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E se nel più profondo dell’anima si nasconde il desiderio di diventare una macchina?

Due libri che rimandano alla battaglia sempiterna bene vs male

24 Marzo 2019 alle 06:18

E se nel più profondo dell’anima si nasconde il desiderio di diventare una macchina?

Foto Wikimedia Commons

Da un lato l’anima e dall’altro la macchina. In mezzo, il nostro povero e misterioso cervello nel quale convivono un soffio vitale (secondo alcuni divino) e il dovere sociale di prestazioni razionali, strumentali, computazionali e pragmatiche che ormai la macchina esegue meglio di noi. Brutta situazione. Non dico che somigli alla scena in cui un angelo custode fronteggia un diavolo tentatore tenendoci sospesi fra cielo e terra. Ma certo le due facce dell’io, quella profonda e quella amministrativa, parlano troppo spesso due lingue diverse.

 

Queste solenni o umoristiche ovvietà (guai a chi ignora l’ovvio) mi tornano in mente, anzi mi si impongono, mentre leggo alternativamente due libri che ho ricevuto la settimana scorsa. Si tratta dell’Equilibrio dell’anima. Perché l’uguaglianza ci farebbe vivere meglio di Richard Wilkinson e Kate Pickett (Feltrinelli) e Capitalismo immateriale. Le tecnologie digitali e il nuovo conflitto sociale di Stefano Quintarelli (Bollati Boringhieri). Wilkinson e Pickett sono studiosi sia di epidemiologia che di scienze sociali e insegnano in varie università inglesi e americane. Il nostro Quintarelli è sia imprenditore che esperto di comunicazioni e di informatica nonché (dice il risvolto di copertina) “pioniere di Internet”, membro attivo di gruppi che per l’Onu e per la Commissione europea studiano lo sviluppo sostenibile della Rete, e infine presidente del Comitato di indirizzo dell’Agenzia per l’Italia digitale. Questo per dire che della loro competenza ci si può fidare. Quanto alle loro valutazioni conclusive, benché molto autorevoli, io credo, in spirito di libertà di coscienza, se non di anarchia, che spetti a ognuno di noi giudicare. Chi crede in un’anima immortale (qualcosa di più che la psiche dei terapeuti) e nella sua salvezza (non solo nel suo “equilibrio”) farà le sue personali meditazioni ispirandosi (perché no?) a qualche libro sacro. Chi guarda invece a quel “futuro che è già cominciato”, perché non vuole esserne tagliato fuori, allora dovrà non solo credere ma anche ubbidire agli esperti.

 

Non voglio dire che l’angelo combatte impugnando il Vangelo mentre il diavolo esibisce dati: anche se non lo dico, di fatto è così. Chi vuole essere conciliante e tendere la mano sia all’anima immortale che alla mega-macchina mondiale, non creda di farsi la vita facile: avrà il suo da fare su due fronti, ognuno dei quali esige un impegno serio, o totale. Come è noto, circolano libri intitolati To be a machine, il che significa che l’uso delle attuali e future macchine comporta che si diventi, che si sia (in larga e crescente misura) una macchina.

 

Non ho ancora finito di leggere i due libri citati, eppure il fatto che mi sia venuta in mente l’antica favola della lotta fra il bene e il male non deve essere un caso. Solo che qui vige un certo relativismo: per alcuni il bene è ispirarsi a qualche tradizione o comunque non dimenticarla, per altri è guardare a quel futuro che abita da tempo il presente così com’è, e non come sarebbe meglio che fosse. Vedere la lotta fra il bene e il male è comune a tutti e in ogni occasione: il problema è come decidere, di volta in volta, che cosa sono l’una e l’altra cosa. Come si capisce subito dal titolo del loro libro, Wilkinson e Pickett non vogliono certo salvare la nostra anima ma tenerla in un sano e piacevole equilibrio. Come fare? La loro tesi è forte e certo non nuova. L’anima sta più in equilibrio e la gente è più felice se e dove l’uguaglianza sociale è maggiore in termini di status, cioè di reddito, prestigio, stile di vita e potere. Le differenze di classe modellano le nostre vite e contaminano esperienze infantili e adulte, rapporti coniugali, vita famigliare e altro. Nelle società in cui oggi le disuguaglianze sono maggiori (Stati Uniti e Gran Bretagna) si è ansiosi, timidi, stressati, sociopatici, fobici, inibiti, infelici e infine, spesso, psichicamente malati, molto più che nelle società con meno disuguaglianze (paesi scandinavi e Giappone). Benché gli autori parlino facendo riferimento a una gran massa di ricerche empiriche e di statistiche (ventisei pagine finali di bibliografia) la loro tesi di fondo è moralmente bella e lodevole, ma non convince del tutto. A intuito mi permetto sfacciatamente di dire che le enormi, eccessive disuguaglianze di reddito andrebbero abbattute per legge fino ad apparire ragionevoli, ma non necessariamente abolite. La vecchia affermazione di Marx secondo cui “l’essere sociale determina la coscienza” è molto vera ma lo sarebbe di più se fosse corretta così: “L’essere sociale determina la coscienza sociale”, oltre la quale si dovrà ipotizzare la presenza di qualcos’altro. Società in cui pochissimi hanno cento o mille volte più del necessario, mentre moltissimi riescono appena a sopravvivere, sono società di cui vergognarsi, benché nominalmente liberal-democratiche. La felicità e l’equilibrio dell’anima probabilmente sono tuttavia un’altra cosa, un po’ più complicata e oscura: perfino non del tutto positiva e non continuamente desiderabile.

 

Nel libro di Quintarelli si parla di “capitalismo immateriale”, di “infosfera”, di mondo digitale e di “computer tutto intorno a noi”, cose che la scienza sociale del libro precedente non prende affatto in considerazione. Il salto decisivo analizzato dall’autore consiste soprattutto nel fatto che la pervasività dell’elettronica rende tutto immateriale, istantaneo e “senza costi” (o meglio, con prezzi di mercato sganciati dai costi) riducendo tutta la realtà a “un grande qui e adesso”.

 

La competenza specifica di Quintarelli è molto alta. Essendo la mia quasi nulla, devo limitarmi alla visione generale che emerge dal quadro delineato nel libro e dalle previsioni dovute alla crescita “esponenziale” e non semplicemente “lineare” dell’espansione tecnologica. Mentre linearmente dieci passi vuole dire dieci volte uno in più, in senso esponenziale la progressione avviene per raddoppio: se si parte da uno, la seconda volta i passi sono due, la terza sono quattro, la quarta otto… con la decima siamo a 256 passi. E’ un ritmo di crescita che sorprende il senso comune ed è scarsamente immaginabile se non lo si calcola. Per questo Quintarelli insiste sul fatto che le “nuove tecnologie” si rinnovano e crescono di continuo, sono molto di più di quello che sembravano, sono e diventano di più a enorme velocità: plasmano, creano “le aziende e la società, le relazioni umane e la politica” occupandosi “di ogni persona”. Inventano e usano la nostra identità.

 

Il richiamo finale dell’autore è però alla nostra volontà e responsabilità. Ma che cosa diventano, come e quando si formano volontà e responsabilità individuali, collettive e pubbliche in un tale mondo nuovo. Si prevede “un futuro iper tecnocratico in cui computer con una intelligenza artificiale trans-umana e alimentati da big data (…) prenderanno le decisioni migliori possibili in tempo reale. La democrazia e la partecipazione appaiono quasi fattori di inerzia, vincoli di un tempo ormai andato”. All’autore, per non disperare sul futuro della libertà, non resta che una carta: la distinzione fra “desideri momentanei” soddisfatti dalla rete e “volontà profonda” che dovrebbe guidare le decisioni politiche. Volontà profonda? A quale profondità? Non sarà che nel più profondo delle anime attuali regni oggi il sogno di diventare una macchina?

Alfonso Berardinelli

Roma 1943. Critico letterario e saggista, si è dimesso dall’insegnamento universitario nel 1995, lavora oggi fra editoria e giornalismo, dirige la Scheiwiller Prosa e Poesia. Fra i suoi libri: “L’esteta e il politico: sulla nuova e piccola borghesia” (1986), “L’eroe che pensa: disavventure dell’impegno” (1997), “Autoritratto italiano” (1998), “Stili dell’estremismo” (2001), “La forma del saggio” (2002), “Che noia la poesia” (2006, con H. M. Enzensberger), “Casi critici: dal postmoderno alla mutazione” (2007), “Poesia non poesia” (2008).

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