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Eliseo con vista (sui gialloverdi)

La rinascita del teatro storico romano, i rapporti con sindaco e ministri, le prospettive in tempi populisti. Parla il direttore artistico Luca Barbareschi

8 Gennaio 2019 alle 06:06

Eliseo con vista (sui gialloverdi)

Foto Imagoeconomica

Roma, l’Italia gialloverde, Virginia Raggi, i ministri, la cultura (rapporto complicato). Poi c’è la storia del teatro Eliseo. Un Eliseo che ha compiuto cent’anni nel 2018 e che, dice il direttore artistico Luca Barbareschi, è diventato, a tre anni dalla riapertura, “un polo di interesse culturale multimediale”. Partendo dalla fine, e cioè da oggi, c’è un Barbareschi “orgoglioso”: quattro spettacoli teatrali prodotti, il “Cyrano” con le code fuori, quaranta serate di Eliseo Cultura, gli eventi di Eliseo Musica ed Eliseo Ragazzi, una serie tv e le produzioni cinematografiche (tra tutte: il nuovo film di Fausto Brizzi post #metoo italiano, il film su Mia Martini, il film con Luca Zingaretti nel ruolo di un trans in una famiglia distopica). “Abbiamo anche vinto due bandi europei”, dice Barbareschi, “e sto coproducendo il ‘J’accuse’ di Roman Polanski su Emile Zola. Ma è come se tutto questo non rilevasse perché lo faccio io”. Non è mania di persecuzione, dice l’attore, che quando era deputato di Forza Italia, “dipendente pubblico per la prima volta” dopo una lunga carriera da attore e imprenditore, viveva con “un perenne senso di colpa” per paura di non essere “all’altezza del ruolo di civil servant, come si dice in Inghilterra”, motivo per cui rispondeva a chiunque e sorrideva anche ai detrattori. Ma oggi è un po’ sconcertato, Barbareschi: “Ho restaurato e rilanciato un luogo d’eccellenza, dentro e fuori, spendendo più di 12 milioni di euro tra acquisto e lavori. Ma lo sport nazionale sembra essere diventato la distruzione delle cose buone fatte da altri. A volte penso che potevo starmene a New York, o in qualsiasi luogo del mondo, a studiare cinema e teatro, tanto più che ho meno sangue italiano della maggioranza degli immigrati, essendo nato a Montevideo da madre ebrea tedesca e padre sefardita marocchino. E invece sono qui perché mi piace l’Italia. Per passione, e come me ce ne sono tanti”. Prima ancora che il “J’accuse” di Polanski prenda forma, il j’accuse di Barbareschi sfiora intanto il ministro della Cultura: “Mi hanno fatto sapere, tempo fa, che per il ministro Bonisoli se l’Eliseo chiude non è un problema. L’ho chiamato per chiedergli spiegazioni ma non mi hai mai risposto, e allora io invito i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini: venite a vedere il posto che il ministro vuole chiudere, uno dei primi teatri italiani”. (Flashback: sui fondi all’Eliseo sono partite, tempo fa, accuse di “traffico di influenze”: “Mi viene da ridere”, dice Barbareschi. “Allora sono 40 anni che faccio traffico di influenze: parlo con chi si occupa di cultura per fare cultura. E comunque la legge che prevede quei fondi è stata votata in Parlamento, è stata pubblicamente discussa”).

 

Il “Cyrano”, il film di Polanski su Zola e il j’accuse sul cedimento politico-culturale alla discesa negli “inferi della mediocrità”

A Torbellamonaca? Sì, ma “con il delegato di quartiere”. Descrescita felice? Per carità, “è una contromarea cerebrale”

Il tema è più ampio: “Il tema è la politica che non vuole valorizzare. E io – che a 63 anni resto un craxiano mai pentito, e ricordo bene quando, da ragazzo o poco più, a cena con gente come Rino Formica, Giuliano Amato e Gianni De Michelis, se parlavi a vanvera venivi subito redarguito con un ‘non dire cazzate’ – mi chiedo come si possa accettare questa discesa negli inferi di una mediocrità teorizzata come fosse un valore”. Barbareschi ha nostalgia: “Seguendo De Michelis, ti potevi ritrovare a cena con Bill Gates e sentir parlare di info-highways quando ancora nessuno, quasi quasi, sapeva che cosa fosse il web. Ma oggi si procede per livellamento, non c’è desiderio di imparare, non si sceglie la competenza”. Nel mondo dell’“uno vale uno” e del “cittadino portavoce” proveniente dalla Rete, al direttore artistico dell’Eliseo viene voglia di andare per paradossi: “Idealmente i Cinque stelle potevano pure essere una buona idea. Gente che diceva: voi non avete capito nulla, qui c’è un gruppo di persone che su una piattaforma web dà spazio a una nuova leva. Bene, chi non è d’accordo, in teoria? Però faccio delle domande, da super ebreo quale sono. Se hai un problema di cistifellea, da chi vuoi farti operare? Io vorrei uno di Harvard che sia un dio in sala operatoria. Vale per lo spazzino come per il neurochirurgo. Invece mi accorgo che questa è una sedicente rivoluzione basata sul revanscismo di gente che stava in terza linea. Non è che non lavoravano perché non era riconosciuto il loro merito, ma perché erano incapaci. E infatti quando governano non scelgono gente migliore di loro”.

 

Il non-desiderio di competenza, dice Barbareschi, a Roma “è più evidente che mai”: “A parte il ministro che dice che se l’Eliseo chiude non è un problema, c’è anche il sindaco Virginia Raggi che non ha mai neanche fatto la cortesia di rispondere al telefono, per non dire di venire a vedere come sta questo teatro storico; e il vicesindaco Luca Bergamo mi ha fatto sapere che il comune non è interessato a partecipare alla vita culturale di questo teatro. Strano: per legge le istituzioni locali dovrebbero essere interessate, vista la rilevanza culturale. Qui si esprimeva il pensiero liberale del Novecento. Ma a Roma si preferisce forse fare retorica su Tor Bellamonaca. A Milano, per il circuito teatrale, che ci sia la Lega o il Pd o Forza Italia, non fa differenza. Il Piccolo prende 10 ml euro l’anno, l’Elfo altri 6. Certo poi non devi fare di un teatro una salumeria o programmare titoli già morti a Londra quarant’anni fa. Noi tra Eliseo e Piccolo Eliseo abbiamo la tradizione e la novità, abbiamo una compagnia nazionale. I vittoriani dicevano: sostieni la tradizione e la tradizione ti sosterrà”.

 

Altri punti del cahier de dolèances di Barbareschi, “il livore e l’approssimazione”. “Da ebreo dico paradossalmente: tra far bruciare i libri e tagliare i fondi all’editoria non c’è molta differenza. Bruciare i libri: un orrore di cui si portava la folle responsabilità. Ma tagliare oggi i fondi in un paese che già legge poco significa mettere in ginocchio un’industria. E perché? Per vendetta perché non si parlava bene di Beppe Grillo? Grillo, una simpatica parrucchiera di Rapallo che ogni tre mesi deve blaterare su qualcosa. Ora è per i gilet gialli, ma se questi diventeranno grigi con la svastica lui è capace di andare in quella direzione perché, come diceva Charlie Chaplin, non c’è cosa più pericolosa di un comico che si occupa di politica”.

 

Che cosa si può fare, a partire da Roma? “Amo Roma, ma Roma a volte mi spaventa”, dice Barbareschi. “Mi ha stupito che i romani, sotto la giunta Raggi, non siano andati a votare sul trasporto pubblico locale, avendo la possibilità di esprimersi al referendum. Strano: rischi di morire per le buche, ti lamenti per gli autobus, poi ti danno la possibilità di dire Sì o No e tu che fai? Niente. E beh: chi pecora si fa il lupo se la magna. A Milano quando mille deficienti sporcano le strade, la gente corre a pulire, e lo dico essendo nato in periferia, al gallaratese, dove il mio portiere puliva il suo pezzo di marciapiede. Ce l’avranno insegnato gli austriaci? Forse. Fatto sta che funziona. Poi prendi il resto del nord, prendi l’Emilia Romagna: non è che sono operosi perché sono di sinistra. Sono sempre stati operosi e sono stati anche di sinistra. Hanno trasformato il pezzo di litorale più brutto d’Italia in un posto che rende soldi, mentre le Eolie che sono un capolavoro della natura stanno fallendo. Roma è talmente bella che non può annegare così. Svegliatevi, dico ai romani. Basterebbe per esempio un primo cittadino che abbia competenze amministrative e culturali”. Oggi gli operatori culturali nel mondo hanno lauree in economia aziendale. Barbareschi trasecola: “Qui neanche sanno che cosa sia un project financing. Ma che cosa è successo agli italiani, mi domando? Il problema va oltre il governo e la città. E’ impossibile invertire la rotta rispetto al populismo se non c’è un cambiamento interiore che venga dalla famiglia. Qui i figli non li sgridano, li difendono anche quando hanno torto. Per non dire dell’Università: ho fatto una lezione ed era tutto un bisbigliìio: ‘Fassscista, antifassscista…’. Ma quanti sanno che cosa stanno dicendo?”. A Barbareschi quel bisbiglìio fa venire in mente il giorno in cui, a 14 anni, “dopo aver spaccato una vetrina perché come tutti i quattordicenni negli anni della contestazione volevo cambiare il mondo, mi sono trovato di fronte a mio padre che chiedeva spiegazioni. Io farfugliavo qualcosa sul Vietnam e Ho Chi Min. E lui: ma lo sai chi è Ho Chi Min? Io non sapevo bene che cosa rispondere. Ho preso vari ceffoni. ‘Siete talmente cretini’, diceva. E io lo ringrazio perché mi ha svegliato da quel torpore di imbecillità, lui che era stato partigiano bianco e per onestà diceva: non siamo serviti a un cazzo. Ha tenuto le armi in casa fino agli anni Settanta, perché pensava non si fosse mai usciti dalla guerra. Poi una sera, in epoca di legge antiterrorismo, le abbiamo buttate all’Idroscalo. Ecco, sarebbe bello ritrovare la coerenza intellettuale di quella generazione”.

 

Dall’Eliseo, Barbareschi propone un “adeguamento a modelli europei”: “Nelle cose che produco, si pagano anche i grandi attori e registi con cifre nella media e nel piano dei costi. Ma in questi anni, in molti luoghi, la sinistra ha sbagliato: conosco attori pagati somme mai viste in Europa. Quando lavoravo in teatro a Londra, ho scoperto che Kenneth Branagh prendeva 2.600 pound per otto show a settimana, e io 2.100. Kenneth Branagh, mica bruscolini!”.

 

Le cene della Prima Repubblica in cui “se parlavi a vanvera” ti dicevano “non dire cazzate”, e il parlare a vanvera sul web

Il “revanscismo di quelli che stavano in terza linea” e l’invito a Salvini e Di Maio “venite a vedere che cosa si fa qui”

Antidoti? “Rimettersi a fare davvero i civil servant. E rompere le consorterie che hanno portato alla morte delle eccellenze culturali. Intanto c’è da chiedersi se gli italiani siano davvero felici di essere governati da una dittatura silente. Non ci sono parate, però c’è l’ombra del tinello che si allunga sul paese. Una nuvola mefitica che ci addormenta. Siamo sedati: e non soltanto perché si vendono droghe ovunque, nei posti frequentati dai ragazzini e non solo, e si chiude un occhio, e lo dico da persona che ne ha fatto uso. Ma anche perché siamo invasi da contenuti multimediali di piattaforme straniere: è stato cancellato il racconto del nostro paese. C’è un progetto politico per investire sulla nostra identità? Macché. Qui gli stranieri entrano e non investono. E chi ha obblighi di legge neanche. Eppure si è arrivati a un buon livello di fiction: “Nero Wolf”, “L’amica geniale”. Il racconto è cibo per la mente. Guardate gli inglesi: la Bbc sforna serie tv di lusso sulla storia britannica. Negli Stati Uniti hanno compiuto a un certo punto lo stesso errore politico: i democratici si erano trasformati in gauche caviar, non capivano e non raccontavano il paese. Il mio amico David Mamet lo spiega in ‘Secret of knowledge’, un’analisi geo-economica sull’avvitamento delle élite che mi piacerebbe fosse pubblicato in Italia. Non abbiamo più bisogno di una piccola borghesia annoiata che parli del nulla. Abbiamo bisogno, per esempio, del punto di vista della terza generazione di filippini in Italia. O dei figli delle domestiche dell’est europeo che a vent’anni vivevano in un paese dilaniato da bande di tatuati e ora hanno davanti la bella casa dell’imprenditore. Ci sono dei clash pazzeschi, ma invece di raccontare procediamo per slogan. Criminalità, si dice. Sì, ma vorrei allora si facesse come ha fatto Rudolph Giuliani a New York. Nei quartieri difficili ha lavorato, diceva, come con la chemioterapia. Non puoi eliminare tutto in blocco: si entra in un edificio, se ci sono tre famiglie sane le proteggi, togli i gruppi malati e inserisci al posto loro gruppi sani. Così ovunque. Ma il territorio va conosciuto. Il Pd o Forza Italia devono avere delegati di quartiere che vivano in periferia”.

 

E l’idea di decrescita felice che ha fatto prendere tanti voti ai Cinque stelle? “Una terribile contromarea cerebrale partita da Grillo, dall’alto della sua casa e dopo aver inquinato tutta la Maddalena con il suo motoscafo. La facesse lui, la decrescita. I suoi non vogliono la Tav ma intanto si spostano con un treno veloce tra Roma, Torino e Milano. Date l’esempio, dico. Io parlo di teatro ma lo faccio. Francescani? Prego, voglio vedere il francescano che per raggiungere Milano passa per la Cisa, come si faceva quando ero bambino, e per andare in Liguria ci si inerpicava in macchina lungo 136 tornanti, e quando finalmente sentivi il profumo dei pini marittimi ti pareva un miracolo. Da oggi tutti a piedi. Ma non come Dibba, il Che Guevara de noantri. Che poi Che Guevara, diciamolo, era anche una testa di cazzo, ma soltanto negli Stati Uniti finalmente cominciano a dirlo: un rampollo di una famiglia argentina ricca che come tutti i ricchi annoiati voleva fare la rivoluzione. I poveri invece vogliono costruire. Tutta questa melma, questa confusione tra verità e fuffa porta al populismo. Adesso sarà dura raddrizzare la situazione. L’Italia è spaccata in due: il nord operoso non vota Cinque stelle e il sud, che dell’Italia è per molti aspetti la parte più colta e raffinata, è devastato e ai Cinque stelle ha creduto. E pensare che basterebbero dieci uomini validi per fare un paese migliore”.

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.

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