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I palchi della Scala raccontano la  storia delle élite a Milano

Dal conte di Castelbarco all’arciduca Ferdinando al patriota Federico Confalonieri. Una affascinante ricerca storica ha ricostruito nome per nome le proprietà dei 155 palchi del Teatro di Piermarini (un tempo erano di proprietà)

10 Giugno 2019 alle 19:34

I palchi della Scala raccontano la  storia delle élite a Milano

Il Teatro alla Scala (foto LaPresse)

Il Consiglio di amministrazione della Fondazione Teatro alla Scala si terrà il 18 giugno (ops, la data di Waterloo), qualcuno mugugna per la mancanza di nomi femminili nella rosa composta da Egon Zehnder per la successione ad Alexander Pereira alla sovrintendenza (sapete come funziona con i cacciatori di teste: vanno sul sicuro e offrono il destro a chi li ingaggia per fare altrettanto) e l’ultimo atto concreto della sovrintendenza del formidabile tedesco, che pure alla città piace molto, potrebbe essere il rinnovo delle tappezzerie dei palchi con la rimozione degli scellerati materiali fonoassorbenti che, in occasione degli ultimi restauri, nessuno aveva preso in considerazione.

 

Il destro per farlo sapere gli è stato offerto oggi, in occasione della presentazione di uno strepitoso studio di ricerca, catalogazione e archiviazione dei 155 palchi del teatro o, per meglio dire, della storia a cui hanno dato rifugio e dei proprietari che vi si sono succeduti dai tempi in cui i marchesi Giacomo Fagnani, Bartolomeo Calderara, Antonio Menafoglio e il conte Carlo Ercole Castelbarco fecero prima causa all’amministrazione asburgica per l’incendio del Teatro Ducale, in cui avevano perso cospicui investimenti, e quindi subentrarono all’impresa Stagnoli come appaltatori “senza scopo di lucro” nella gestione del nuovo teatro che sarebbe sorto in luogo della chiesa di Santa Maria alla Scala.

 

E così vi spiegate perché il prestigiosissimo palco numero 17, I ordine, settore sinistro, quello da cui tutto vedi e tutto puoi controllare, sia appartenuto ai Castelbarco fino all’Unità d’Italia, e poi in rapida successione a re Vittorio Emanuele II, a re Umberto I e al compositore Umberto Giordano, da cui il soprannome di “palco dei due Umberti”. Il progetto di ricerca, coordinato per il teatro da Franco Pulcini, è stato condotto da diplomati del Conservatorio con il controllo scientifico della docente di discipline musicologiche Pinuccia Carrer, di Antonio Schilirò (che, in effetti, aveva avuto anni fa l’idea: Claude Lissner gliela bocciò) e di Massimo Gentili Tedeschi per la Biblioteca Braidense. Copre il periodo 1778-1920, quello dei palchi in proprietà, e cataloga oltre 1.300 nomi: gran corsa a sfogliare le prime schermate del documento, che pure verrà presentato in via ufficiale il 7 novembre, in occasione dell’apertura della mostra “Nei palchi della Scala” a cura di Pier Luigi Pizzi, e diventerà disponibile al pubblico in occasione della Prima del 7 dicembre (come si sa, per i milanesi tre cose tuttora contano: l’indirizzo di casa che è meglio sia un palazzo, il palco alla Scala e la tomba al Monumentale).

 

Un filo di emozione per la storia del palco numero 5, I ordine settore destro, più vicino al proscenio, detto “il palco dei patrioti”: di proprietà di Vitaliano Bigli, uno dei tre cavalieri delegati a trattare a nome della Società dei Palchettisti con l’arciduca Ferdinando il conte Firmian e il regio architetto Giuseppe Piermarini per la costruzione della Scala e della Cannobbiana, venne occupato dal pronipote Federico Confalonieri, patriota del partito degli “Italici puri” coinvolto nei moti del 1820-21 e fondatore del “Conciliatore” con Giovanni Berchet, Silvio Pellico e Luigi Porro Lambertenghi. Vitaliano, fra le molte altre, era proprietario anche del grandioso palazzo Bigli di via Borgonuovo 20 che venne acquistato dalla discussa, bellissima Giulia Samoyloff, già amante dello zar Nicola I e del compositore Giovanni Pacini (Gioachino Rossini, del partito “belliniano”, la detestava), che il 9 maggio 1832 tenne una festa in giardino talmente grandiosa, costosa e moralmente riprovevole da essere richiamata in patria. Era nata de Pahlen: la stessa famiglia di cui fa parte adesso Margherita Agnelli. 

Fabiana Giacomotti

Fabiana Giacomotti

Milanese, ha vissuto un po' qui un po' là, parecchio a Londra. Era partita con l'idea che la letteratura francese sarebbe stata la sua vita, tanto da mantenersi agli studi come annunciatrice tv per non darla vinta al padre che voleva in casa almeno un altro medico e lei era l'ultima speranza. Ancora adesso non ha capito come sia diventata giornalista di economia e poi di costume e moda. Fra gli Anni Ottanta e i primi Novanta ha lavorato per Espansione, il Giornale, ItaliaOggi, quindi è stata inviato speciale per il Mondo, IoDonna, Capital, per il primo decennio Duemila in successione vicedirettore di Amica, direttore di Luna e, in contemporanea, del quotidiano MfFashion. Ama alla follia la carta stampata e collabora a Il Foglio dal 2007. Nel frattempo ha progettato ("direzioni mai più grazie") un paio di altre riviste, collabora con l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, ha scritto libri, guide popolari tradotte all'estero, saggi ponderosi ma anche no (l'ultimo, "La moda è un mestiere da duri. Gli anni Duemila del lusso italiano visti dietro le quinte", Rizzoli, raccoglie una selezione di articoli scritti per l'inserto del Foglio del sabato con un nuovo saggio introduttivo). Ha curato mostre di moda e costume per istituzioni varie e "tutte interessanti" come i Musei Civici di Venezia, la Rai, Palazzo Morando a Milano. Dal 2005 è tornata in università come docente del corso di Scienze della Moda e del Costume alla Sapienza di Roma dove, come poteva farselo mancare, ha progettato una testata online e un sistema informativo dedicato agli studenti. Ha una figlia trentenne, Federica, account pubblicitario, di cui va tremendamente orgogliosa e che si ostina a chiamare "bellapopina", facendola imbufalire.

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