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Arte seria

Quando le mostre facevano evolvere (davvero) la critica. Il libro di Anna Ottani Cavina

10 Novembre 2019 alle 06:18

Arte seria

Sapevate che a Rimini c’era una chiesa dedicata a San Francesco completamente affrescata da Giotto? Il ciclo era stato dipinto dopo quello di Assisi e subito prima della cappella degli Scrovegni, per venire distrutto in epoca rinascimentale, quando la chiesa venne ripensata da Leon Battista Alberti per diventare l’oggi incompiuto Tempio Malatestiano. Soluzione da improvvido “angelo del bello”, direbbe qualcuno, mitigata certo dal risultato che vede nel Tempio uno dei capolavori dell’architettura rinascimentale (benché del vecchio ciclo si sia salvata solo la croce lignea dell’Abside). Una panchina a Manhattan di Anna Ottani Cavina (Adelphi, 396 pp, 48 euro) è una fucina di informazioni come queste e di osservazioni acute e illuminanti sul mondo dell’arte. Un mondo che l’autrice – storica dell’arte all’Università di Bologna e alla John Hopkins, nonché curatrice e critica – ci porta a scoprire attraverso il ruolo che sin dagli anni 70 hanno avuto le esposizioni, capaci da quel momento di indirizzare in modo duraturo tanto le interpretazioni, quanto addirittura il ruolo dei musei.

 

Un esempio può essere la retrospettiva dedicata a Matisse dal Moma di New York nel 1992, con gli spazi totalmente rivoluzionati per l’occasione: “Lasciando al piano terreno un solo illustre relitto, le “Demoiselles d’Avignon”. Così, dopo avere contemplato Matisse, i visitatori incontrano l’antagonista Picasso, senza il quale la cosmologia di Matisse rimane mutila e indecifrabile”. Ottani Cavina riesce a farci scoprire attraverso un’antologia di recensioni, reportage, introduzioni curatoriali (elementi eterogenei che costituiscono un percorso unitario grazie al tono suadente, preciso e colto della sua prosa, così come alla scelta delle immagini che accompagnano i testi nella bella collana Imago, e infine per merito della disposizione sostanzialmente cronologia sul piano della storia dell’arte con cui sono disposti gli interventi) come le mostre siano state episodi centrali nell’evoluzione della critica e della diffusione dell’arte negli ultimi decenni, prima di una massiva semplificazione. “Parole impronunciabili oggi perché difficile è dare un’idea del ruolo e del peso che le esposizioni hanno avuto a partire dagli anni Settanta. Difficile e pure insensato, di fronte al crash di un modello banalizzato nella sua ricorrenza ossessiva (oltre diecimila sono le mostre che si inaugurano ogni anno in Italia), stravolto negli obiettivi, ormai spudoratamente commerciali e turistici”. Se c’è un modo per riscoprire il ruolo centrale che le mostre hanno avuto è proprio leggere questo libro: “Per l’arco di qualche decennio sono state le esposizioni, molto più delle monografie e degli studi specialistici, i vettori di idee di lunga durata”. Il volume si apre con i capitoli dedicati da Cavina ai suoi maestri, Giuliano Briganti, Robert Rosenblum (è sua la panchina a Manhattan, tra la New York University e Washington Square, dalla quale il critico “forte di una cultura che niente escludeva, […] invitava a rileggere l’arte passata e quella presente, l’arte che cambia e forse anche no”) e Federico Zeri. Toccante in modo speciale il ritratto dedicato a quest’ultimo, che oltre a rendere giustizia al più grande degli allievi di Roberto Longhi – in grado di innescare illuminanti cortocircuiti interpretativi sulla scorta di elementi storici, filologici e iconografici restituendoceli con stile inconfondibilmente laconico – trova lo spazio per ispirati passaggi nostalgici: “Andammo fino a Tallinn in anni non proprio adattissimi agli sconfinamenti anseatici, per ritrovare un retablo rinascimentale di Michael Sittow nella chiesa sconsacrata di San Nicola. Poi lungo le rotte beduine della Siria. Stelle dappertutto nella notte di Palmira, a piedi tra le rovine”.

 

Le agnizioni, molteplici, si rivelano in testi con cui gettare lo sguardo su mostre e soluzioni artistiche diversissime. Vermeer, “I volti del Rinascimento”, Bramantino, “Liotard, il turco d’occidente”, John Ruskin, “Trionfo e morte dell’eroe”, “Vienna, fragilità e bellezza”: ecco alcuni dei capitoli in cui è organizzato Una panchina a Manhattan, che a ogni pagina ci porta in uno spazio mentale di cui ci restituisce l’atmosfera con l’eleganza di un barometro di precisione: “Nella Vienna di primo Novecento, il vetro assume la funzione di tecnica guida, di materiale pilota in grado di interpretare i sogni metafisici di una civiltà che aspirava alla luce mentre calavano minacciose le tenebre”. Chi ama l’arte dovrebbe procurarsi questo libro.

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