Compie 90 anni Alasdair MacIntyre, l'ex marxista che ha detto tutto con quel solo libro

Giulio Meotti

In "After Virtue" il filosofo scozzese aveva previsto il crollo della cultura occidentale accusandola di “degenerazione”, irenismo e narcisismo

Nel 1981 un piccolo libro di filosofia apparve presso un editore universitario. Osservava il mondo contemporaneo e non vedeva nient’altro che confusione. La moralità in quanto tale era quasi svanita, e il crollo del discorso razionale aveva segnato una grave “degenerazione” e “perdita culturale”. Una “nuova èra oscura” era davanti a noi. Il libro iniziava immaginando il crollo della cultura occidentale: “Immaginate che le scienze naturali debbano subire le conseguenze di una catastrofe. L’opinione pubblica incolpa gli scienziati di una serie di disastri ambientali. Accadono sommosse su vasta scala. Laboratori vengono incendiati, fisici linciati, libri e strumenti distrutti. Un movimento politico a favore dell’Ignoranza prende il potere, e riesce ad abolire l’insegnamento scientifico nelle scuole e nelle università, imprigionando e giustiziando gli scienziati superstiti”. Si tenta una ripresa culturale, ma si possiedono solo dei frammenti, “parti di teorie senza legami né con gli altri pezzetti di teoria, mezzi capitoli di libri, singole pagine di articoli, non sempre del tutto leggibili perché stracciate e bruciacchiate”. I bambini imparano a memoria le parti superstiti. Ma i filosofi non riescono più a comprendere di essere affondati in un caos culturale. “L’ipotesi che voglio sostenere è che nel mondo effettuale in cui viviamo il linguaggio della morale si trova nel mondo immaginario che ho descritto”. E, in uno strano capitolo conclusivo l’autore vi suggeriva che solo un nuovo san Benedetto avrebbe potuto salvarci.

 

Il libro si chiamava “After Virtue” e avrebbe potuto passare inosservato, un altro tomo nella lunga serie di lamenti conservatori per i mondi perduti e il crollo della cultura. Se non fosse che il suo autore, Alasdair MacIntyre, sarebbe diventato forse il più influente (e misconosciuto) filosofo morale degli ultimi cinquant’anni e certamente il più inflessibile critico del liberalismo. MacIntyre disse di essersi ispirato al “Cantico per Leibowitz”, distopia di Walter Miller, in cui le conoscenze scientifiche sono andate perdute e solo gli amanuensi dell’ordine di san Leibowitz mantengono viva la fiamma della cultura ricopiando gli antichi codici. Le tracce della lingua della civiltà rimangono su oggetti scampati alla distruzione, ma la gente non ne capisce il senso. Così i frati cercano di ricomporne il significato, anche a partire da una bolletta della luce.

  

Nato per fare il ministro presbiteriano, passa al marxismo e poi al cattolicesimo. “Voglio parlare ai piccoli massari, non ai burocrati”

MacIntyre in pratica ha legato tutta la sua carriera di pensatore e studioso a quell’agile libretto, uscito prima di tutti gli altri che sviscereranno il caos della cultura contemporanea, come “La chiusura della mente americana” di Allan Bloom e i saggi di Christopher Lasch. “Gli scritti di Alasdair MacIntyre su etica, filosofia politica, filosofia della religione, filosofia delle scienze sociali e storia della filosofia ne hanno fatto uno dei giganti filosofici degli ultimi cinquant’anni” scrive Mark Murphy in un libro per le edizioni Cambridge University Press. MacIntyre compie 90 anni e l’Università americana di Notre Dame, dove ha insegnato, a luglio si appresta a celebrarlo con una conferenza. La New York Review of Books definì “After Virtue” “un’opera sorprendente”, per New Republic era “affascinante”, mentre Newsweek lo elogiò come un “nuovo straordinario studio etico”. MacIntyre colpì forte le aporie filosofiche dell’esistenzialismo franato sulla mentalità postmoderna, i furori tristi di tutti i decostruzionisti – bastava smantellare che facevi scuola. Non c’era progetto più ambizioso di “After Virtue”: portare in tribunale l’intera cultura occidentale accusandola di “degenerazione”, irenismo e narcisismo. Da allora, l’isolamento di MacIntyre nei conclavi accademici è aumentata fino a farne un emarginato.

  

Il filosofo scozzese, Alasdair MacIntyre


 

Nato in Scozia nel 1929, MacIntyre è cresciuto in una piccola comunità di agricoltori e pescatori. Da giovane, si preparò per il ministero presbiteriano, ma ben presto si allontanò dalla religione, per tornarvi più tardi attraverso il cattolicesimo. Nel frattempo, divenne trotskista, scrivendo saggi penetranti su Marx, Freud e Marcuse e nel campo della filosofia analitica. Mollò gli ormeggi protestanti per fare da sacrestano alla mitologia marxista, con Gyorgy Lukács sul comodino. Nel 1970 si trasferì in America, segnando l’inizio della sua conversione filosofica. Ironizza Robert George di Princeton: “Dal positivismo al marxismo, poi al secolarismo e, infine, al tomismo e al cattolicesimo. E’ stata quasi un’odissea”. Ha dissacrato gli epigoni del liberalismo, senza assumere però pose reazionarie o fumose. Liberalismo che ha paragonato a un apparato di “neutralità morale”. “La cultura emotivista denunciata da MacIntyre ci rende tutti nichilisti”, scriveva Adam Wolfson in quel bel giornale che era Weekly Standard. Ha rifiutato Friedrich Nietzsche e Max Weber per il loro “politeismo dei valori” che ha segnato la sessantottesca “emancipazione delle differenze”, che poi, nuovamente con una veste rispettabile, il relativismo, ha reso “muta” la ragione. Ha avuto il coraggio di parlare, quando il conformismo ideologico sembrava inarrestabile, contro la “forzata estromissione di tutto il pensiero cattolico, sia esso morale, teologico o altro, dalle università”, e di come il liberalismo si sia prestato a questa manomissione.

  

“La retorica superficiale della nostra cultura sarà incline a parlare compiaciuta di ‘pluralismo morale’”

Ha penetrato la chiusura della mente americana in questa contraddizione: “Da una parte un profondo rispetto del principio dell’uguaglianza dei diritti e delle libertà e, dall’altra, un altrettanto profondo rispetto delle pratiche individualiste che generano disuguaglianza e restrizione della libertà”. Era grato agli Stati Uniti, perché “che lo vogliano o meno, le persone libere, ovunque, hanno due nazioni: la loro e gli Stati Uniti”. Era l’avversario più stimato e feroce del “pensiero debole”, lo chiamava il “lungo addio all’essere e al fondamento”, risoltosi in un “permanente precipitare nel nulla”. Moralismo e maternalismo, sentimentalismo e scientismo, ipercriticismo e materialismo, collettivismo e femminismo, animalismo e sindacalismo, tutti sintomi della decadenza del pensiero e della politica occidentale. Previde che sarebbe stato escluso, ma la prese con ironia: “E’ possibile che quello che ho affermato sia giudicato irrilevante da quelli che difendono i sistemi dominanti. Spero di essere ascoltato da piccoli massari, pescatori, maestri che si rifiutano di convertirsi in funzionari burocratici”.

 

In questi decenni, MacIntyre non ha rilasciato interviste (ci provammo anche al Foglio qualche anno fa, vedendoci opporre un elegante diniego). In pratica ha consegnato quello che aveva da dire ad “After Virtue”. E quello che aveva da dire si sarebbe realizzato, nel copione degli anni a venire. Previde che il pessimismo sarebbe diventato “una sorta di panacea psicologica” per un tempo di caos; che “questo è tabù” avrebbe significato “io disapprovo questo e disapprovalo anche tu”; che saremmo piombati nella dittatura dell’“emotivismo” (un Papa lo ridisse nel 2005) perché “la vera arena della morale è quella della volontà, e della volontà soltanto”; che saremmo stati dominati da “una volontà di uniformare ai propri gli atteggiamenti, i sentimenti, le preferenze e le scelte di un’altra volontà”; che la secolarizzazione sarebbe stata assoluta perché “tutte le fedi e tutte le valutazioni sono egualmente irrazionali”; che “i gerghi psicoanalitici avrebbero invaso con fin troppo successo sfere come l’educazione e la religione”; che avrebbero vinto “la democratizzazione dell’azione morale e i monopoli elitari”; che non sarebbe stata ammessa discordanza perché “l’irriducibilità del dissenso è nobilitata con il titolo di ‘pluralismo’” e che “la retorica superficiale della nostra cultura sarebbe stata incline a parlare compiaciuta di ‘pluralismo morale’”; vide arrivare un “io democratizzato che in sé e per sé non è nulla” e con esso “una società dove burocrazia e individualismo sono tanto alleati quanto antagonisti”; sostenne che la protesta sarebbe diventata “una caratteristica morale distintiva dell’età moderna e l’indignazione fra i sentimenti moderni predominanti”; sanzionò la cultura accademica, “sorta di mélange linguistico che consente di dire pochissimo”; non riteneva ci sarebbe stato più progresso ma “cambiamenti di mode”; vide lontano parlando di una omologazione a base di “bigottismo, attaccamenti settari e fanatismo”.

 

Il quadro dipinto da MacIntyre nel 1981, quando in occidente si costruiva il consenso senza contraddizioni, era terrificante, distopico, profetico. Compreso il finale di quel libro così seducente. “Se la tradizione della virtù è stata in grado di sopravvivere agli orrori dell’ultima età oscura, non siamo del tutto privi di fondamenti per la speranza. Questa volta, però, i barbari non aspettano di là dalle frontiere: ci hanno già governato per parecchio tempo. Ed è la nostra inconsapevolezza di questo fatto a costituire parte delle nostre difficoltà, Stiamo aspettando: non Godot, ma un altro san Benedetto, senza dubbio molto diverso”. E anche qui, MacIntyre vide molto lontano. Quello che non aveva previsto invece è quello che sarebbe venuto successivamente. Ovvero che, dopo un altro Benedetto, sarebbe stata nuovamente la volta dei barbari.

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.