è occasione per una riflessione sul significato della razza in America; o come la sceneggiatura di “Panico a Needle Park”, che diventerà il tragico film sull’eroina di Jerry Schatzberg; o come le ultime, strazianti pagine di “The Year of Magical Thinking” e “Blue Night”. A fianco di un’opera tanto ricca, lo spettacolo resta soprattutto la sagoma esile di questa donna affascinante senza età, e il suo fragile vibrare, oggi, come quand’era giovane e ambiziosa. Guardandola, è fatale, la si ama. “The Center Will Not Hold” è su Netflix.

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