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Lo Scrittore Romano secondo Juan R. Wilcock

Un viaggio nella Roma decadente dell'intellettuale che riuniva in sé gli spiriti di Averroè, di Schwob e di Petrolini

13 Novembre 2019 alle 11:58

Lo Scrittore Romano secondo Juan R. Wilcock

Juan Rodolfo Wilcock nacque a Buenos Aires nel 1919 e morì a Lubriano nel 1978

Caproni compendiava la natura di Roma in “enfasi e orina”. La definizione mi torna in mente sempre più spesso, quando con sempre meno slancio arrivo a Termini e mi muovo dall’Esquilino a Monti, rioni che in pieno centro mimano il contrasto tra l’infuocata periferia multietnica e l’enclave da ceto (auto)riflessivo: da un lato le strade che sanno ancora di romanzo parlamentare umbertino, incrostate di liquami e sughi, dall’altro i locali leziosi che suggeriscono una fine del mondo novecentesco not with a bang but a hipster. Ma al primo epigramma meglio mordersi la lingua: come molti monumenti di questa terra marziale e Marziale, l’arco di Flaiano è già coperto da troppi graffiti. Restiamo a Caproni, e alla mia memoria che romanamente lo enfatizza. Ragioni oggettive o nausee private? Difficile dirlo. In mezzo, a complicare le cose, c’è la letteratura che mi attira lì. La deriva tribale della città si specchia nell’ambiente letterario, e a volte, come capita quando si sopravvaluta ciò che sta a cuore, inverto le misure: Roma mi appare allora la sineddoche, la parte per il tutto di quell’ambiente. 

 

Verso il ’70, Manganelli lamentava lo “sfinimento” che costava raggiungerne i precari cenacoli, osservando che per farlo coi mezzi pubblici bisognava essere “in preda ad una passione travolgente”. Immaginava quindi che nel XXI secolo sarebbe sorta una storia della letteratura per quartieri, ricca di analisi sulle differenze di poetica tra Salario e Monte Sacro. Crollata la civiltà, diceva, l’arte tornerà bucolica: e oggi abbiamo sia i cinghiali romanzeschi, sia i cinghiali 3D che attendono appassionati alle fermate dei bus. Eppure, letterariamente, i borghi mal comunicanti dell’Urbe fanno insieme un’unica provincia di piccoli clan. Sembra che per attraversare il cursus honorum da scrittori basti restare accucciati qui per anni in un angolo di redazione o d’aula, di festival, casa editrice o studio tv, come quel burocrate di Frassineti che al ministero, anche da morto, svolgeva benissimo le sue funzioni e veniva dunque promosso. Già dopo un lustro, qualche fascicolo assemblato a casaccio diventa una rivista leggendaria, e chi la fece è pronto per un servizio sul “Venerdì” con titoli tipo “Quando X. ci annaffiava i dialoghi”: dove X. è uno che, accucciato da decenni, innalzato a Maestro e alonato da saporosi aneddoti, nel buio di un locale ha versato per sbaglio il vino sulla pagina di un esordiente, con quell’editing serendipitico rivelandolo a se stesso.

 

A Roma si è convinti che tutto succeda nei paraggi. Lo scetticismo locale si rovescia così in un’arroganza ingenua che poco si addice alla letteratura, dato che la sua chiesa autentica è quasi invisibile (ma come ricordarlo a un paesone papalino, dalle cui viscere sale un ininterrotto “embè, si sa”?). Un Maestro, tempo fa, mi chiese notizie di un mio amico che aveva conosciuto nella Bassa emiliana. Gli dissi che era morto. E lui: “Lo sospettavo. Non vedendolo in giro…”. Ormai Flaiano e i suoi bersagli sono indistinguibili. Basta cedere un po’ alle lusinghe della capitale, e subito ci si muta in quella forma degradata dell’essere che è lo Scrittore Romano secondo Juan Rodolfo Wilcock. E’ a lui che volevo arrivare, con questo mio discorso: per omaggiarlo nel centenario della nascita. Commentatore impeccabile della nostra realtà assurda, Wilcock riuniva in sé gli spiriti di Averroè, di Schwob e di Petrolini. La sua Roma sembra appena un sobborgo del Lazio di tufo, di rottami e di spettri in cui si ritirò a vivere. I mostri dei suoi bestiari dànno fisica consistenza alla tabe di un microcosmo dominato dalle imbecillità estetiche o sottogovernative, e redimibile solo tramite la regressione a una pura demenza animale. In un racconto descrive un armadio chiuso, abitato su ogni scaffale da una bambola divenuta “scrittore” per noia: “Là dentro è un continuo ticchettio: ognuno vuole far sentire agli altri le proprie opere” – cioè romanzi engagé, calembour teatrali, oracoli pauperistici… Gli scrittori di pezza sono così “convinti della propria importanza” che addirittura “minacciano i governi stranieri”; ma nessuno sta a sentire né capisce l’altro. “Questo armadio è pieno di topi!” commenta chi accosta l’orecchio da fuori, evitando di aprirlo. Topi: e siamo a Roma. Ticchettii di gente che non si ascolta: e siamo all’Urbe sconfinata dei social. “Beati loro che pensano al progresso: / io solo penso alla morte o al sesso”, dice una poesia di Wilcock. Secondo il più pudico Savinio, pensare equivale sempre a pensare alla morte. Ma a Roma le tre cose non sono una sola? O forse è tutta letteratura.

Matteo Marchesini

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