Non per arte ma per denaro

Ugo Nespolo

Oggi è il prezzo a determinare il valore di un’opera, non viceversa. Cifre pazze, aste spericolate, caccia ai trofei iconici. E il mestiere dell’artista si dissolve in una scia di inutilità e impotenza

“Se qualcosa non può durare per sempre, non durerà per sempre”
(Herb Stein)

 


 

Qui si prova sommariamente a narrare la ballata triste che ha da fare – in primo luogo – con gente che deve avere coscienza di trafficare all’ombra di un mestiere svaporato, scomparso senza remissione e speranza di riscatto prossimo. E’ in questione il mestiere dell’artista che pare aver preso il volo estremo per dissolversi in una diafana scia d’inutilità e d’impotenza.

 

Donald Thompson, economista: “La domanda e i prezzi sono dettati dai super ricchi e da fondi sovrani, agenti e transazioni esentasse”

E’ tornato or ora l’uomo dello Squalo da dodici milioni di dollari, forte del piglio implacabile ed energico da angelo sterminatore a raccontarci di The Orange Balloon Dog, Bubbles, Turmoil and Avarice in Contemporary Art Market. Proprio quell’arma letale che trasposta con non poche varianti suona in italiano sorda come Bolle, baraonde e avidità. Chi studia e scrive è l’economista Donald Thompson, dotato di non poche e comuni competenze che lo portano dalla London School of Economics, dall’Harvard Business School e ancora dalla Schulich School della New York University of Toronto, venuto a sbatterci in faccia documentatissimi e inoppugnabili dati capaci di spolpare all’osso il più che cinico e infetto corpo del mercato dell’arte contemporanea in cui “… la domanda e i prezzi son dettati dai super ricchi, dai fondi sovrani, dagli agenti e dalle transazioni esentasse”. Già qualche tempo fa mi era passato per la mente una sorta di giochetto paralinguistico, un piccolo rosario di paroline a grappolo del tipo di prezzo, apprezzare, prezzare, onorare il pretium, far gioire l’economia, rinsanguare il valore di scambio, favorire il trasferimento di denaro per il passaggio dei beni e pensavo anche che – in fondo – tutti si apprezza ciò che il prezzo esibisce in maniera cospicua.

 

L’epoca nostra vive però il paradosso del prezzo totalmente slegato e molto lontano da qualsiasi giudizio di valore, infatti è soltanto il prezzo che fissa un valore, anzi è proprio il prezzo il valore stesso dell’opera, in omaggio al ben noto assioma del “ciò che più costa più vale”. Converrebbe certo star muti nell’attraversare questa curiosa landa in cui ogni dubbio espresso suona come inopportuno e ha il magico potere di emarginare senza remissione chi osa esprimerlo.

 

Già in tempi recenti si pensava di saper tutto o quasi tutto a proposito di Art Trade e di faccende simili, ci eravamo persino amaramente pentiti per non aver mai colto al balzo la palla del profitto da rapido investimento, ad esempio col prestar per tempo fede ai saltelli paraborsistici del fu Willy Bongard – quello di Kunstkompass – o sfogliare a tempo debito l’Art Market Guide di Richard Polsky, magari per decidere se, quando e come liberarci con profitto dell’armamentario milionario di Jeff Koons, “un posatore le cui opere Kitsch non fanno alcuna differenza”. Si sarebbe almeno dovuto dar retta alle profezie del povero Andy quando pallidamente quanto lucidamente ci ammoniva dicendo: “The good business is the best art”. Non ci eravamo neppure allarmati il giusto alle parole di Thomas Hoving, già direttore del Metropolitan Museum di New York, quando sentenziava: “L’arte è sexy, l’arte è soldi sexy, l’arte è soldi sexy arrampicata sociale fantastica”.

 

Avevamo dovuto – sia pure con qualche trepidazione – constatare che l’arte si era trasformata quasi solo in un bene atto a produrre capital-gain, considerata un bene rifugio, un asset-class, un aggregato, e avevamo anche rapidamente appreso che era sempre imprudente procedere agli acquisti tentando di evitare i Gatekeepers o i Market Masters. Proprio come la gallerista newyorkese Mary Boone, definita negli anni Ottanta the Queen of the Art Scene, quando parlava con pudore delle proprie perplessità a tramutare l’arte in puro business sentenziava: “… ma le ho superate”.

 

Si può dire che tutto l’Artworld si è rapidamente turato il naso e ha imboccato svelto quel cammino che pare senza ritorno. Tutti avevano messo da parte il proprio gusto (avendone uno) e la propria cultura per dedicarsi a studiare i problemi della crisi del debito sovrano in Europa, le politiche fiscali restrittive per correggere gli squilibri nelle pubbliche finanze, il rallentamento del pil in Asia, in particolare in Cina, per aver ben chiaro che l’arte è un bene rifugio come immobili e oro. Si dovevano seguire magari le indicazioni di Deloitte Luxemburg Art-Tactic. Molto utile sapere dei trend rialzisti seguendo le indicazioni di Art Economics, conoscere e approfondire l’evidenza che la Cina ha superato gli Stati Uniti nel valore di scambi con un sostanzioso market-share.

 

Il “Balloon Dog” di Jeff Koons come il Sacro Graal. Il giorno dell’asta David Zimmer alzò la paletta a 39 milioni di dollari

Fondamentale conoscere, al fine di un redditizio investimento, gli indici dei prezzi del mercato dell’arte. Il metodo del Dipinto Medio di Nomisma, il metodo del Dipinto Rappresentativo o quella della Doppia Vendita. Interessante il metodo della Regressione Edonica utilizzato da Art Price. Studiare la congettura di Coase, le Oscillazioni Casuali di Baumol, i modelli di Chanel e Varet o di Frey e Pommerehne.

 

L’investimento in arte era sempre da raffrontare con quello immobiliare, con quello borsistico e con gli altri asset class. Circolava all’epoca un’aria di scarsa fiducia del mercato on-line del tipo Vip Fair o art.sy di Gagosian-Zhukova. I consigli dei più esperti eran di puntare su titoli quotati del comparto Art luxury collectable, oppure decisamente dirigersi verso i fondi, evitando con molta cura società opache come quelle est europee, cinesi o coreane. Si doveva in ogni caso e innanzitutto digerire il fatto assodato che l’arte tutta altro doveva essere considerata e trattata come una qualunque commodity, proprio come sale, avena, maiali, balk chemical e tutto il resto.

 

Le vicende sin qui narrate, intrise di cinismo sfrenato e di pura foga speculativa lasciavano comunque intravedere una sorta di pensiero razionale, un filo diabolicamente logico che dietro la pura mercificazione degli oggetti d’arte si potesse intravedere un filo di luce, una specie di amore, persino un gusto vagamente estetico e affettivo per oggetti da acquisire, possedere ed esibire.

 

E’ proprio il caustico libro di Thompson a mettere in dubbio questo sognato atteggiamento affettivo verso l’arte quando ricorda come nel 2014 a New York, nelle aste serali di Christie’s, Sotheby e Phillips si realizzarono – in soli quattro giorni – profitti per 1,66 miliardi di dollari. “… ogni minuto della vendita fruttò sei milioni di dollari”.

 

In quelle aste due lavori serigrafici di Warhol partivano con stime di 60 milioni di dollari ciascuna. Una delle due venne aggiudicata a 81,9 milioni di dollari. L’episodio è il grano di un rosario senza fine che dimostra come i prezzi super-guidati dal comparto Contemporary Art possono vivere ormai senza più alcun rapporto, con qualsiasi tipo di valore e raffronto. Steven Cohen, manager di hedge fund, porta a casa per 101 milioni un’opera di Giacometti, il miliardario di Shanghai Lin Yiquian spende da Christie’s 170 milioni per un Modigliani, mentre Ken Griffin, anch’egli manager di hedge fund, può sborsare 500 milioni alla David Geffen Foundation per un De Kooning del 1955 e un Pollock del 1948. Dunque prezzi in libertà, privi di qualsiasi riferimento di valore reale ma in questo caso legati almeno al lavoro di artisti da tempo consacrati.

 

Tutti avevano messo da parte il proprio gusto e la propria cultura per dedicarsi a studiare i problemi della crisi del debito sovrano in Europa

S’intuisce con molta facilità come queste cifre spericolate vengano proposte e accettate anche come valori estetici assoluti (ai quali non pochi stentano a credere): sono cifre che nei loro eccessi e confronti opacizzano persino l’idea stessa di razionalità. Cifre pazze allora per artisti–icona scelti tra liste esclusive redatte in stile Art Tactic, che a pagamento cede il diritto di entrare in possesso della lista dei presunti venti migliori artisti. Art Rank che pretende di classificare gli artisti in base a un algoritmo e li divide in tre precise categorie: buy now, sell now, self-off. Questi servizi esclusivi sono limitati a pochi clienti al costo di 3.500 dollari a trimestre.

 

Il gesto estremo ed estremamente interessato di confezionare prezzi siderali perde ancor più valore quando viene applicato ad artisti emergenti, quelli che – com’è successo a moltissimi – potrebbero in breve tempo ritornare nell’ombra da cui provengono. Thompson ricorda il caso di Adrian Ghenie, promettente artista rumeno la cui opera Nickelodeon fu subito proposta da Christie’s a Londra con una stima tra 1 e 1,5 milioni di sterline. O il caso di un giovane per niente conosciuto, Oscar Murillo – quello che dipinge con un manico di scopa – che realizza da Phillips a New York per il suo Drawing off the wall 401.000 dollari.

 

Esser nelle mani dei pochi mercanti di fascia alta tipo Larry Gagosian, con quattordici gallerie in ben otto paesi, o David Zwirner significa esser nel paradiso dei mercanti über, vale a dire nell’empireo dei mercanti, signori assoluti delle promozioni più arbitrarie in concorso sempre con le case d’asta e i pochi grandi miliardari sparsi sul pianeta intero e sempre a caccia di trofei iconici per placare ogni appetito di potere da esibire. Qui il concetto di investimento raggiunge un nuovo e diverso significato. A sentire Jean Clair, il termine investir ha perso il suo significato di conferire a qualcuno un titolo. “Il suo significato oggi deriva da un senso recente tratto dal vocabolario bancario, impegnare capitali, mai si sarà tanto investito come si è fatto da quando l’economia è sull’orlo del fallimento e la morale allo sbando”. Proprio Clair ci ricorda come vendere opere d’arte contemporanea sia molto vicino ai traffici immobiliari, dove si può vendere qualsiasi cosa e “talvolta persino il quasi-niente”.

 

Nel novembre del 2013 Christie’s New York propone in asta l’opera Balloon Dog (Orange) di Jeff Koons con l’intento di porre in vendita l’opera più costosa mai venduta in asta. Prezzo? Tra i 35 e i 55 milioni di dollari. Le molte, ma mirate, mail inviate dalla casa d’aste ai potenziali clienti annunziavano che la scena era pronta per fare la storia, mentre Brett Gorvy già presidente del settore arte contemporanea del dopoguerra in Christie’s scriveva: “Il Balloon Dog è il Sacro Graal: l’opera ha sempre espresso la rilevanza e la levatura del suo proprietario”. Dell’opera esistono cinque versioni in colori diversi: l’esemplare giallo è di Steven Cohen, il blu di Eli Broad, il rosso di Dakis Joannou, il magenta è di Francois Pinault, proprietario – tra l’altro – di Christie’s. Il giorno dell’asta David Zimmer alzò la paletta a 39 milioni di dollari che, con l’aggiunta della commissione per la casa d’aste, totalizzavano la roboante cifra di 58,4 milioni.

 

Non ci vuole certo la competenza di Donald Thompson per capire che si può associare il mercato dell’arte contemporanea “… a una bolla finanziaria pronta a scoppiare… un tale scenario è a mio avviso una certezza”. Che le bolle si possano sgonfiare con lentezza o repentinamente è questione più che secondaria ma “Qualunque sia l’intensità della deflazione con tutta probabilità lo scoppio avverrà quanto prima”. Panorama triste sapere che l’arte può essersi trasformata in null’altro che una scommessa finanziaria, che gli artisti sotto forma di sparute celebrities abbiano l’aspetto di spendibili bond, che i player mondiali siano case d’asta e miliardari, che i musei non siano che casse di risonanza di promozioni guidate.

 

Nel 2014 a New York, nelle aste serali di Christie’s, Sotheby e Phillips si realizzarono, in soli quattro giorni, profitti per 1,66 miliardi di dollari

Mario Perniola nel ripercorrere il microambiente artistico-culturale con i suoi goffi tentativi di rinnovarsi a suon di “mode più o meno effimere” sotto il controllo stretto di pochi mercanti e “mediatori rapaci con la complicità di istituzioni pubbliche” nota come “la valorizzazione iperbolica sia strettamente connessa con operazioni mediatiche”, quelle che devono trasformare gli sparuti artisti scelti in “veri e propri divi dello spettacolo culturale”. Ed è proprio sul piano culturale che la violenta reificazione del far arte relega gli artisti a pallidi e impotenti comprimari, orfani di teorie e teorici, sperduti in un universo creativo che potenzialmente comprende “qualsiasi cosa, vale a dire il nulla!”.

 

Se davvero siamo in un rigido inverno della cultura, l’artista non ha armi se, come scrive Jean Clair, è in mano a “… una strana oligarchia finanziaria, due o tre gallerie, per lo più d’oltreoceano, un paio di case d’asta e alcune istituzioni pubbliche responsabili del patrimonio di uno stato”, che sono “… quelli che giocano cinicamente al gioco della cartolarizzazione di opere d’arte limitata a quattro o cinque artisti”.

 

Se è vero che oggi la figura dell’artista è protagonista di un mestiere in via d’estinzione, non possono non tornare alla mente le parole di Elias Canetti quando scrive, a proposito della generale fuga della realtà: “L’idea penosa è che al di là di un punto preciso del tempo la storia non sia più stata reale. Senza rendersene conto, la totalità del genere umano avrebbe d’improvviso abbandonato la realtà”.

 

Pare davvero – senza essere considerati apocalittici, e proprio come già s’interrogava Jean Baudrillard – che si stia vivendo un’epoca al di fuori della realtà, se persino gli uomini di cultura, in una resa inutile e inoffensiva, combattono la battaglia dell’autoestinzione.

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