La nuova moda dei milanesi è mettersi in scena

Paola Bulbarelli

Tra pochi giorni il saggio di fine anno al laboratorio teatrale, "Le Troiane"

C’è chi il proprio mestiere ce l’ha e quando stacca invece che la palestra preferisce un’altra modalità di relax psico-fisico. C’è chi il proprio mestiere ce l’ha, e non gli è mai venuto in mente di fare l’artista, ma vuole affinarsi nel modo di porsi in pubblico, e di parlare, senza passare per quei corsi di auto-promozione che vanno pure di moda, nella tentacolare metropoli dove il successo è tutto. C’è chi fa nulla, la buone sciure di ottimo gusto, e un giorno va a giocare a burraco, un altro passa un paio d’ore col personal trainer e un altro ancora decide di fare “qualcosa per sé, più intimamente”. Per tutti quanti, il luogo d’elezione – anzi di questa nuova passione che ha conquistato un pezzo di “una certa Milano”, come si dice – è il Laboratorio teatrale dove gli iscritti imparano a fare gli attori, insomma a recitare, ma non per diventare professionisti del palcoscenico. E nemmeno si tratta, in fondo, della vecchia, cara, passione filodrammatica, il teatro dilettantesco. No, qui all’Extramondo il senso è trovarsi, misurarsi e capire che effetto fa stare su un palcoscenico.

  

 

Tra pochi giorni però c’è il saggio finale di fine anno, con tanto di mini rassegna, perché i partecipanti non sono pochi e il regista-professore, Andrea Facciocchi, li ha divisi in spettacoli spettacoli. “Le Troiane”, liberamente  ispirato alle opere di Euripide e Mark Ravenhill; con Donatella Bergomi, Emanuele Rissone, Iole Fiorentin, Mara Mascaro, Margherita Colnaghi, Monica Sciacco, Nicoletta Colnaghi, Sergio Cacace. “La Fabbrica dei gattini”, dal film “Katzelmacher” di Rainer Werner Fassibinder, con Alice Campana, Andrea Dellanoce, Claudia Carletti, Lorenzo Lucchini, Martina Buscemi, Mauro Giaconi, Monica Longo, Silvana Robone, Sofia Crosta, Stefania Bertè, Stefano Beggio, Stefano Mancinelli, Valeria Ferretti. E “Dal training alla scena”, per gli attori del Laboratorio avanzato.

 

“Non mi piace chiamarlo saggio, è una dimostrazione di lavoro di quello che s’è fatto durante l’anno”, spiega Facciocchi. “Ho scelto ‘Le Troiane’ perché interessava a tutti, anche a quelli del gruppo, parlare dei perdenti delle guerre e per questo tema non c’era opera migliore. E in più perché mi sono trovato una forte maggioranza femminile e siccome non mi piacciono i travestimenti dove una ragazza fa un uomo, la scelta è stata facile”. Ovviamente, siamo in un “laboratorio” che intende stimolare la creatività e la riflessione, l’idea non è quella di mettere in scena  semplicemente un testo (quello sarebbe la vecchia filodrammatica), ma anche darne una libera interpretazione. Con tanto di riflessione finale di Pier Paolo Pasolini, ci si domanda attraverso il testo della “Rabbia” se “non abbia senso anche riflettere sui dopoguerra”.

 

Ma al di là delle Troiane, e dell’attesa da saggio di fine anno che elettrizza un po’ tutto l’ambiente, il successo della scuola di recitazione è un altro segnale di vivacità di una città costantemente alla ricerca di spazi di interazione personale, fuori dai ruoli e dagli schemi. E che c’è di meglio, dopo i gruppi di autocoscienza, le liste civiche e il pilates, di un palcoscenico? Il corso è aperto a tutti e chi lo frequenta, una volta alla settimana, ha la sua vita ben tracciata nel lavoro e nella famiglia. È una passione in più. “Hanno scelto il teatro invece di andare a correre o a sciare”. Scelta quantomeno non frequente, no? “C’è una risposta unica quasi per tutti – riflette Facciocchi – c’è l’intuizione che all’interno del teatro ci possano essere dei valori che portano benefici anche nella vita quotidiana. Facciamo un lavoro non tanto sull’imparare a memoria ma su di sé, come si reagisce in certe circostanze e soprattutto cosa gli altri vedono di noi. Guardarsi negli occhi sulla scena è una cosa fondamentale e nel quotidiano non è così scontato, se ci infastidisce sfiorarci, lo spettatore se ne accorge”. Quindi si impara a comportarsi, a relazionarsi fingendo? “No, esce la parte migliore che magari era nascosta. Tra i nostri attori abbiamo l’universitario, chi è appena entrato nel mondo del lavoro, due medici del San Raffaele, un avvocato, un tagliatore di teste di un’azienda e tanti altri. Nel 90 per cento dei casi l’istruzione è medio alta”.  

 

“Frequento questa scuola da due anni per un motivo psicologico – racconta Nicoletta Colnaghi, una delle “tre gemelle Imec” di un Carosello di qualche anno fa, che nell’opera sarà una donna di oggi che subisce bombardamenti e attacchi continui – mi serve per ascoltarmi e ascoltare e rapportarmi con gli altri. Imparo una gestualità, a muovere il corpo che parla prima della bocca. Ora respiro, penso un secondo prima di dire le cose. Sono migliorata come persona. Rimaniamo noi stesse ma entriamo nella parte. Capisco che ad alcune sia utile nel lavoro: una ha una voce stridula, uterina che deve modificare per essere convincente”. Incalza l’altra gemella, Margherita, Ecuba nelle “Troiane”: “Abbiamo iniziato a provare a novembre, all’inizio del corso. La prima mezz’ora si fa un lavoro sulla voce e poi si inizia a recitare. Mi leggo di più dentro e mi aiuta a uscire dalla timidezza e ad avere più sicurezza. È una sorta di terapia di gruppo. Perfino mio marito dice che sono migliorata”. Mode milanesi. 

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