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Da Stiglitz a Pinter, i Nobel compañeros cantavano il paradiso chavista

Il modello venezuelano ha affascinato gli intellettuali. Ma il paese socialista vive una delle peggiori catastrofi autoinflitte del secolo

25 Gennaio 2019 alle 06:00

Da Stiglitz a Pinter, i Nobel compañeros cantavano il paradiso chavista

Foto LaPresse

Roma. Il 6 dicembre 1998, Hugo Chávez proclamò una nuova alba della giustizia sociale e del potere popolare. Quando gli fu diagnosticato il cancro, il leader venezuelano fece cambiare lo slogan “Patria, socialismo o morte” in “Vivremo e vinceremo”. Ogni riferimento alla muerte nei discorsi pubblici venne rimosso. “Non ci sarà morte qui”, dissero. I bambini venezuelani, periti a un ritmo superiore di quelli in Siria, non sarebbero d’accordo. Ma in Venezuela non c’è stata alcuna guerra. I chavisti hanno fatto tutto da soli.

   

In questi anni sono arrivate dal Venezuela storie e immagini di donne che combattono per un pezzo di burro o un cartone di latte, di milioni che si svegliano affamati e dimagriti, di genitori che abbandonano i figli negli orfanotrofi dove avranno più probabilità di essere sfamati, di epidemie, di madri che vendono i capelli per mangiare, di morti sepolti in sacchi di plastica, di ospedali senza antibiotici. Una delle peggiori catastrofi autoinflitte del secolo, per alcuni più radicale di quella che portò al crollo dell’Unione sovietica.

  

Un bel po’ di premi Nobel compañeros avevano incensato quel “modello”. Iniziò il Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz, che lodò il chavismo per “aver portato benefici educativi e sanitari ai poveri e lottato per politiche economiche che assicurano che i frutti della crescita siano condivisi più ampiamente”. Volevano sradicare la disuguaglianza e ci sono riusciti, ora sono tutti poveri. Adolfo Perez Esquivel, il pacifista argentino, Nobel per la Pace, definì Chàvez “un visionario”. Un altro Nobel per la Pace, la guatemalteca Rigoberta Menchù Tum, ha difeso il regime sostenendo che “la crisi del Venezuela è fomentata dall’esterno, da chi vuole appropriarsi delle sue ricchezze”. Il Nobel per la letteratura, José Saramago, sviolinò a favore del regime venezuelano che vuole “migliorare le generazioni che non sono uscite dalla miseria”. Harold Pinter, un altro Nobel per la Letteratura, appose la sua firma a un manifesto in cui si difendeva il chavismo: “Vogliamo esprimere la nostra solidarietà alla lotta che, insieme a Chàvez, la maggioranza del popolo venezuelano sta combattendo in difesa del proprio diritto di determinare liberamente il proprio futuro”. Un futuro di immigrazione di massa: “I venezuelani fuggiti dal loro paese hanno già oltrepassato i tre milioni”. Inizia così uno studio appena pubblicato dalla Brookings Institution, think tank liberal di Washington.

   

In un altro manifesto sul Guardian, il Nobel Pinter scriveva: “Le vite di milioni di venezuelani sono state trasformate dalla politica sociale progressista. La povertà estrema è stata dimezzata, l’analfabetismo eliminato, l’assistenza sanitaria estesa, la disoccupazione è scesa ai minimi”. Peccato che sia successo l’opposto. A novembre, Human Rights Watch ha avvertito della “devastante crisi sanitaria” del Venezuela. Il 55 per cento dei medici ha abbandonato il paese tra il 2012 e il 2017. Lo scorso 6 gennaio, proprio il Guardian ha reso conto della famosa sanità venezuelana: “Ospedali che mancano di sapone per pulire i reparti e pazienti malnutriti suscettibili alle infezioni. Bambini bendati e bruciati dalle lampade a cherosene. Le mamme allattano bambini emaciati che non possono essere idratati perché l’ospedale non può nemmeno fornire un catetere”. Il Nobel Pinter si sbagliava anche sulla famosa “povertà estrema”. Secondo un nuovo studio dell’Università Cattolica Andrés Bello, “l’87 per cento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Nel 61 per cento dei casi, la povertà è estrema”. E fra i Nobel come poteva mancare Dario Fo, esperto in “soccorso rosso”, che a Milano accolse proprio Chàvez? La serata alla Camera del lavoro finì tra gli applausi al leader venezuelano e gli striscioni sul “nuovo Che Guevara”. Il settimanale francese Point  ha definito il Venezuela “il cimitero dei ciarlatani”. E’ uno degli ultimi luoghi sulla terra dove sono state seppellite le illusioni mortali dell’anticapitalismo, anche se i manifesti del regime a Caracas cercano ancora di convincere i cittadini che “tutto è possibile insieme”. Forse è il caso di tornare a usare la parola proibita: muerte.

Giulio Meotti

Giulio Meotti

Lavora al Foglio dal 2003. Si è laureato in Filosofia. Ha scritto per il Wall Street Journal. È autore di quattro libri su Israele, alcuni tradotti in più lingue. È sposato. Ha due figli.

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Commenti all'articolo

  • gheron

    25 Gennaio 2019 - 17:56

    Le élites...mah! In pochi anni i compagni chavisti e maduristi hanno ridotto in miseria una nazione potenzialmente ricca. Al di qua dell'oceano i compagni mauriziani oggi si propongono come forza di vero cambiamento nel nostro disgraziato Paese, come non avessero fatto altro negli ultimi cinquant'anni in concorso con tanta altra brava gente... E i risultati del loro "impegno" sono tutti sotto i nostri occhi.

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