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Il fascismo è stato una parentesi, non l’autobiografia della nazione

L’interpretazione di Croce presenta vari punti di forza

28 Luglio 2019 alle 06:00

Il fascismo è stato una parentesi, non l’autobiografia della nazione

Benito Mussolini (foto LaPresse)

Oggi si parla molto di fascismo, a proposito e a sproposito. Che il tema sollevi il vivo interesse di ampi strati di pubblica opinione, è dimostrato anche dall’enorme successo del libro di Antonio Scurati, M. Il figlio del secolo, che ha venduto alcune centinaia di migliaia di copie e ha vinto il Premio Strega. Non sarà fuori luogo, quindi, fissare alcuni punti, per un adeguato giudizio storico.

 

Il recente libro di Eugenio Di Rienzo, Benedetto Croce. Gli anni dello scontento 1943-1948 (Rubbettino) riprende e discute la definizione che il nostro più grande filosofo del Novecento diede del fascismo come di una “parentesi” nella storia d’Italia. Scrisse infatti Croce nel 1944 che l’Italia, nonostante tutto, doveva essere “rispettata e ascoltata”, poiché, se era vero che essa aveva “avuto venti anni di una triste, di una vergognosa storia”, era altresì vero che essa aveva avuto “secoli e millenni in cui [aveva] portato grandissimo contributo alla civiltà del mondo, e non [erano] lontani gli anni nei quali, con le altre nazioni sorelle, fiorì di vita operosa e indefessamente progressiva in un perfetto regime liberale, e, unita con quelle, sostenne una lunga e vittoriosa guerra”. E concludeva: “Che cosa è nella nostra storia una parentesi di venti anni?”.

 

Questa concezione crociana del fascismo come “parentesi” della storia italiana ha sollevato una infinità di obiezioni. In primo luogo era facile ritorcerla contro la stessa concezione crociana della storia. Infatti, se per il filosofo napoletano la storia era storia dello spirito universale, delle sue opere, del suo continuo concrescere su se stesso, come era possibile allora concepire un periodo di venti anni alla stregua di una mera “parentesi”, cioè come qualcosa che doveva, in un certo senso, essere semplicemente espunto dalla storia medesima, quasi che essa si fosse allora fermata e lo spirito universale si fosse mostrato incapace di tessere la propria tela? Ma, a prescindere da questo problema, che riguarda piuttosto la coerenza interna della filosofia crociana, a me pare che la definizione del fascismo come “parentesi” della storia italiana abbia alcuni punti di forza. In primo luogo essa significa che il fascismo in quanto partito armato (formato cioè dalle squadre di azione) andò al potere in circostante del tutto eccezionali. Tali circostanze erano costituite dal sovversivismo socialista, dalla minaccia di “fare come in Russia”, dalla marea di scioperi che rendevano assai difficile la vita della piccola e media borghesia, dalle richieste eccessive che cooperative e sindacati imponevano nelle campagne ai piccoli e medi proprietari (di qui la grande virulenza con cui si affermò il fascismo agrario), dalla continua, oltraggiosa azione contro i combattenti della Grande Guerra (compresi gli ufficiali di complemento).

 

Furono queste circostante eccezionali a far sorgere il fascismo come movimento di massa, a dargli un enorme slancio, ad aprirgli la strada verso il potere. Ma “circostante eccezionali” vuol dire, in certa misura, irripetibili: circostanze che aprirono, appunto, una parentesi nella storia italiana, sopprimendo il sistema liberale.

 

A veder bene, se si rifiuta la concezione del fascismo come “parentesi”, bisogna accettare la concezione che ne aveva Piero Gobetti. Per lui il fascismo aveva profonde radici nella storia d’Italia, era l’“autobiografia della nazione”. Infatti l’Italia non aveva avuto la Riforma protestante, e il suo Risorgimento era stato una rivoluzione fallita, perché azione di pochi, estranei alla grande maggioranza degli italiani. Con il Risorgimento gli italiani non erano riusciti a formarsi una coscienza dello stato.

 

Ecco perché la vita italiana dall’unità in poi era stata divorata da un cancro che aveva spento in essa ogni dibattito ideale, ogni gara vera ed efficace, ogni luce di idealità, ogni genuino confronto di proposte e di programmi per affrontare i problemi italiani: questo cancro era stato il trasformismo, da Depretis a Giolitti, allo stesso Turati. Anche il socialismo era stato infatti in Italia, secondo Gobetti, non un elemento dialettico di rottura, di lotta, di reale contrapposizione, bensì era stato collaborativo, grigio, dedito ai piccoli vantaggi, alle transazioni, agli accordi sottobanco. Giolitti e Turati rappresentavano per Gobetti due facce della stessa medaglia. “In Giolitti – egli scrisse già nel 1918 – noi combattiamo il ‘ministro della malavita’, della saggezza diplomatica bottegaia, della piccola politica trascinata alla giornata incoscientemente, abile solo nei maneggi elettorali, nei ricatti e nei giochi di Borsa”. Quanto a Turati, egli era l’uomo del “programma minimo”, cioè di un programma che non poteva alimentare la lotta politica se non mediocremente. Turati predicava alle masse concetti e riforme che Giolitti preparava stando al governo. Perciò Turati era “forse il più formidabile diseducatore dell’Italia moderna”, e aveva dato ai proletari “figura e carattere di mendicanti impedendo loro che assurgessero a personalità di lottatori”.

In questa luce e in questa prospettiva Gobetti guardava anche al fascismo, e lo considerava, come si è detto, “l’autobiografia della nazione”: di una nazione che credeva “alla collaborazione delle classi”, e che, insomma, “valeva poco”. Anche Mussolini, dunque, non era nulla di nuovo nella storia italiana. Egli offriva “la prova sperimentale dell’unanimità”, attestava “l’inesistenza di minoranze eroiche, la fine provvisoria delle eresie”. Mussolini era la prova vivente che “gli italiani hanno bene animo di schiavi”.

Ma quale storico se la sentirebbe oggi di liquidare con tanto disprezzo l’opera di Giolitti (nonostante tutti i suoi limiti), di definire il socialista riformista Turati un “formidabile diseducatore”, e di metterli alla stregua di Benito Mussolini?

Giuseppe Bedeschi

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