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Mala tempora currunt

I libri paccottiglia non sono in quota maschi nè femmine

Sandra Petrignani

Per autori e autrici il male è lo stesso: scrivere oggi è passatempo, non vocazione
 

Non so se i romanzieri esordienti maschi si stiano davvero estinguendo, come ci ha rivelato con un certo comprensibile allarme, Antonio Gurrado sul Foglio di venerdì 21 maggio. I dati che cita, anche se riguardano soltanto l’editoria britannica, sembrano dargli ragione. Gli editori “preferiscano le scrittrici” per varie ragioni: 1. Perché i lettori, essendo prevalentemente lettrici, le preferiscono; 2. Perché scalano le classifiche (che è l’unica cosa che conta davvero secondo i vincenti criteri quantitativi); 3. Perché possono scrivere impunemente di sesso mentre i maschi guai a loro se osano toccarselo o fare pensieri sconci sull’altra metà del cielo, nella vita come nei libri.

 

Mala tempora currunt, sostiene Gurrado che, essendo un maschio, fa bene a lamentarsi anziché aggregarsi all’impropria e ridicolissima rincorsa di alcuni suoi pari all’“io sono uomo ma mi schiero col MeToo”. Potrei ricordargli che siamo in Italia, paese decisamente non all’avanguardia. Se diamo un’occhiata alle classifiche sull’ultimo Robinson, per dire, vedo una notevole prevalenza di nomi maschili sia per la letteratura straniera sia per quella italiana. Controllo sulla Lettura, stessa cosa. Il problema, semmai, è un altro. Il problema è la generale “paccottiglia” per usare una parola di Gurrado. Cito dal suo pezzo: “Paccottiglia come ‘Cinquanta sfumature’ diventa un bestseller universale mentre Philip Roth viene messo al rogo per procura, tramite stigma morale sul suo biografo”. Condivido totalmente il grido di dolore, condivido lo scandalo. Ma, detto questo, torniamo un attimo alle classifiche e alla questione dei generi, ai nomi maschili o femminili che brillano sulle copertine strombazzate. Spero non mi si consideri una snob se dichiaro che non a uno, che dico, nemmeno a mezzo libro di quelli che vedo fra i primi dieci dedicherei il mio tempo. Anche quando si tratta di nomi notissimi so che, ammesso che abbiano scritto qualcosa di buono in passato, non fanno adesso che ripetere se stessi (o se stesse) e il comodo successo raggiunto.

 

Eccolo il problema, caro Antonio: l’allegro “affare” che è diventato la letteratura dei nostri giorni. Ma perché uso a sproposito la parola? Di letteratura, intesa come scommessa, rischio, originalità, vero investimento, vero dolore, scavo e sorpresa, oggi abbiamo quasi completamente perso le tracce (nelle classifiche di certo). Qualche grande nome s’aggira ancora per il mondo, qualche scrittrice e scrittore che non offendono la categoria. Ma si contano sulle dita di due mani. 

 

Sai, diceva Simenon, proprio lui, non Joyce, non Kafka, ma il bestsellerista assoluto Simenon: “Penso che chiunque non abbia bisogno di essere uno scrittore, chiunque pensi che potrebbe fare qualcos’altro, dovrebbe fare qualcos’altro. Scrivere non è una professione, è una vocazione all’infelicità. Penso che un artista non possa mai essere felice”. Il fatto è che, una volta, il successo era un (piacevole) incidente, non lo scopo di una vocazione. Mamma mia che parola! “E che, scrivere è un sacerdozio?”, è la domanda che sento affacciarsi sui social. Ecco, questo è lo spirito del tempo, non ci si intende sulle parole, figurati sul senso profondo delle cose.

 

Adesso, tanto per restare in pari sulla questione dei generi, citerò il pensiero di una grandissima narratrice, temo ormai poco letta dai tanti frequentatori di scuole di scrittura, giornalisti, fruttivendoli, nonni e zii autoproclamantisi scrittori. Katherine Mansfield: “Leggere, per la grande maggioranza della gente, non è una passione, ma un passatempo, e scrivere, per molti autori moderni, è un passatempo e non una passione”. Era il 1919. È passato un secolo e siamo andati molto avanti, come osservavi nel tuo articolo. Purtroppo non vedo il modo di consolarti. Sai, vero, come prosegue la celebre frase ciceroniana dei mala tempora: sed peiora parantur. E dunque, tanto vale prepararsi al peggio e, per chi proprio ci tiene, coltivare la letteratura come una perversione, di pochi per pochi. Ma senza dirlo troppo in giro, se no si finisce come Philip Roth e il suo biografo.

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