La crisi del liberalismo

Mattia Ferraresi

Perché un’idea di successo ha prodotto infine l’opposto dei risultati che si era prefissata. Un libro in America

Il libro di Patrick Deneen Why Liberalism Failed si prefigge uno degli obiettivi più ambiziosi di sempre: spiegare ai pesci cos’è l’acqua. Quella che il politologo di Notre Dame si sforza di portare alla luce è un’acqua ideologica, un liquido amniotico filosofico e politico in cui l’occidente è immerso da circa cinquecento anni e che è il credo fondativo esclusivo alla base degli Stati Uniti: il liberalismo. Gli uomini del nostro tempo, sostiene l’autore in questo libro che uscirà la settimana prossima in America, non hanno ormai più gli strumenti per rendersi conto del brodo in cui nuotano, non hanno uno scenario di contrasto per afferrare quello in cui abitano. Sono come pesci nell’acqua, appunto. Per riuscire nell’impresa servono dei pesci fuor d’acqua.

 

Il testo, che esce per i tipi della Yale University Press, arriva con ottimo tempismo, circondato com’è da segni, nella società e nella politica, di affanno se non addirittura di cedimento dello spirito liberale e di alcune delle istituzioni democratiche che contribuiscono alla sua incarnazione storica. Edward Luce ha offerto una lucida panoramica della crisi odierna nel suo Il Tramonto del liberalismo occidentale (Einaudi) e altri, come Pankaj Mishra, hanno tentato penetranti affondi interpretativi. Per una puntuale trattazione quantitativa dei sintomi occorre aspettare ancora per qualche mese l’uscita del libro di Yascha Mounk, The People vs. Democracy: Why Our Freedom Is in Danger and How to Save It (Harvard University Press), una lettura che va accompagnata a quella di Deneen, anche se gli autori osservano lo stesso problema con metodi diversi e da sponde opposte: uno vuole salvare l’idea liberale dalle eversive forze esterne che la minacciano, l’altro sostiene che la decadenza del liberalismo è l’inevitabile svolgimento delle sue stesse premesse. Why Liberalism Failed non è però un instant book, un pamphlet o una ricognizione a volo d’uccello sul malandato stato del mondo, è una riflessione filosoficamente rigorosa sulle aporie e i cortocircuiti del pensiero liberale su cui Deneen lavora da più dieci anni. La stesura è arrivata nel momento in cui le cronache abbondano di parole intorno a un ordine postliberale, ma il libro ha l’enorme vantaggio di essere il prodotto di un osservatore che non è “immerso nei titoli”, come dice lui stesso. E’ il grande affresco che sta sullo sfondo della scena il vero oggetto di questo lavoro, non le turbolenze populiste, sovraniste, nazionaliste e via dicendo che scuotono il primo piano. Il lettore accorto noterà senza sforzo che la riflessione di Deneen va collocata nel perimetro di una corrente critica verso il liberalismo che comprende i filosofi Alasdair MacIntyre e Charles Taylor, lo scrittore “agrario” Wendell Berry, il teologo David Schindler, il Rod Dreher della “Benedict Option” e il Ryszard Legutko dei “demoni nella democrazia” e molti altri osservatori che si potrebbero genericamente definire critici “moderati” della prospettiva liberale. Moderati non perché costruiscano argomenti deboli o prudenti contro i principi fondanti del liberalismo – tutt’altro – ma perché non tifano per un inverosimile rovesciamento concreto, rivoluzionario, ancorché di matrice populista, dello schema che si è affermato negli ultimi secoli. Non sono trumpiani o pentastellati. Più cautamente – ma non meno semplicemente – denunciano i limiti strutturali di un’ideologia la cui più grande astuzia è di non presentarsi come tale, e ne rilevano tuttavia anche gli aspetti da salvare, coscienti che il liberalismo si poggia su elementi preliberali, che nel tempo ha però modificato geneticamente, adattandoli a un’antropologia in radicale contraddizione con quella classica e medievale. Un’implicita postura liberale è l’equipaggiamento di base dell’uomo occidentale contemporaneo, nei dibattiti civilizzati l’aggettivo “liberale” è sinonimo di buono, la prospettiva affiorata all’alba della modernità è considerata un destino universale, come certificato dalla proclamazione della “fine della storia” di Francis Fukuyama dopo il collasso dell’ultimo competitor ideologico del liberalismo, il marxismo.

 

E' l'affresco che sta sul fondo della scena l'oggetto di "Why Liberalism Failed", non le turbolenze populiste e sovraniste in primo piano

G. K. Chesterton diceva che l’errore è una “verità impazzita”, ed è con questo piglio che Deenen affronta la sua opera di accorta demolizione delle verità impazzite del liberalismo. Se l’autore e i suoi compagni di ventura non possono essere arruolati nelle file del populismo, che vedono come un sintomo, non come una soluzione, anche definirli “conservatori” contiene un errore di prospettiva. Nella logica di Deneen i conservatori, specialmente quelli americani, condividono la stessa matrice liberale dei progressisti, s’appoggiano sugli stessi assunti di fondo circa la natura umana e le caratteristiche della convivenza civile. Democratici e repubblicani parlano due dialetti che afferiscono alla stessa lingua. La tesi fondamentale di Why Liberalism Failed si riassume così: “Il liberalismo ha fallito non perché non ha raggiunto l’obiettivo, ma proprio perché è rimasto fedele a se stesso. Ha fallito perché ha avuto successo. Diventando ‘sempre più se stesso’, il liberalismo ha generato patologie che sono a un tempo distorsioni e realizzazioni della sua stessa ideologia”. Essere rimasto “fedele a se stesso” significa che l’idea liberale ha svolto correttamente la sua premessa antropologica, che vede gli uomini come “individui dotati di diritti che possono costruire e perseguire da sé la propria versione della vita buona”. Il soggetto umano del liberalismo è un essere autosufficiente, svincolato da ogni concezione comprensiva del bene, disancorato da un ordine superiore a ciò che egli stesso stabilisce, un uomo che mette al di sopra e al centro di ogni valore la libertà, intesa però nel suo solo senso negativo, ovvero come assenza di coercizione e possibilità di scelta autonoma. Da diversi secoli questa concezione della libertà è talmente radicata nella coscienza dell’occidente che si sobbalza all’idea che possa esistere un’altra struttura umana al di fuori di questo perimetro. Si può dire che il primo scopo del libro di Deneen è mostrare che ciò che appare come un dato naturale e indiscutibile è in realtà il portato di una precisa ideologia. E come tale è esposta a limiti e contraddizioni. Le “miserie del successo” dell’idea liberale oggi si presentano sotto diverse forme, dall’atomizzazione sociale alla crescente recisione delle radici famigliari e geografiche, fino allo scetticismo verso la scienza, passando per la paura diffusa, sentimento che le forze populiste cavalcano a rotta di collo, e alla ribellione contro lo stato, che agli albori della società plurale era l’entità benevola delegata dai cittadini a difendere le scelte e i diritti individuali. La depressione dell’idea di cittadinanza in nome della politica dell’identità, dove ogni gruppo e ogni individuo definiscono da sé i confini di un io sempre più fluido e autodeterminato, è un altro effetto dell’idea liberale, denunciato anche da pensatori liberal, ad esempio lo storico Mark Lilla, che con il suo The Once and Future Liberal si è attirato le critiche di tutto l’arco progressista. Per Lilla, però, la regressione della cittadinanza come proprietà essenziale del vivere comune contemporaneo è una deviazione, una perversione postmoderna del liberalismo originario, mentre per Deneen si tratta della conclusione correttamente derivata dalle sue premesse. L’avverbio che ricorre più spesso nel libro è ironically: il politologo percorre la storia della somma ironia dell’idea liberale, che realizzandosi si distrugge, finendo per produrre l’opposto dei risultati che si era prefissata all’inizio del percorso. Le idee post umane e anti umane di un certo scientismo progressista offrono un buon esempio del paradosso: “Fra le più grandi sfide dell’umanità c’è quella di sopravvivere al progresso”. L’ironia suprema rilevata da Deneen consiste nell’offrire, di fronte all’attuale spettacolo della disgregazione di un ordine politico e sociale, più liberalismo come soluzione alla crisi, “che è un po’ come pensare di spegnere un incendio spruzzando benzina”. Quattro sono gli ambiti della vita comune in cui i fallimentari successi del liberalismo si mostrano in maniera più chiara: politica, economia, educazione e tecnologia. In politica l’autore smaschera la falsa opposizione fra individualismo e statalismo, segnalando, attraverso una ricognizione puntuale dei primordi del pensiero liberale, fra Hobbes, Locke e John Stuart Mill, la profonda convergenza fra due impostazioni che santificano allo stesso modo la libertà come pura autodeterminazione del soggetto. Un capitolo è dedicato alla nascita di una nuova aristocrazia come risultato di un sistema nato per abbattere i vecchi poteri feudali e dogmatici, e basta pensare alla bolla progressista della Silicon Valley per averne un’immagine plastica. Viene meno il carattere coercitivo e tirannico del dominio aristocratico, certo, ma il suo tratto elitario e illuminato è se possibile accentuato: “Questa è la scommessa fondamentale del liberalismo: la sostituzione di un sistema ingiusto e iniquo con un altro sistema che porta una forma di disuguaglianza che non verrà messa in atto attraverso l’oppressione e la violenza, ma con il consenso totale della popolazione, sulla base della promessa della prosperità materiale e della possibilità teoretica della mobilità sociale”.

 

Per Deneen, "la più grande prova della libertà umana è la capacità di immaginare, e creare, la libertà dopo il liberalismo"

Nel regno dell’economia, Deneen equipara il mercato e lo stato, le entità fondamentali create dalla società liberale e che sono impegnate in una lotta a livello superficiale, mentre sotto il pelo dell’acqua nascondono una base comune. Il liberalismo si presenta così come “anticultura”, diserbante radicale di ogni residuo tradizionale: “La dissoluzione della cultura è il prerequisito per la liberazione dell’individuo disincarnato, per un mercato pervasivo e onnipresente e per la crescita smisurata dello stato”. Esiste una dimensione parassitaria del liberalismo, corpo informe che “abita spazi abbandonati dalle culture e dalle tradizioni locali […]. La sostituzione di queste condizioni con una anticultura ubiqua e uniforme è fra le più grandi minacce alla nostra vita comune. Le basi stesse del liberalismo creano le condizioni per la sua disfatta”. Un altro paradosso lo ha segnalato lo stesso Fukuyama, messaggero dell’inevitabilità liberale che nel libro Our Posthuman Future riconosce invece che la logica del progresso fino alla fine della storia “può portare alla alterazione della natura umana stessa, e come conseguenza può mettere a rischio l’ordine politico democratico e liberale che si proponeva di sostenere”. Nell’università, organo ormai impegnato più nella difesa da ogni forma di oppressione di minoranze così ristrette da contenere un esemplare solo, il singolo, che nella ricerca della verità si consuma con la massima evidenza l’aporia che Deneen analizza nel suo saggio. Il luogo della massima liberazione è diventato un ambiente presidiato dalla polizia del pensiero dove le discipline umanistiche – nella formulazione tradizionale: le arti liberali, appunto – sono state abbandonate per inginocchiarsi al vitello d’oro dello Stem, unica garanzia di mobilità sociale: “Un’educazione pensata per una res publica è stata rimpiazzata da un’educazione concepita per una res idiotica, in greco una persona ‘privata’ e isolata”. L’ambito tecnologico, dove si gioca la grande corsa verso il futuro, espone l’idea moderna di libertà al suo massimo grado: “La tecnologia semplicemente sostiene gli impegni sostanziali della filosofia politica della prima modernità e della sua trovata tecnologica fondativa, il nostro stato repubblicano moderno e l’ordine costituzionale. Si può dire che la nostra tecnologia politica è il sistema operativo che crea l’ambiente in cui varie idee tecnologiche si sviluppano e crescono, e il sistema operativo è esso stesso il risultato di una trasformazione della definizione della libertà”.

 

"Diventando 'sempre più se stesso', ha generato patologie che sono distorsioni e realizzazioni a un tempo della sua stessa ideologia"

Deneen si appella spesso alle formule di Wendell Berry, scrittore e agricoltore del Kentucky che meglio di qualunque altro americano è stato in grado di restituire il fascino di una libertà strettamente legata all’autorità, a un’idea immutabile di bene, a un ordine della natura non manipolabile. La coscienza delle fondamentali limitazioni dell’azione e del comportamento umano, scrive Berry, “non è una condanna come può sembrare. Al contrario, ci restituisce alla nostra reale condizione e alla nostra eredità umana, dalla quale per troppo tempo la nostra auto-definizione di animali senza limiti ci ha separati […]. Come umani siamo chiamati a rispondere a questa necessaria collocazione con l’autolimitazione implicita nella vicinanza, nella cura dell’altro, nella temperanza, nella generosità, nella cura, nella gentilezza, nella lealtà, nell’amore”. In Why Liberalism Failed si trova molto altro, dalle profetiche osservazioni di Tocqueville sulla tensione fra comunità e individuo nella democrazia americana alle esplorazioni sul carattere antidemocratico del progetto dei Padri fondatori, si scandagliano le distinzioni deboli fra liberali progressisti e liberali conservatori, si immagina – con orrore – la fine dell’ordine mondialestabilito dopo la Seconda guerra mondiale accostandola alla parabola della Repubblica di Weimar, ma sulla parte prescrittiva la narrazione dell’oggi sembra arenarsi un po’. Deneen mette in guardia dalle forme nostalgiche di chi “sogna di tornare a un’era preliberale” e indica nella ricostruzione di una cultura, non nella creazione di una strategia politica, la via maestra per uscire dal circolo dell’ironia liberale. Con una postilla da non sottovalutare: “Dobbiamo resistere alla tentazione di creare una teoria politica nuova e migliore in seguito al simultaneo trionfo e fallimento del liberalismo. La ricerca di una teoria comprensiva è ciò che ha permesso l’ascesa originaria del liberalismo e dei suoi successori”. Si tratta dell’impresa titanica – ma non per titani – di salvare la libertà dalla sua concezione liberale, di spiegare ai pesci cos’è l’acqua: “La più grande prova della libertà umana è la nostra capacità di immaginare, e creare, la libertà dopo il liberalismo”.

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  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.