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Dare to Speak. Un piano per la libertà di parola

Margaret Atwood dice che l'ultimo saggio di Suzanne Nossel va letto, ed eccoci qui

2 Agosto 2020 alle 06:28

Dare to Speak. Un piano per la libertà di parola

Foto CC di Hpeterswald

Milano. Margaret Atwood dice che “Dare to Speak” è “un libro che bisogna leggere” e qui si obbedisce subito. Il saggio di Suzanne Nossel, ceo di Pen America, l’organizzazione che vuole promuovere e proteggere la libertà d’espressione e i diritti umani, è stato pubblicato in questi giorni negli Stati Uniti ed è un manuale che cerca non tanto di vincere la gara della cancellazione – io cancello te, tu cancelli me, e si va avanti così – quanto di trovare un patto di convivenza tra le diverse idee e convinzioni. Una convivenza del dissenso. Bisogna cercare e scovare, scrive la Nossel, quel terreno comune che permette a tutti di esprimere le proprie opinioni senza doversi ridurre a limitarne alcune, ché basta un paletto arbitrario alla libertà d’espressione per minare l’intero costrutto democratico. La Nossel è sia contraria alla ipocrisia per cui si difendono soltanto le opinioni simili e condivise sia al modo sprezzante con cui spesso certe sensibilità vengono liquidate come capricci figli di uno stato d’animo di indignazione e lamentela permanente.

    

Per chi si occupa di politica estera, la Nossel è nota come per le sue battaglie per i diritti umani: aveva lavorato, allora trentenne, al dipartimento di stato dell’Amministrazione Clinton e in particolare con Richard Holbrooke, il super diplomatico scomparso una decina di anni fa. Per chi si occupa di dottrine e faccende internazionali, la Nossel è l’inventrice della formula “smart power” – lo fece in un articolo su Foreign Affairs nel 2004 in cui sosteneva di fatto: si può essere troppo falchi, si può essere troppo colombe, si può essere anche troppo furbi o più probabilmente furbi a metà, ma non si può mai essere troppo intelligenti. Lo “smart power” era il rilancio, nel secondo mandato di Bush jr e prima dell’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca, negli anni della contestata guerra in Iraq, dell’internazionalismo liberal di stampo clintonian-blairiano.

   

Da sempre insomma la Nossel cerca il negoziato, il terreno in comune, la terza via potremmo dire, e in “Dare to Speak” declina questa propensione al dialogo nell’ambito della libertà d’espressione. Per esempio non è del tutto d’accordo sul fatto che i giovani universitari abbiano sviluppato una naturale avversione al confronto dialettico e che considerino violento tutto ciò che non rientra nel loro modo di pensare. O meglio, non è che non sia d’accordo, porta molti esempi al riguardo (suo marito è un professore, conosce il mondo accademico), ma è convinta che le parole possano ferire per davvero, e per molto tempo, e che queste ferite debbano essere prese in considerazione, affrontate, se possibile medicate. C’è naturalmente il pericolo che poi queste ferite, questa ipersensibilità abbiano la meglio, ma secondo la Nossel questo è un rischio da correre, perché soltanto così si può trovare un terreno comune e – cosa più importante – difendere per davvero la libertà d’espressione. Questo è un punto importante per la Nossel: dice che le censure ufficiali non sono poi così utili a governare l’estremismo: in America i negazionisti dell’Olocausto sono liberi di parlare, in Germania no. Eppure in entrambi i paesi negli ultimi anni si è registrato un aumento dei commenti antisemiti molto simile, del 12 e 13 per cento. L’odio non si ferma se è proibito, limitare la libertà d’espressione finisce per inficiare l’intero dibattito, rimaniamo tutti incastrati e meno liberi, non soltanto gli odiatori né soltanto quelli che dissentono da noi. Per questo, dice la Nossel, la cura e l’attenzione devono essere collettivi, “per tutti”. “Tutti hanno libertà di parola? E se no, chi la controlla? – scrive la Atwood – Questo libro coraggioso, sapiente, succinto è un must read per gli scrittori, per gli oratori, per gli insegnanti, per i giornalisti e, be’, per chiunque parli”. 

Paola Peduzzi

Paola Peduzzi

Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi

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