Il Covid ci ha reso vulnerabili, ma consapevoli

Sergio Belardinelli

Rispettare le regole in tempo di pandemia significa accettare che ciascuno di noi è fragile e ha bisogno degli altri. Ma è proprio questo stato di necessità a renderci liberi e responsabili

La pandemia di questi mesi ripropone un tema filosofico fondamentale: la naturale vulnerabilità e dipendenza che contraddistinguono la condizione umana. La cosa può dispiacere a chi coltiva ancora il grande sogno di diventare padroni incontrastati di noi stessi e di tutto ciò che abbiamo intorno, ma siamo “animali razionali dipendenti”, come recita il titolo di un celebre libro di Alasdair MacIntyre, vecchio di oltre vent’anni e attualissimo. Siamo animali dipendenti e fragili: un dato di fatto di per sé incontestabile, che però, dai greci ai giorni nostri, viene trascurato nella sua grande portata antropologica.

  

Aristotele, ad esempio, enfatizzava soprattutto l’individuo sufficiente a se stesso, il megalopsychos; molta filosofia moderna esalta il concetto di autonomia individuale; soltanto pochi pensatori si soffermano invece sulla umana vulnerabilità e sulle dipendenze dall’aiuto altrui che ne conseguono nelle diverse fasi della vita: l’infanzia e la vecchiaia in primis, ma anche le infermità e le malattie da cui tutti gli uomini possono essere affetti temporaneamente o per sempre. Di passaggio faccio notare che è precisamente questo il dato naturale sul quale MacIntyre costruisce la sua filosofia morale, tesa a mostrare come proprio le virtù che garantiscono un “agire razionale indipendente” hanno bisogno di essere accompagnate da quelle che egli chiama “le virtù della dipendenza riconosciuta”.

 

A differenza degli altri animali, gli uomini hanno bisogno di molto tempo per “trovarsi”, per imparare a dire “io”, per condurre una vita all’insegna dell’indipendenza, dell’autonomia, della libertà e della responsabilità; hanno bisogno di relazioni significative con altre persone che si prendano cura di loro, che li amino e, amandoli, sappiano conciliarli con la realtà, aiutarli a comprendere la differenza tra aspettative realistiche e semplici desideri, magari schiudendo loro la bellezza del mondo e della vita. Questo in fondo è il compito primario dell’educazione. Capita spesso poi che qualcuno sia affetto da gravi menomazioni fisiche (sordità, cecità, infermità varie) che riducono tragicamente le possibilità a sua disposizione, rendendo ancora più evidente la sua dipendenza e la nostra vulnerabilità in generale. Eppure su questi aspetti la maggior parte della filosofia morale glissa, non li prende di petto, tende ad assumere come riferimento primario gli agenti morali indipendenti, diciamo pure, i più fortunati o il “prodotto finito” di un processo spesso difficile, che incomincia quando gli uomini vengono al mondo e trova nelle fasi dell’infanzia e dell’adolescenza uno dei suoi momenti più decisivi. Per dirla ancora con MacIntyre: “Diventare un efficace agente razionale indipendente è un risultato, ma è sempre un risultato al quale altri hanno dato contributi essenziali”. E i primi “altri” in questo senso sono la natura e i nostri genitori.

 

Per l’essere umano il venire al mondo è sempre un evento biologico-familiare, sul quale grava un’aura ineludibile di casualità; nasciamo con un determinato equipaggiamento genetico e con determinati legami familiari e sociali che non abbiamo scelto: fa una grande differenza nascere in un luogo o in un altro, in una cultura o in un’altra, in piena salute o gravemente menomati nel fisico e nelle capacità cognitive. In ogni caso, quale che sia la fortuna che abbiamo avuto all’inizio, per sopravvivere e per sviluppare le capacità che sono proprie di “agenti razionali indipendenti” avremo sempre bisogno degli altri. Più avremo questa consapevolezza e più sapremo essere uomini autonomi e liberi, liberi di perseverare nei valori del contesto nel quale siamo nati e cresciuti, ma anche di prenderne le distanze, di prendere le distanze dai genitori e dai maestri che abbiamo avuto e (perché no?) persino da alcune nostre infermità o da ciò che di noi stessi non ci piace. Tutto questo non elimina ovviamente la nostra vulnerabilità. Al contrario: la universalizza, fino a farne la luce che illumina il senso più vero della nostra natura e dignità. Tutti siamo in qualche modo vulnerabili, il Covid-19, al pari di altre malattie, può colpire chiunque: questa è la consapevolezza sulla quale costruire un senso di umana solidarietà che, da un lato, spinga a prenderci cura gli uni degli altri, e dall’altro ci aiuti a comprendere che la salute, per quanto importante, non è necessariamente il valore più alto.

 

Non vorrei sparare, come si dice, col cannone ai passeri, ma credo che sia principalmente perché non abbiamo la minima idea di che cosa tutto questo significhi che possiamo permetterci di fare gli sbruffoni non indossando le mascherine nei luoghi pubblici in presenza di un virus che è ancora in circolazione o che, viceversa, pensiamo che debba essere il governo a imporre, magari con un dpcm, se mettere o no le mascherine. E’ invece in primo luogo una questione di responsabilità nei confronti di noi stessi e degli altri. Lo ripeto ancora: siamo animali fragili e dipendenti e, in quanto tali, bisognosi di reciproco aiuto. Altro che “maestri e possessori” della natura, come pensava Cartesio. La nostra stessa libertà e la qualità della nostra vita dipendono principalmente proprio dalla consapevolezza che abbiamo di ciò che non dipende da noi.

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