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La dittatura del pol. corr. si è infiltrata anche nelle multinazionali

Università e settore pubblico sono da sempre vulnerabili al delirio della diversità. La novità è che i giganti del capitalismo ora sono loro “alleati”, scrive lo Spectator 

18 Marzo 2019 alle 11:36

La dittatura del pol. corr. si è infiltrata anche nelle multinazionali

Foto LaPresse

I nuovi impiegati nel quartier generale britannico di Accenture, una multinazionale di consulenza strategica, sono rimasti sorpresi quando il capo delle risorse umane li ha spinti a indossare un cordoncino con i colori dell’arcobaleno e a dichiararsi ‘alleati’”, scrive Toby Young sullo Spectator. “Chiunque è rimasto confuso dal significato della parola, ha trovato una risposta sul sito della società – un ‘alleato’ è colui che promuove un atteggiamento inclusivo e tollerante verso le altre culture. Questo uso della parola ‘alleato’ è nato nei campus delle università americane dove i beneficiari del razzismo, del sessismo e via dicendo – ovvero il maschio bianco etero – dichiaravano di essere dalla stessa parte della ‘minoranza oppressa’, malgrado il loro ‘privilegio bianco’. Questa follia, che ha infettato i campus universitari molto tempo fa, adesso si sta infiltrando nelle grandi aziende e questo potrebbe cambiare il modo in cui lavoriamo. Nessuno dovrebbe assumere che il proprio luogo di lavoro sia immune a tutto ciò. Alcune idee assurde che un tempo erano confinate ai professori neo-marxisti nelle facoltà universitarie, adesso sono state condivise anche dai giganti del capitalismo. Apple, Amazon, Facebook, Goldman Sachs e Coca-Cola hanno aderito, e chiunque critica pubblicamente questa ortodossia rischia di essere licenziato. Lo ha dimostrato James Damor, l’ingegnere di Google che nel 2017 ha osato mettere in dubbio il dogma sulle donne che non vengono assunte come ingegneri tecnologici, attraverso dei dati scientifici sulla differenza di interessi tra uomini e donne. E’ stato licenziato per avere ‘avanzato degli stereotipi sessuali’. I princìpi dell’estrema sinistra americana si sono infiltrati nelle università britanniche. Una mail interna dell’Università di Hertfordshire ha annunciato di avere fissato una quota del 10 per cento di impiegati Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender, ndt) e del 20 per cento Bame (neri, asiatici e minoranze etniche, ndt), nonostante gli Lgbt siano solo il 6 per cento della popolazione britannica e i Bame il 13.

     

Questo pensiero adesso si è diffuso anche nel luogo di lavoro. I candidati interni nella pubblica amministrazione durante il colloquio dovranno ‘dimostrare il legame tra il bisogno morale dell’uguaglianza e della diversità e il raggiungimento delle priorità organizzative’, e spiegare come ‘intendono promuovere la diversità e l’uguaglianza sia dentro che fuori dal luogo di lavoro’. Avete letto bene: ‘Sia dentro che fuori’. Quindi non basta essere culturalmente di sinistra al lavoro. Devi dimostrare ai tuoi superiori di essere politicamente corretto anche nella tua vita privata. Il governo spesso è vulnerabile a queste forme di follia politica. Ma la novità è che questa ideologia estrema si è diffusa anche nel mondo delle aziende. L’infezione entra nel sistema attraverso il personale delle risorse umane, che cerca di imitare le facoltà di studi di genere. Anche loro si sono convinti che il loro obbligo morale sia quello di abolire ‘il privilegio bianco’. E quindi diffondono il Vangelo del politicamente corretto. La società di revisione contabile Kpmg anni fa si accontentava di fare beneficenza per i bambini in difficoltà, ma non è più così. Al momento sta cercando di assumere un ‘manager per l’inclusione, la diversità e l’uguaglianza sociale’. Giusto, ‘l’uguaglianza sociale’ – una strana priorità per una compagnia che fa consulenza alle aziende per pagare meno tasse. La ‘formazione per la diversità’, che è stata introdotta dalle aziende per ridurre i pregiudizi ‘inconsci’ o ‘impliciti’ è un’industria che vale 8 miliardi di dollari all’anno ed è un settore in crescita anche in Gran Bretagna. Starbucks di recente ha organizzato una ‘giornata di formazione’ contro i pregiudizi per 175 mila impiegati. Purtroppo, ci sono poche prove che questi corsi riducono gli episodi di discriminazione. Al contrario, uno studio del 2015 del Journal of Applied Psychology mostra che le persone che hanno partecipato a questi corsi di formazione sono più predisposti agli stereotipi razziali e di genere. Anche la battaglia contro il divario salariale tra uomo e donna rischia di ottenere l’effetto opposto rispetto all’obiettivo. Nessuna azienda privata vuole avere un divario ampio, e molte promettono di abolirlo entro, diciamo, il 2025; quindi hanno un incentivo a non assumere donne nelle posizioni meno remunerative. Tempo fa, combattere la discriminazione non significava fare delle domande invadenti ma giudicare le persone a secondo dei loro meriti – ‘sulla base del loro carattere e non del colore della loro pelle’, per citare Martin Luther King. Ma l’azienda politicamente corretta chiede ai propri impiegati quale sia la loro collocazione sociale (’Siete mai andati in una scuola privata?’) e il loro orientamento sessuale. Rispondere che ‘non sono affari loro’ è poco saggio, per usare un eufemismo. Se questa enfasi sulla diversità e sull’inclusione non migliora la produttività, perché mai le aziende britanniche fanno a gara tra di loro su chi sia più politicamente corretto? In parte perché i loro impiegati ventenni stanno importando questa cultura nell’azienda, dopo esserne stati a contatto all’università. Ciò che colpisce è che i loro capi sono disposti a stare al gioco. Tempo fa i giovani radicali demonizzavano i loro superiori, i membri dell’odiato ‘uno per cento’, come i responsabili dei mali di tutto il mondo. Tuttavia, una delle peculiarità della sinistra radicale è quella di essersi allontanata dalla vecchia nozione di uguaglianza verticale tra individui e nazioni, e di essersi invece concentrata sull’uguaglianza orizzontale tra diversi gruppi identitari. La nuova generazione di attivisti progressisti non è interessata al divario economico tra gli impiegati che guadagnano di più e quelli che guadagnano di meno. La sinistra si è messa l’anima in pace col capitalismo e la conseguenza di ciò è che i miliardari del settore privato possono stare al fianco dei loro vecchi compagni dell’università e dire che stanno facendo la loro parte per rendere il mondo un posto migliore. Ma forse le aziende sono motivate da ragioni più mercenarie: vogliono mettersi al sicuro nel caso in cui i democratici riprendessero il controllo della Casa Bianca, o che Corbyn andasse al governo. I capitalisti che si battono per la giustizia sociale fanno andare fuori di testa la working class americana, e rendono più probabile la rielezione di Donald Trump – quindi fanno i loro interessi. L’uno per cento vince in tutti i casi!

    

(Traduzione di Gregorio Sorgi)

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