cerca

Perché al successo non è dovuta obbedienza

Vendo dunque sono? I milioni di libri di Camilleri e De Crescenzo, i milioni di idee, fatti e voti del Truce, dei grillini, di Putin. Si può restare selettivi senza negarne i significati, e in certi casi la gloria

21 Luglio 2019 alle 06:41

Perché al successo non è dovuta obbedienza

Andrea Camilleri (foto LaPresse)

Vendo, dunque sono. Il compianto Andrea Camilleri ha venduto trenta milioni di libri. Il compianto Luciano De Crescenzo ha venduto 18 milioni di libri. Il Truce e i grillini e Orbán e Putin hanno venduto sul mercato elettorale e dei sondaggi un numero ultramilionario di idee, fatti e voti. Trump grazie alle vendite è in buona posizione per un secondo mandato. Boris Johnson per lo stesso motivo sarà premier a Londra. Il successo è sempre significativo, genera immedesimazione, emozione, produce risultati, e assume a volte il tratto dell’isteria collettiva, dell’indiscutibilità.

 

Ha ragione Mariarosa Mancuso: il successo non deve essere invidiato, ma capito senza enfasi e senza il sopracciglio alzato (Mariarosa è il contrario dell’enfatico e dello snob). Il punto che mi preme è però un altro: al successo, nel consumo culturale e nel consumo politico, che sono sempre più parenti, non è dovuta obbedienza. E si può restare selettivi senza negarne i significati, e in certi casi la gloria: se un amico mi dice che “Il birraio di Preston” è un buon libro, mi viene la tentazione di comprarlo e leggerlo, se la sapienza culturale convenzionale, ovvero con Franzen l’impollinazione culturale, mi impone la cifra dei trenta milioni di libri come metro di misura, io il trentamilioni più uno non lo faccio. Neanche se me lo dice Radiotre. Se uno mi fa rilevare che dietro ai milioni nazionalpopulisti c’è una lunga serie di ragioni, ci penso il dovuto, ma non rinuncio a nessuno dei miei criteri estetici e politici per questo. Neanche se me lo dicono i liberali salviniani per l’Europa.

 

Attenzione: una certa forma di idolatria del successo, essere un winner e non un loser o total loser come dice l’Arancione, essere un influencer e avere dei follower a palate, è diventata prassi comune. Tolstoi ebbe un madornale successo, ma finì da predicatore e si ritrova immortale da scrittore, non da influencer, non da campione del botteghino. Non è questione di dimensione del classico, che è una scemenza, senza arrivare a tanto basta l’appoggio su un fondamento solido. Boris è un po’ un cinico farabutto e un po’ uno stilista e un retore, dipende da cosa prevalga infine per giudicarlo. The Donald è una cosuccia televisiva, vecchia bacucca, scappata di mano e trasformata in assoluta e seriale novità, razzismo e trivialità 2.0 e minacciosa e comica baldanza, ma il fondamento manca. Il tennista Andre Agassi fu coinvolto in uno spot all’insegna del motto “L’immagine è tutto”, e se ne ammalò, fece di tutto, dal rutto al parrucchino ai calzoncini rosa, per rimuovere quel tipo di popolarità che oggi è l’assoluto quotidiano. Perse con qualche consapevolezza una sfilza di set e di slam per difendere il titolo di loser, lui che poi ha vinto parecchio. Bel tipo.

 

I totalitarismi del Novecento sono stati ben altro e ben di più che non un tributo agli idoli del successo, ovvio, ma di quella devozione non sacra si sono nutriti fino alla feccia. Il successo per numeri è l’indispensabile vistoso e persuasivo, ma la faccenda è sempre più complicata di così, salviddio, e credo che i due scrittori appena morti e celebrati come di dovere e di diritto lo sapessero. Anzi, ne sono certo. L’enfasi del successo con le sue obbedienze è comunque, anche per un qualcosa di untuoso e opaco che la circonda, il preliminare necessario di una società illiberale che nel suo inconscio paganesimo non celebra gli individui e la loro singolarità ma il piedistallo in cui li colloca. Vendo, dunque niente, o quasi niente.  

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

Leggi il curriculum dell'Elefantino scritto dall'Elefantino

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • gaetano.tursi@virgilio.it

    gaetano.tursi

    22 Luglio 2019 - 12:12

    “Il successo per numeri è […] il preliminare necessario di una società illiberale che nel suo inconscio paganesimo non celebra gli individui e la loro singolarità ma il piedistallo in cui li colloca”. Delizioso. Ma contiene un paradosso (il paradosso della modernità): la “società illiberale” che impone obbedienza al successo è quella, apparentemente liberalissima, che fa dire al Bellavista di De Crescenzo (per restare in tema celebrativo): “vi dovete mettere paura di quelli che hanno certezze”. E’ quella che (sempre per restare in tema), liscia il pelo agli epicurei (che è più divertente che rompere le scatole come gli stoici). Epperò - poi - non ci lamentiamo se, con Gomez Davila, constatiamo che: “Aver ragione è una ragione in più per non aver successo”.

    Report

    Rispondi

  • oliolà

    21 Luglio 2019 - 17:05

    Tu pensa, cominciavo a preoccuparmi. Di fronte a quei numeri mi chiedevo se il torto fosse mio. Decisi di prendere un Camilleri e leggerlo. A tutto malandare l'avrei riportato in biblioteca prima di finirlo - in biblioteca, eh! Non si portano vasi a Samo -. E la scelta? Messo di fronte a una marea di titoli, ho avuto l'impressione di dover prendere un coniglio per le orecchie in un allevamento di conigli, tutti uguali, manco fossero clonati. Non l'ho fatto e la preoccupazione mi è rimasta. Però, però, mi preoccupa anche il fatto di dover mettere nello stesso bidone Camilleri e De Crescenzo con Salvini e Trump. Questi due vogliono la stessa cosa e lo dichiarano apertamente. I primi due cosa volevano?

    Report

    Rispondi

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    21 Luglio 2019 - 13:01

    Belli i contorni culturali che lei traccia. La realtà biologica ci narra. Ogni entità umana che nasca viva, per continuare a vivere attiva immediatamente l’istinto di sopravvivenza. Cioè tutti quegli accorgimenti difensivi ed offensivi che la sua natura gli mette a disposizione. Li usa “senza guardare in faccia nessuno”, Idem accade per la conservazione della specie e della razza e per tutto quello che riteniamo “mio, nostro”. L’identico procedimento deterministico si instaura in ogni comunità tra i soggetti interni delle stesse e tra comunità diverse. Nasce così, in ogni senso, la “lotta per il potere”. Poiché il “pensiero” ci dice, “fatti non fummo per viver come bruti ma per seguir virtute a conoscenza”, da sempre cerchiamo di conciliare, armonizzare, modellare l’istinto col pensiero. Il successo e tutte le sue implicazioni, malvage o virtuose che siano, obbedito o avversato, fa parte del meccanismo, meglio, della vacca vita boia quotidiana. Il campo di battaglia tra Bruti e Truci

    Report

    Rispondi

Servizi