(foto Ansa)

La memoria e la dimenticanza

Francesco M. Cataluccio

Il lungo dibattito sulla “unicità dell’Olocausto”. Una teoria, secondo alcuni, giustificata dal passato ma che non rende conto di altri genocidi. L’impegno attuale e i nuovi negazionisti

La memoria della Shoah si è offuscata e ha perso la sua carica dirompente, hanno scritto sulle pagine del sito di “Gariwo. La foresta dei giusti” gli storici Anna Foa, Marcello Flores e il filosofo Amedeo Vigorelli, aprendo un dibattito sollecitato dal direttore Gabriele Nissim. La teoria dell’unicità dell’Olocausto ha comprensibili ragioni politiche e ideologiche ma non rende giustizia delle altre grandi stragi provocate dai nazionalismi e totalitarismi e rischia di diventare una trappola della memoria. Come ha scritto Anna Foa (“Nulla sarà come prima. Anche la memoria?”, 8 giugno 2020): “Troppo spesso osserviamo che molti ebrei e tanti memoriali sono preoccupati che venga messa in discussione la specificità della Shoah quando si fanno dei paragoni con altri genocidi e atrocità di massa. Vorrebbero che l’Olocausto continuasse a venire raccontato come un evento unico che ha colpito soltanto gli ebrei. Questa concezione, a lungo andare, anche se mossa dalle migliori intenzioni, può diventare una pericolosa trappola perché rischia di separare la questione ebraica dalla condizione umana”.

    

Quando fu formulata, l’idea dell’unicità della Shoah, aveva un carattere specifico e universale, ha scritto Gabriele Nissim: “Specifico, perché aveva rotto tutti i tabù sull’incomprensione del fenomeno e aveva permesso di trasmettere al mondo la sua singolarità rispetto a tutti gli orrori del nazismo. In Francia, per esempio, Simone Veil aveva condotto una battaglia straordinaria perché fossero ricordati non solo i partigiani che erano stati internati per la loro lotta al nazismo, ma tutti gli ebrei che erano morti non come resistenti, ma in quanto ebrei, per la colpa di essere nati”.

      


“Può diventare una pericolosa trappola perché rischia di separare la questione ebraica dalla condizione umana” (Anna Foa)


     

Il sociologo polacco Zygmunt Bauman in “Modernità e Olocausto” (1989; ed. it. Il Mulino 1992) ha spiegato che nella Shoah non c’era nulla di incomprensibile, perché i nazisti erano riusciti a creare una macchina di annientamento raffinata che portava gli uomini a fare cose così orrende che, quando ancora oggi li si osserva e si studia, sembrano impossibili. E lo storico israeliano Yehuda Bauer (1926), nel suo libro più importante, “Ripensare l’Olocausto” (2001; ed. it. Baldini Castoldi Dalai 2009), sostiene che la Shoah costituisce un fenomeno eccezionale rispetto alla versione canonica del genocidio: il genocidio ebraico, progettato e realizzato dal nazismo, è ideologico, universale e radicale. Non si limita a un territorio o a un’area geografica e si fonda sull’identità per nascita del perseguitato. Ma, allo stesso tempo, ha messo in luce come quel male non fosse compiuto da mostri o demoni, ma da esseri umani. Era un non precedente nella storia dei genocidi, che tuttavia non riguardava solo gli ebrei, ma l’intera umanità, perché si sarebbe potuto ripetere per altri uomini.

      

Il discorso della specificità e della singolarità della Shoah ha permesso, nota Gabriele Nissim, che si aprisse in tutta Europa un percorso di purificazione morale dove, accanto alle responsabilità dei nazisti, fossero messe in luce tutte le possibili complicità nei diversi paesi. Un percorso comunque non lineare: “Se la Germania ha elaborato in questi anni la colpa in modo originale, ci è voluto tempo perché in Francia ci si ricordasse delle responsabilità di Vichy, mentre nei paesi dell’Est c’è voluta la fine del comunismo perché si aprisse un dibattito sul coinvolgimento delle élite politiche alleate ai nazisti e sui fenomeni di indifferenza nelle società. Ancora oggi in Polonia, in Ungheria, in Ucraina, nei Paesi baltici (e bisognerebbe aprire un capitolo sulla Russia), nonostante i passi in avanti, si cerca di attenuare le responsabilità di coloro che si resero complici dei massacri nazisti”.

     

La memoria della Shoah, come sottolinea Anna Foa, aveva un carattere universale perché da quella vicenda, grazie al lavoro dell’avvocato ebreo polacco Raphael Lemkin (1900-1959) era nata, nel 1951, la Convenzione per la prevenzione dei genocidi delle Nazioni Unite ed erano sorti tribunali internazionali e significative riflessioni sui diritti umani. Lemkin, che aveva perso nell’Olocausto 49 famigliari, prima della guerra si era già interessato al massacro del popolo armeno. Fu lui che coniò, nel 1944, il termine “genocidio”, che considerava un’offesa al diritto internazionale. Fra il 1945 e il 1946 Lemkin fu consulente del procuratore capo Robert H. Jackson nel processo di Norimberga. Ma per lui, nonostante l’enormità dei crimini nazisti, dovevano esser chiamati “genocidi” anche altri massacri di popoli: nel 1953 qualificò come genocidiarie le politiche che Stalin condusse contro l’Ucraina negli anni Trenta e che culminarono nella grande carestia del 1933-34 (Holodomor, che provocò 3,5 milioni di morti) e quelle della Turchia contro il popolo armeno che causarono, tra il 1915 e il 1916, circa 1,5 milioni di morti. Ricordare la Shoah significava affermare con forza che quanto era accaduto agli ebrei non si sarebbe dovuto mai più ripetere per nessun essere umano. Il grande messaggio morale che veniva da quella esperienza tragica era la necessità di impegnarsi a difendere, in ogni angolo del mondo, la dignità umana.

    


Per George Steiner i sopravvissuti avevano un unico privilegio dopo Auschwitz: essere sentinelle del male e rifiutare ogni slogan nazionalista


     

La questione dell’unicità dell’Olocausto venne tematizzata nel marzo del 1967, prima della guerra dei Sei giorni, dallo scrittore, premio Nobel per la pace, Eliezer “Elie” Wiesel (1928-2016), sopravvissuto allo sterminio, che coniò il concetto di “unicità” sulle pagine della rivista Judaism, discutendo sui “Valori ebraici nel mondo dopo l’Olocausto” (Jewish Values in post-Holocaust Future) con altri tre intellettuali ebrei: il filosofo e rabbino Emil Fackenheim; il saggista e romanziere George F. Steiner, e il filosofo della storia Richard H. Popkin. Wiesel scrisse che lo sterminio ebraico doveva essere compreso come “il riassunto dell’esperienza ebraica”, e che tale evento era stato “irrazionale e unico: un capitolo glorioso della eterna storia degli ebrei”. George Steiner (1929-2020) polemizzò con Wiesel spiegando che si dimostrava inadeguato chi raccontava un male estremo come la Shoah come una narrazione esclusiva. Il suo ruolo autentico era quello di essere testimone di ogni crimine che presentava anche il minimo rapporto con la tragedia ebraica: “La nostra differenza è che proclamiamo che non c’è differenza tra gli esseri umani”. Secondo Steiner i sopravvissuti portavano delle cicatrici terribili, ma avevano un unico privilegio dopo Auschwitz: potevano essere indelicati, irritanti e sovversivi ogniqualvolta apparisse sulla scena pubblica una politica nazionalista, cattiva e disumana. Dovevano essere sentinelle del male e rifiutare ogni slogan nazionalista che portasse a giustificare la politica del proprio paese, quando prendeva una strada sbagliata. Affermare di essere ebrei non significava costruire un mondo a parte, ma gridare ad alta voce quando l’umanità veniva oltraggiata.

    

Lo sterminio degli ebrei non è stato l’unico evento del genere nel Novecento. La Shoah, come notava acutamente lo storico Saul Friedlander, è ancora una componente psichica non elaborata nella coscienza israeliana, e in quella ebraica in generale. Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua ha dichiarato: “Nel mio ultimo romanzo, ‘Il tunnel’, pubblicato in Italia da Einaudi, il protagonista perde la memoria e si tatua sul braccio i numeri dell’antifurto della macchina. E’ una dissacrazione. Noi ebrei dobbiamo diminuire l’intensità della memoria. Che non significa dimenticare; significa guardare le cose che abbiamo intorno. Uscire dalla trappola dell’identità. Oltretutto non esiste un’identità ebraica. Ne esistono molte. Gli askenaziti e i sefarditi, i religiosi e i laici, gli ortodossi e gli ultraortodossi”. (Aldo Cazzullo, intervista ad Abraham Yehoshua, Corriere della Sera, 11 giugno 2020).

     

Diminuire l’intensità dei ricordi e cercare di dimenticare per non rimanere intossicati dalle proprie tragedie, come raccomandava di fare l’antropologo e saggista Tzvetan Todorov, non significa affatto cancellare la memoria del passato. Nel 1992 Todorov fu invitato dalla Fondazione Auschwitz a Bruxelles a tenere un discorso in occasione del convegno “Storia e memoria dei crimini nazisti”. Da quella conferenza nacque, nel 1995, un piccolo, fondamentale, libro: “Gli abusi della memoria” (trad. it. Meltemi, 2018). Vi si sostiene che dalla fine del Novecento a oggi gli europei appaiono ossessionati dal culto della memoria: ci si sforza perché non venga mai meno il ricordo. Ma che senso ha il suo uso senza uno spirito critico e una rielaborazione che ci consenta di individuare le sempre nuove forme di razzismo, di xenofobia e di esclusione? Il ricordo è una celebrazione, un conteggio e una spartizione delle vittime, oppure l’autentica comprensione e l’impegno per non commettere altri errori? La memoria è minacciata non tanto dalla cancellazione delle informazioni, ma proprio dal contrario: la sovrabbondanza (soprattutto oggi con l’immensa massa di informazioni accessibili tramite internet). Siamo diventati dei volonterosi attivisti dell’oblio, non tanto e non solo nelle dittature ma anche nei regimi che si considerano democratici. Tutti sembrano avere il medesimo obbiettivo: cancellare la memoria. Essa invece non è opposta nettamente all’oblio, come si crede comunemente: i due termini in opposizione sono piuttosto la cancellazione (l’oblio) e la conservazione. La memoria include in sé l’oblio ed è il risultato dell’interazione tra le due istanze: “Il culto della memoria non serve sempre la giustizia: non è nemmeno favorevole alla memoria stessa. (…) Oggi non ci sono più rastrellamenti di ebrei, né campi di sterminio. Noi dobbiamo tuttavia mantenere viva la memoria del passato: non per chiedere risarcimenti per l’offesa subita, ma per essere attenti a situazioni nuove e tuttavia analoghe. Il razzismo, la xenofobia, l’esclusione che colpiscono gli altri non sono identici a quelli di cinquanta, cento o di duecento anni fa; nondimeno dobbiamo, in nome di questo passato, agire sul presente”. 

      


Elie Wiesel nel 1967 lo descrisse come “il riassunto dell’esperienza ebraica” e come un evento che era stato “irrazionale e unico”


     

Primo Levi rifletté con onestà, pur con tormento, su questa questione. Inizialmente sostenne l’unicità dell’Olocausto: “I Lager tedeschi costituiscono qualcosa di unico nella pur sanguinosa storia dell’umanità: all’antico scopo di eliminare o terrificare gli avversari politici, affiancavano uno scopo moderno e mostruoso, quello di cancellare dal mondo interi popoli e culture. A partire press’a poco dal 1941, essi diventano gigantesche macchine di morte” (P. Levi, Appendice a “Se questo è un uomo”, Einaudi 1976, p. 245). Questa unicità rendeva diversi, secondo lui, i Lager dai Gulag: “Nei Gulag la morte era in qualche modo accidentale, avveniva per il freddo, per la fame, per la fatica, ma non era l’obbiettivo. Mentre la novità finora unica, perché non credo che si sia ripetuta mai, salvo forse in Cambogia, lo scopo dello strumento Lager nella Germania di Hitler era proprio quello di uccidere. Erano macchine per uccidere in cui invece si capovolgeva il lavoro servile, che era un sottoprodotto. Il prodotto principale era la morte e questo mi pare vada ripetuto, non per scagionare Stalin né i suoi successori, ma solo per segnare una differenza che ha la sua importanza" (P. Levi, “Conversazioni con Gozzi” , in Primo Levi , “Riga” n. 13, a cura di M. Belpoliti, Marcos y Marcos 1987, p. 95).

      

Nel libro che può essere considerato il suo testamento, “I sommersi e i salvati” (1986), Levi spese tutte le sue energie alla ricerca della verità, oltre la retorica di interpretazioni dettate da necessità politiche: “Ho voluto riprendere quel tema per bisogno di verità, per andare contro la retorica. (…) Sono disposto a tollerare una certa quantità di retorica, è indispensabile per vivere. Abbiamo bisogno di monumenti, di celebrazioni: e un monumento nella sua etimologia, vuol dire ammonimento. Però occorre un controcanto, un commento in prosa ai voli della retorica: io ho cercato di farlo sapendo di ledere alcune sensibilità. Sono temi abbastanza tabù” (G. Calcagno, “Primo Levi: capire non è perdonare”, Tuttolibri, 26 luglio 1986). Di fronte ai massacri in Cambogia (“dove per puro fanatismo ideologico un popolo ha distrutto la metà di se stesso, nel silenzio del mondo”), Levi giunse a mettere in discussione l’unicità e l’irripetibilità dell’Olocausto, e sembrò non più tanto sicuro riguardo all’impossibilità di un “ritorno di Auschwitz”: “Non credo che in Europa ci si tornerà, almeno in un tempo prevedibile. Ma che la minaccia esista è evidente. Il poco che sappiamo sulla Cambogia ricorda in modo pauroso quanto è successo in Germania”- (G. Calcagno, “Primo Levi: capire non è perdonare”, cit.).

    

Quanto ai Gulag, aveva ragione lo studioso di letteratura russa Vittorio Strada (1929-2018) quando sosteneva: “Uno dei più tremendi crimini del XX secolo, l’Olocausto, è stato oggetto di un numero assai alto di documentazioni e analisi, restando al centro dell’attenzione, e della deprecazione, come lo era stato nei decenni precedenti. Invece, il Gulag, un crimine analogo, per quanto dotato di una sua peculiarità, ma anche più grave del precedente in senso quantitativo, cioè per numero di vittime e per durata ed estensione, non occupa nell’attenzione pubblica e nelle ricerche storiche un posto paragonabile a quello dell’Olocausto, anzi tende gradatamente a uscire dalla sfera degli studi, nonché da quella della condanna” (V. Strada, “L’istintiva pulsione a rimuovere l’arcipelago Gulag, in Liberal, n. 26, Roma 1997, p. 75).

   


   Fenomeni negazionisti come il culto del cosiddetto “Polocausto” in Polonia indicano che oltre al ricordo serve attenzione al presente


     

Mettere in discussione l’unicità dell’Olocausto non significa affatto sminuire la sua tragica portata. Lo fanno gli antisemiti odierni o i nazionalisti che vogliono occultare le complicità del proprio paese o pretendere una sorta di ridicolo primato delle vittime. In Polonia, ad esempio, nei media dell’estrema destra, ma anche su Wikipedia, si parla con enfasi dell’esistenza di un campo di sterminio a Varsavia dove sarebbero stati assassinati migliaia di polacchi (200 mila, si dice). Il luogo di questo campo, vicino alla stazione ferroviaria di Warszawa Zachodnia, è meta oggi di pellegrinaggio e vi si tengono periodiche cerimonie di commemorazione. Il problema è che lì non è mai esistito alcun campo di sterminio di polacchi e che non ci sono prove storiche dell’esistenza di camere a gas a Varsavia. La complessa operazione che ha portato alla diffusione di queste false notizie ha a che fare con la propaganda dell’estrema destra, con la volontà di minimizzare l’Olocausto e di dare rilevanza al cosiddetto “Polocausto”. Al fatto cioè che i polacchi furono vittime del nazismo tanto quanto gli ebrei. La tesi che un tunnel, vicino alla stazione ferroviaria di Warszawa Zachodnia, sarebbe stato utilizzato come una gigantesca camera a gas per polacchi, a seguito di una serie di indagini fatte dall’Istituto nazionale per la memoria (l’Ipn, creato nel paese dopo la caduta del regime comunista) è stata completamente smontata e si è scoperto, ad esempio, che i pozzi di ventilazione (una delle presunte e fondamentali prove per sostenere la storia della camera a gas) erano stati installati solo negli anni Settanta. Come ha sostenuto, sulle pagine di “Haaretz” Havi Dreifuss (docente all’Università di Tel Aviv ed esperta di storia dell’Olocausto): “Stanno cercando di equiparare quello che è successo agli ebrei durante l’Olocausto a quello che è successo ai polacchi durante l’Olocausto. Con l’obiettivo di minimizzare l’Olocausto stesso ed esagerare il cosiddetto Polocausto, termine usato per descrivere l’omicidio di massa di polacchi non ebrei da parte dei nazisti”.

      

Il premio Nobel per la Letteratura, il polacco-lituano Czeslaw Milosz, pubblicò clandestinamente, nel 1944, una bellissima poesia intitolata “Campo dei fiori” (Cz. Milosz, “Poesie”, a cura di P. Marchesani, Adelphi 1983). Ricordando la famosa statua di Giordano Bruno nella piazza di Roma rifletteva sulla solitudine di coloro che morirono ammazzati dai tedeschi, nel 1943, nel Ghetto di Varsavia tra l’indifferenza di quasi tutta la popolazione. Nel 1993, in occasione del Cinquantesimo anniversario della rivolta del Ghetto di Varsavia, si tenne a Cracovia, nella sede della rivista Znak (Segno), una discussione attorno a quella e altre sue poesie sullo sterminio degli ebrei, con alcuni intellettuali polacchi dell’opposizione e il leggendario comandante dell’insurrezione del Ghetto di Varsavia, Marek Edelman (Jan Bloski, Marek Edelman, Czeslaw Milosz, Jerzy Turowicz, Ludzkoś, “L’umanità che rimane”, in: Palimpsest, 15 maggio 2020). Milosz allora sostenne di non leggere più quelle vecchie poesie durante gli incontri negli Stati Uniti (dove risiedette e insegnò all’Università di Berkeley dal 1958 alla fine degli anni Ottanta) perché “gli americani pensano che i polacchi siano tutti antisemiti”. Intervenne Marek Edelman e disse: “Lessi quella poesia venti anni fa e la interpretai in modo del tutto diverso da oggi. Allora quella per me era una poesia che parlava del periodo della guerra (il nazismo, il ghetto ecc). Oggi non mi pare una poesia sul Ghetto. Non parla di ciò che accadde a Varsavia. E’ una poesia sull’umanità, su quello che succede alle persone. Dopo cinquant’anni ne abbiamo molti di più di quegli olocausti (non voglio stare qui a nominarli). E bisogna rendersi conto che questa è la vita umana. E questo è ciò che c’è nell’uomo. Quella poesia non riguarda quattro milioni di ebrei che furono ammazzati qui. Riguarda l’essere umano, riguarda tutta la sua esistenza, la cui natura è sempre stata e sempre sarà questa qua”.

       

Marek Edelman (1919-2009) era spesso di una schiettezza che poteva quasi sembrare cinismo. Era invece un combattente, un ex militante del Bund (organizzazione dei lavoratori ebrei polacchi e lituani che si opponeva al sionismo e sognava invece un’Europa democratica e socialista in cui regnasse la fratellanza dei popoli) e poi militante dell’opposizione democratica e dirigente di Solidarnosc; un medico cardiologo che amava la vita degli altri e la propria. Ma, per quello che aveva visto e per le esperienze che aveva vissuto, non si faceva illusioni sulla natura umana. La “zona grigia”, per lui, era più nera che bianca; gli esseri umani si erano sempre massacrati e si massacreranno, anche con un certo sadismo; la barbarie è sempre dietro l’angolo e la Shoah è un terribile capitolo di una storia purtroppo infinita. Con i suoi libri (soprattutto “Il guardiano. Marek Edelman racconta”, a cura di R. Assuntino e W. Goldkorn, Sellerio 1998) e la sua testimonianza, ci ha fatto capire che l’unica cosa che possiamo fare è non dimenticare mai ed essere molto vigili e pronti a combattere.

  

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