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Gli italiani di Leopardi, che non cambiano e si perseguitano scambievolmente

Nuova edizione del “discorso”. La solitudine dell’intellettuale

18 Agosto 2019 alle 06:15

Gli italiani di Leopardi, che non cambiano e si perseguitano scambievolmente

Una scena del film "Il giovane favoloso"

Appena unificata l’Italia, qualcuno disse che ora bisognava “fare gli italiani”. In realtà erano già stati fatti in molti secoli di storia e non sarebbero mai cambiati. Così i nostri discorsi di autocoscienza nazionale, le ricriminazioni sui nostri guai politici, sulle nostre varie decadenze remote e recenti, i tratti fondamentali del nostro carattere nazionale e della nostra specifica socialità, non avrebbero mai avuto fine. Per questo, nell’ultimo quarto di secolo sono state pubblicate così spesso diverse edizioni del “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani” di Giacomo Leopardi. L’ultima riproposta, quella dell’editore Nino Aragno, ha qualche merito in più: anzitutto l’idea di accludere come prefazione un saggio su intellettuali e potere di Giulio Bollati, uno fra i tre o quattro più impegnati editori-intellettuali della seconda metà del Novecento, oltre che studioso sia di Leopardi che del carattere degli italiani e della nostra prosa morale e civile dell’Ottocento. Al “Discorso” viene poi fatta seguire una delle “Operette morali” in cui Leopardi parla più direttamente di sé attraverso un personaggio immaginario, cioè i “Detti memorabili di Filippo Ottonieri”. Compare in conclusione una nota editoriale del curatore Carlo Lancieri in cui si sottolinea “la condizione dell’intellettuale pubblico nel tempo della sua solitudine”: una solitudine che fu di Leopardi, ma che oggi sembra riguardare qualunque intellettuale tenti di esprimersi pubblicamente e per amore di verità su politica, società e cultura.

 

Le idee espresse da Leopardi in quelle pagine, scritte probabilmente fra il 1824 e il 1826 e rimaste inedite fino al 1909, sono abbastanza note; anche se, devo dire, le riscopro con sorpresa ogni volta che le rileggo. Si tratta di un testo molto parlato, non accuratamente costruito e anche stilisticamente poco lavorato, che somiglia più alle prose diaristiche dello Zibaldone che a quel perfetto capolavoro della saggistica italiana che sono le “Operette morali”.

 

Gli italiani così come li vedeva e li giudicava Leopardi, proprio all’inizio del movimento risorgimentale, non somigliavano affatto all’ideale di popolo che avrebbe ispirato il patriottismo attivistico di Mazzini. Diversamente da lui, Leopardi è un illuminista e materialista impolitico. Sa che le illusioni sono necessarie a vivere, ma non le scambia mai per realtà. Non è un ideologo politico, è un sociologo e un moralista, un osservatore del modo in cui gli esseri umani vivono in società. E la società italiana è per Leopardi una non-società, nella quale ognuno fa a modo suo restando cinicamente indifferente agli altri. Mancando una vera attitudine e abitudine alla conversazione, manca quella moralità che nasce dal rapporto comunicativo fra un individuo e un altro. Gli italiani non credono in nulla, ridono di tutto e non si curano dell’opinione che si può avere di loro. Mancano sia di vera ambizione che di quel senso dell’onore che può in parte sostituirla. “Gli italiani stessi non scrivono né pensano sui loro costumi”, ma “le leggi senza i costumi non bastano”. In paesi come la Francia, l’Inghilterra e la Germania gli individui civilizzati rispettano certe forme e “si vergognano di fare il male come di comparire in una conversazione con una macchia sul vestito”. Gli italiani non si vergognano, dato che non riconoscono agli altri né il diritto né l’autorità di giudicarli. Ma dove manca la decenza sociale, “quivi la morale manca di ogni fondamento”. E questa “mancanza di società” ha fatto nascere negli italiani “l’arte di perseguitarsi scambievolmente”. La conclusione è che “il tempo del Settentrione è venuto” e la superiorità sociale, morale e civile dell’Europa del nord “non è da stimarsi accidentale né è da aspettarsi che passi”. In effetti, con le quattro grandi organizzazioni criminali che regnano in Sicilia, Calabria, Campania e Puglia penetrando nelle altre regioni, è evidente che gli italiani si perseguitano gli uni con gli altri. Ma anche nei piccoli fatti quotidiani siamo i più efficienti nemici di noi stessi e siamo ridotti a essere nell’Europa di oggi dei perfetti e vitalissimi “idioti sociali”.

 

C’è poi la solitudine degli intellettuali, di cui Leopardi era personalmente esperto e vittima e di cui parlò appunto nei “Detti memorabili di Filippo Ottonieri”, suo alter ego. Costui, essendo filosofo e quindi “singolare dall’altra gente”, fu “odiato comunemente” dai suoi concittadini, “perché parve prendere poco piacere di molte cose che sogliono essere amate e cercate assai dalla maggior parte degli uomini”.

 

Se oggi la solitudine dell’intellettuale è resa poco visibile dalla crescita numerica e generica degli intellettuali cosiddetti, i quali fanno società felicemente e mondanamente tra loro a forza di sorrisi complici e di omertà (io non ti critico affinché tu non critichi me), l’intellettuale non può essere altro che una piccola star mediatica, o un esperto settoriale, o una nullità sociale.

 

Nella crisi di fine anni Ottanta, Giulio Bollati si rendeva conto che la cultura, per la stessa sinistra politica, era diventata un peso inutile, una fastidiosa, pericolosa zavorra. Nei partiti e nella prassi dei politici del “giorno per giorno” non c’era più spazio per lo studio e la razionalità progettuale a lungo termine. Il crollo culturale della politica è ormai sotto gli occhi di tutti, eppure si annunciava chiaramente già prima del cruciale 1989, bicentenario della rivoluzione francese; se non prima, quando “un’idea festiva della cultura” partoriva la cultura dei festival e dei “grandi eventi”. Ma qui lascio la parola a Bollati: “Ricordo il discorso scherzoso ma non tanto (come poi si è visto) che mi fece un alto dirigente comunista dopo il successo elettorale del 1976, sostenuto, tra l’altro, da una massiccia adesione di uomini di cultura e delle professioni: ‘E adesso come faremo a intrattenere tutti questi intellettuali? Bisognerà organizzare un bel numero di convegni’. Gli risposi, ma sembrò una battuta conviviale, che avrei preferito che chiamasse gli ingegneri, per esempio, a progettare le fogne dei paesi che ne erano privi”.

Alfonso Berardinelli

Roma 1943. Critico letterario e saggista, si è dimesso dall’insegnamento universitario nel 1995, lavora oggi fra editoria e giornalismo, dirige la Scheiwiller Prosa e Poesia. Fra i suoi libri: “L’esteta e il politico: sulla nuova e piccola borghesia” (1986), “L’eroe che pensa: disavventure dell’impegno” (1997), “Autoritratto italiano” (1998), “Stili dell’estremismo” (2001), “La forma del saggio” (2002), “Che noia la poesia” (2006, con H. M. Enzensberger), “Casi critici: dal postmoderno alla mutazione” (2007), “Poesia non poesia” (2008).

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