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Populismo artistico

Basta attaccare la parola “Art” a tutto quello che si fa e si è subito star del mercato. Purtroppo

2 Dicembre 2018 alle 06:00

Populismo artistico

In politica un tempo si parlava di “opposti estremismi”, oggi si parla di “populismo”. Ma gli opposti estremismi e il populismo non sono solo un tema della politica ma anche dell’arte dal Dopoguerra a oggi. Un bell’esempio di opposto estremismo o populismo – dipende a quale generazione appartenete – lo abbiamo visto alle aste autunnali di arte moderna e contemporanea a New York, dove due importanti opere di Alberto Burri sono andate invendute, non hanno cioè trovato compratori, mentre due opere dello street artist Kaws – sempre alle stesse aste – sono state aggiudicate per più di due milioni di dollari. Ciò che quindi è arte – ma la maggioranza non lo capisce – sembra perdere valore e quello che invece non lo è, Kaws ma anche Banksy, gadget o immagini create per il largo consumo, diventano elitarie raggiungendo valori impensati e imprevedibili. Come in politica, la destra diventa la sinistra e la sinistra diventa la destra. Il grande comunicatore diventa statista, poco importa le assurdità che propone, così il non artista diventa artista grazie al valore delle sue opere, poco importa se quello che produce sia nel migliore dei casi una simpatica grafica pubblicitaria – nel caso di Banksy – o nel peggiore dei casi un bambolotto senza personalità a metà fra un pupazzo manga e Topolino, nel caso di Kaws.

 

Ma come si fa a ottenere la qualifica di artista e diventare delle star del mercato? Non è molto complicato . Basta attaccare la parola “Art” a tutto quello che si fa. “Pitturacce” murali diventano Street Art, banali illustrazioni fatte con l’areografo si tramutano in Commercial Art, orribili nudi digitali e ecco la Computer Art. Per non parlare dell’ultima trovata, la AI Art , l’arte prodotta da un’intelligenza artificiale molto vicina all’idiozia naturale. Alla gente tutto questo piace ed è inevitabile essere tacciati di elitismo snob o trattati alla stregua di intellettuali vecchi e noiosi ogni qualvolta si tenti di difendere o quanto meno di spezzare una lancia in favore dell’altro estremismo, quello dei vari Burri, Manzoni, Fontana e tanti altri in campo internazionale. Non che l’estremismo artistico doc non abbia le proprie colpe. La storia dell’arte è una scala alla quale sono stati tolti improvvisamente molti pioli attorno al 1917, quando Duchamp presentò il famoso orinatoio capovolto come se fosse una scultura. Chi volenterosamente decide di arrampicarsi su questa scala dell’arte, a un certo punto non troverà più dove aggrapparsi e inevitabilmente precipiterà nel vuoto. Prima di sfracellarsi, però, sarà salvato dalle braccia di un Banksy o di un Kaws. Inevitabilmente s’innamorerà dei propri salvatori. Nessuno avrebbe immaginato che la fenomenale e geniale provocazione di Piero Manzoni, la Merda d’artista, avrebbe prodotto dopo più di mezzo secolo artisti o meglio pseudo artisti. Ma accusare l’artista “miracolato” dal mercato di inquinare l’arte pura e dura è ingiusto, anzi sbagliato. Per quale motivo una persona dovrebbe rinunciare a un lauto guadagno nel nome della vera arte o del buon gusto? I colpevoli di questa situazione sono da una parte gli idioti disposti a spendere i propri soldi per degli obbrobri, dall’altra le case d’asta che mescolano la vera arte con la non arte, come se un negozio di Rolex vendesse pure gli swatch sicuramente più colorati, divertenti e soprattutto più economici di un impegnativo submariner che se si lascia fermo per due giorni si ferma pure. Oppure come se Carlo Cracco offrisse sul proprio menù l’hamburger take out di McDonald’s. Allo stesso modo, perché un collezionista dovrebbe rischiare di farsi ridere dietro dai colleghi miliardari portandosi a casa un pezzo di plastica bruciata per otto milioni di dollari se invece per poco più di un milione e mezzo – ma forse anche meno – può tornare a casa con un bambolottone di Kaws che fa felice moglie e bambini e sorridere gli amici?

 

In cima a tutto questo c’è poi il pubblico generico, ammaliato dalle cifre che legge sui giornali e dal rumore fatto dai social e al quale poco interessa se sia un Kaws o un Leonardo l’opera d’arte più cara al mondo: per trascorrere una domenica vanno bene entrambi, come quando si correva a vedere la balena più grande del mondo. Non avendone a disposizione un’altra per fare il paragone, ci andava bene anche quella lunga solo cinque metri. Il problema è che oggi il paragone si può fare. Così, se accanto a un Kaws si piazza un Burri, diventa molto difficile per tutti convincere l’uomo della strada che un pezzo di iuta bruciato è più importante ma più che altro più bello e godibile da vedere rispetto alle figurine sgraziate ma immediatamente riconoscibili di Kaws o la bambina con il palloncino di Banksy. Questi artisti arrivano dove gli altri non riescono ad arrivare. Gli altri continuano a parlare ai convertiti che però invecchiano e poi muoiono riducendo drammaticamente il numero dei sostenitori. Che fare?, direbbe Lenin. O magari che dire? Nulla. Bisogna aspettare, nella speranza che il ciclo biologico torni a trasformare, come sarebbe naturale, la merda dell’artista in arte di artista.

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Commenti all'articolo

  • miozzif

    03 Dicembre 2018 - 08:08

    Già, perché portarsi "a casa un pezzo di plastica bruciata per otto milioni di dollari"? O anche, perché per "poco più di un milione e mezzo – ma forse anche meno – tornare a casa con un bambolottone di Kaws"?

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