Dare to Speak. Un piano per la libertà di parola

Paola Peduzzi

02/08/2020

Dare to Speak. Un piano per la libertà di parola

Foto CC di Hpeterswald

Margaret Atwood dice che l'ultimo saggio di Suzanne Nossel va letto, ed eccoci qui

Milano. Margaret Atwood dice che “Dare to Speak” è “un libro che bisogna leggere” e qui si obbedisce subito. Il saggio di Suzanne Nossel, ceo di Pen America, l’organizzazione che vuole promuovere e proteggere la libertà d’espressione e i diritti umani, è stato pubblicato in questi giorni negli Stati Uniti ed è un manuale che cerca non tanto di vincere la gara della cancellazione – io cancello te, tu cancelli me, e si va avanti così – quanto di trovare un patto di convivenza tra le diverse idee e convinzioni. Una convivenza del dissenso. Bisogna cercare e scovare, scrive la Nossel, quel terreno comune che permette a tutti di esprimere le proprie opinioni senza doversi ridurre a limitarne alcune, ché basta un paletto arbitrario alla libertà d’espressione per minare l’intero costrutto democratico. La Nossel è sia contraria alla ipocrisia per cui si difendono soltanto le opinioni simili e condivise sia al modo sprezzante con cui spesso certe sensibilità vengono liquidate come capricci figli di uno stato d’animo di indignazione e lamentela permanente.

    

Per chi si occupa di politica estera, la Nossel è nota come per le sue battaglie per i diritti umani: aveva lavorato, allora trentenne, al dipartimento di stato dell’Amministrazione Clinton e in particolare con Richard Holbrooke, il super diplomatico scomparso una decina di anni fa. Per chi si occupa di dottrine e faccende internazionali, la Nossel è l’inventrice della formula “smart power” – lo fece in un articolo su Foreign Affairs nel 2004 in cui sosteneva di fatto: si può essere troppo falchi, si può essere troppo colombe, si può essere anche troppo furbi o più probabilmente furbi a metà, ma non si può mai essere troppo intelligenti. Lo “smart power” era il rilancio, nel secondo mandato di Bush jr e prima dell’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca, negli anni della contestata guerra in Iraq, dell’internazionalismo liberal di stampo clintonian-blairiano.

   

Da sempre insomma la Nossel cerca il negoziato, il terreno in comune, la terza via potremmo dire, e in “Dare to Speak” declina questa propensione al dialogo nell’ambito della libertà d’espressione. Per esempio non è del tutto d’accordo sul fatto che i giovani universitari abbiano sviluppato una naturale avversione al confronto dialettico e che considerino violento tutto ciò che non rientra nel loro modo di pensare. O meglio, non è che non sia d’accordo, porta molti esempi al riguardo (suo marito è un professore, conosce il mondo accademico), ma è convinta che le parole possano ferire per davvero, e per molto tempo, e che queste ferite debbano essere prese in considerazione, affrontate, se possibile medicate. C’è naturalmente il pericolo che poi queste ferite, questa ipersensibilità abbiano la meglio, ma secondo la Nossel questo è un rischio da correre, perché soltanto così si può trovare un terreno comune e – cosa più importante – difendere per davvero la libertà d’espressione. Questo è un punto importante per la Nossel: dice che le censure ufficiali non sono poi così utili a governare l’estremismo: in America i negazionisti dell’Olocausto sono liberi di parlare, in Germania no. Eppure in entrambi i paesi negli ultimi anni si è registrato un aumento dei commenti antisemiti molto simile, del 12 e 13 per cento. L’odio non si ferma se è proibito, limitare la libertà d’espressione finisce per inficiare l’intero dibattito, rimaniamo tutti incastrati e meno liberi, non soltanto gli odiatori né soltanto quelli che dissentono da noi. Per questo, dice la Nossel, la cura e l’attenzione devono essere collettivi, “per tutti”. “Tutti hanno libertà di parola? E se no, chi la controlla? – scrive la Atwood – Questo libro coraggioso, sapiente, succinto è un must read per gli scrittori, per gli oratori, per gli insegnanti, per i giornalisti e, be’, per chiunque parli”.