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L’Angiolo del fascismo

Angiolo Mazzoni del Grande, morto quarant’anni fa nel 1979, fu il più irriducibile degli architetti mussoliniani. Fece le stazioni più surrealiste, e le Poste più dechirichiane d’Italia

7 Luglio 2019 alle 06:00

L’Angiolo del fascismo

Da sinistra a destra: il palazzo delle Poste a Littoria, Villa Rosa Maltoni Mussolini, il palazzo delle Poste di Latina e la centrale termica e cabina apparati stazione di Firenze

Era il più fascio di tutti. Angiolo Mazzoni del Grande, morto quarant’anni fa nel 1979, fu il più irriducibile degli architetti mussoliniani: non abiurando né riposizionandosi mai nel Dopoguerra, pagando con una lunga damnatio memoriae e l’esilio autoinflitto in Colombia (ma il talento ebbe la meglio su tutto).

  

Fece le stazioni più surrealiste, e le Poste più dechirichiane d’Italia. Tutto molto vicino a Roma, tra l’altro. Si potrebbero fare anche tour guidati, partendo da Termini, dove nella sua ala, quella mazzoniana appunto, in un trionfo di mosaico, opera l’ottimo Mercato centrale già mensa dei ferrovieri con la più grande cappa aspirante del mondo. Di lì, prendere una metropolitana d’Italia per Firenze, e vedere un suo capolavoro, la centrale termica della stazione, oppure invece un regionale per Sabaudia, e lì adorare l’ufficio postale sempre in mosaico con dettagli di travertino e ottone, che lo fanno sembrare un diner floridiano direttamente da un quadro di Hopper (mentre lasciando Termini, dal finestrino, guardando a destra, scorrerà la torre-serbatoio altissima, a due corpi, con scala elicoidale esterna, che deve aver ispirato certamente Lina Bo Bardi al Sesc di San Paolo).

  

Sempre a Termini, ma sopra, pure una fontana, che pare la villa Volpi pontina, e un lungo camminamento con archi, di trecento metri, il cosiddetto “Passo di ronda”: guarda dall’alto in basso la città e doveva essere una parte della stazione da lui progettata fin dagli anni Trenta. Ma poi ci si mise la Storia, con la caduta del fascismo, la guerra, e tutto. Termini, tutta neoclassica, doveva essere la sua apoteosi e fu invece il suo lapsus: la vollero moderna, svettante, come la nuova Italia: affidata ad altri. Mazzoni, ingegnere-architetto, con doppia laurea, aveva fatto tutta una carriera interna alle Ferrovie dello Stato partendo da Bologna, poi nel 1938 all’ufficio V, quello che progettava le meglio stazioni d’Italia. Con l’epurazione colombiana invece arrivò la direzione della tratta ferroviaria Ibagué-Armenia. Oggi il suo tratto elegantissimo dovrebbe convincere anche i camerati di Casa Pound viste le male parate a procedere con astuto rebranding: cambiar logo in Casa Mazzoni, magari. Per rendere omaggio all’inventore delle quinte più lussureggianti del razionalismo. Era il Jony Ive del Fascio.

Michele Masneri

Michele Masneri è bresciano e vive prevalentemente a Roma. È editor at large di Rivista Studio, e scrive schizofrenicamente di economia, cultura e società oltre che sul Foglio, su IL del Sole-24 Ore, su Style del Corriere della Sera. Come molti italiani ha scritto un romanzo, si chiama "Addio, monti", non c'entra con l'ex premier, ed è edito da minimum fax.

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