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Che cosa ci fa un Sacro Graal della milanesitudine a Repubblica. Chi è Verdelli

Il curriculum, i vezzi, i libri scritti, quelli in uscita. Ritratto del candidato numero uno alla guida di Repubblica dopo l'addio di Calabresi

5 Febbraio 2019 alle 20:19

Che cosa ci fa un Sacro Graal della milanesitudine a Repubblica. Chi è Verdelli

Carlo Verdelli (foto LaPresse)

Roma. Quant’è milanese Verdelli. Il neo direttore di Repubblica, annunciato martedì e che salvo sorprese oggi sostituirà Mario Calabresi, è lombardo fin dal curriculum, molto scarno rispetto alle variegate imprese, ma con l’orgoglio delle cifre e dei successi commerciali: in quello ufficiale che si trova in Rete precisa che nei suoi quattro anni di direttore della Gazzetta dello Sport “stabilisce il record italiano di vendite di un quotidiano” (2 milioni 300mila copie). Mentre Vanity Fair sotto di lui diviene “il primo magazine italiano in termini di raccolta pubblicitaria”. Gli anni a Vanity, nella milanesissima sede di Condé Nast, sono la medaglia d’oro nella impareggiabile carriera di Verdelli, una specie di Giuliano Amato del giornalismo italiano. Nel 2004 prese un magazine decotto, di quelli che finivano nel cestino ancora col cellophane, e lo trasformò nella corazzata dei settimanali, uno strano ibrido tra un femminile e una rivista colta, oroscopi e Bignardi (era l’unico Vanity Fair del mondo a essere settimanale, con conseguente abbuffata di inserzionisti: alla sede centrale Condé Nast a New York lo trattavano come Maradona). Verdelli, 61 anni, refrattario ai social, non possiede né Twitter né Instagram, ma era un patito dell’engagement – che allora fortunatamente non si diceva – e trasformò la rubrica delle lettere di “Vanity” da angolo negletto di rettifiche in una specie di bacheca Facebook dei lettori sul settimanale. Anche se lui lo trattava come un quotidiano. “Stakanovista bestiale”, raccontano dalla sede milanese di Vanity, dove adesso, per buffa simmetria, c’è un direttore che viene da Repubblica, Simone Marchetti. Nonostante il numero fosse già chiuso, in quei tempi gloriosi Verdelli si presentava anche il sabato. Ossessionato dai dettagli, raccontano, dalle fotografie, teorico della “gestione del piccolo”, cioè delle didascalie e dei boxini. Gentile, garbato, coi suoi gilet perenni, la voce bassa, quasi inconfondibile, gli occhi celesti che sanno gelare senza bisogno di alzarla. Passioni semplici: Bruce Springsteen, ascoltato ossessivamente in macchina, racconta al Foglio Claudio Sabelli Fioretti, che lo assunse a “Panorama Mese”, agli inizi, e da lui comprò anche una chitarra, strumento di cui Verdelli è virtuoso. Ossessioni linguistiche, come il verbo “pantografare”, e l’impossibilità o idiosincrasia di pronunciare nomi stranieri soprattutto inglesi, che deformava irrimediabilmente. Il gusto invece filologico del detto milanese, “inscì se ghe”, e l’interismo scatenato. Milanesità proletaria e un po’ magica, come vien fuori dal suo romanzo “I sogni belli non si ricordano” (Garzanti, 2014), romanzo di bambini, un po’ via Paal e molto via Gluck, con “l’infanzia nelle casette popolari costruite dove la città ha già spento le luci, abitate da operai che ancora sapevano e avevano voglia di fischiare”, la Milano non di Citylife e della sciampagneria ma quella “in cui si parlava ancora il milanese, i quartieri erano colorati di fruttivendoli, macellai e drogherie”. “Milanese di popolo”, ha scritto Michele Serra parlando di questo libro – il primo – pubblicato a cinquantasei anni, altro segno di ritegno. Ritegno che però non è mancanza d’ambizione, che invece – milanesemente – è fortissima, raccontano, nel personaggio. E l’ambizione milanese, se è giornalistica, dove deve andare, se non a dirigere il Corriere? Obiettivo di una vita, dicono: ma col Corriere Verdelli si sfiora, e lo manca due volte. La prima, nel 1994, dopo essere stato vicedirettore di Epoca, viene chiamato da Paolo Mieli a fare il suo numero due e a dirigere Sette, che naturalmente sotto Verdelli fa il botto. A Via Solferino rimane sette anni, anche con la prima direzione De Bortoli, ma poi si dimette quando arriverà Stefano Folli. Andrà poi verso i successi di Vanity e poi ancora alla Gazzetta, riavvicinandosi al sacro graal della milanesitudine. Avvicinandosi pericolosamente all’agognato obiettivo: le cose sembrano fatte nel 2009, quando la sua candidatura alla direzione del Corriere è sponsorizzata dal potente Piergaetano Marchetti, presidente di Rcs, ma avversata dal nume tutelare Nanni Bazoli, che vuole e ottiene il ritorno di De Bortoli.

 

Mentre continua a mancare l’obiettivo, resuscita giornali: “Quando nei quotidiani si va incontro a grosse difficoltà, le strade che uno ha davanti sono due”, ha raccontato a Prima Comunicazione: “o cerca di arrestare il declino frenando a più non posso; oppure si cerca di strambare. Di cambiare direzione”. Bisognerà capire cosa si inventerà adesso per strambare a Repubblica. Di nuovo a Roma.

 

Nella capitale, con colossale nemesi, il milanese Verdelli c’era già finito nel 2015. E sul colle più basso di romanitudine, la Rai. Con pragmatismo settentrionale-ironico, nel suo cv scrive che era stato assunto “con contratto a tempo determinato”. Il suo navigator, colui che gli procacciò il lavoro, fu Antonio Campo dall’Orto, direttore generale effimero, con un sms: “Ciao, mi occupo di Rai. Ci vediamo?”. Di lì cominciò l’anno romano del Verdelli milanese, del marziano. Fu chiamato come “direttore per il coordinamento dell’offerta informativa”. “Un bizantinismo tipico Rai per non dire in maniera diretta che ero il direttore dell’informazione. Cioè dei tre canali principali e RaiNews, Rai Sport, più i giornali radio, più l’informazione digitale”, ha raccontato. Il suo piano (solo a un milanese poteva venire in mente) era di raddrizzare il mammozzone informativo di viale Mazzini: ovviamente il mammozzone reagì al corpo estraneo, e il marziano-milanese fu espulso. In quel breve anno (dal novembre 2015 al gennaio 2017) Verdelli abitò in un residence come tutti gli expat, come Dino Risi, un altro milanese a Roma, come Campo Dall’Orto (che stava allo stesso residence ai Parioli del regista del “Sorpasso”). Verdelli stava invece al “Prati”, quello micidiale di Freccero, quello in cui stanno tutte le anime perdute cui tocca in sorte un posto nella tv di Stato o nei suoi derivati. Dove va anche Checco Zalone, che in un’intervista a Francesco Merlo su Repubblica disse che lui ci sta bene, perché per scrivere ha bisogno di un posto triste. Con Merlo – che fu chiamato da Verdelli in quella breve stagione – cene frugali, nei pressi di viale Mazzini, ma non negli aspirazionali locali di finger food e botox alla Settembrini, bensì nelle trattorie dignitose in quella Roma appannata che confina col Vaticano – Verdelli è così, un piatto di pasta, un bicchiere di rosso, e poi a casa a dormire, raccontano. O a lavorare, in ufficio, di nuovo: la notte del terremoto di Amatrice lui era in ufficio. E la mattina arrivava alle sette mandando in tilt il protocollo di viale Mazzini: dove l’ingresso principale apre alle 8,30, e prima c’è solo il varco laterale di via Pasubio, destinato anche alle uscite fuori tempo massimo (le 17 e 30). Le procedure tra Kafka e Cencelli lasciarono nel milanese Verdelli un trauma indelebile: raccontò a Antonio D’Orrico la “liturgia vecchio stile” della cittadella Rai e del suo settimo piano, “il sancta sanctorum del tabernacolo. Lì ci sono il direttore generale, la presidente, alcuni consiglieri e dirigenti. In più ci sono i commessi, e due porte a chiudere quell’ala nobile di Viale Mazzini. Quando l’ultimo di questa parte del piano va via, deve restare un commesso che chiude e sigilla i due ingressi e tu non puoi rientrare. Se hai dimenticato il cellulare, c’è una procedura per aprire le porte molto complessa”. Non c’erano però gli uffici – rimase quasi deluso – che si ampliano o restringono a mantice a seconda della piega che ha preso la carriera dell’inquilino (come nella “Terrazza” di Scola). Però particolari fantozziani tanti, a partire da un cactus, un gigantesco cactus arrivato in segno di benvenuto, alto fino al soffitto, anonimo, il giorno del suo insediamento. E poi anonimamente scomparso il giorno delle sue dimissioni. Ma sul suo anno vissuto pericolosamente uscirà il mese prossimo un pamphlet per Feltrinelli, “Roma non perdona. Come la politica si è ripresa la Rai”. Ma intanto lui sarà di nuovo qui, a Roma: e speriamo questa volta in una casa vera.

Michele Masneri

Michele Masneri è bresciano e vive prevalentemente sull’alta velocità tra Roma e Milano. Scrive schizofrenicamente di cultura, società e architettura. Come molti italiani ha scritto un romanzo, si intitola "Addio, monti", non c'entra con l'ex premier, ed è edito da minimum fax. Usciranno presto in volume i suoi reportage dalla Silicon Valley, dove è stato inviato per questo giornale.

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